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Contrabbando da Cina, sequestrati tessuti e abiti per 11 mln euro

Una parete con murale astratto e volti stilizzati in colori vivaci, tra segni grafici neri, rossi, gialli e turchesi in un interno moderno.

30 giugno 2026 – La Guardia di Finanza di Prato ha eseguito un decreto di sequestro emesso dalla Procura Europea (EPPO) sede di Bologna, bloccando oltre 7,8 milioni di metri di tessuto e più di 237.000 capi di abbigliamento per un valore commerciale complessivo superiore a 11 milioni di euro. La merce, irregolarmente importata dalla Cina, è stata rinvenuta all’interno dei magazzini di cinque diverse aziende operanti tra le province di Prato e Firenze, epicentro dell’operazione denominata ‘Fraus ab Oriente’. L’azione delle Fiamme Gialle rappresenta il culmine di un’attività investigativa durata oltre un anno, durante la quale sono stati meticolosamente monitorati i flussi di autoarticolati provenienti dall’estero e diretti verso le aree industriali del distretto tessile pratese.

Le indagini hanno svelato un meccanismo di frode sistematico, orchestrato per evadere dazi doganali e IVA all’importazione per un ammontare accertato di oltre 4 milioni di euro. Al centro del sistema, secondo gli inquirenti, vi sarebbe una donna di nazionalità cinese, regolarmente residente a Prato, che ha architettato un iter commerciale fittizio basato sull’utilizzo di società estere inesistenti o volutamente inattive. Queste entità, localizzate in Polonia, Germania, Malta e Ungheria, fungevano da schermi cartolari per simulare transazioni intracomunitarie, sottraendo così le merci al corretto regime di importazione da un paese terzo. La documentazione fiscale e di trasporto che accompagnava i carichi veniva sistematicamente alterata per apparire conforme e, una volta che i Tir raggiungevano la destinazione finale, veniva immediatamente distrutta per cancellare ogni traccia dell’origine illecita della merce.

Questa prolungata operatività criminale è stata possibile a causa di una fondamentale omissione di controllo all’ingresso delle merci nei magazzini delle cinque società coinvolte. L’accettazione dei carichi si basava su una verifica puramente formale e manuale dei documenti di trasporto, senza alcuna procedura di controllo incrociato automatizzato sulla reale esistenza e operatività dei fornitori esteri. Se le aziende avessero adottato un ecosistema di controllo integrato come Scudo231, l’intero schema fraudolento si sarebbe infranto al primo tentativo di consegna. Il protocollo di validazione della supply chain avrebbe interrogato in tempo reale i registri VIES e le banche dati camerali internazionali al momento della creazione dell’anagrafica del fornitore polacco o ungherese. L’esito di ‘VAT number non valido’ o ‘società inattiva’ avrebbe generato un blocco operativo, impedendo l’emissione di qualsiasi ordine di acquisto e inviando un alert automatico alla funzione Compliance e all’Organismo di Vigilanza (ODV).

Il monitoraggio fisico dei Tir, condotto per mesi dalla Guardia di Finanza, evidenzia un’assenza totale di presidi interni capaci di tracciare e validare i flussi logistici in entrata. Le aziende si sono di fatto esposte a un rischio operativo e legale enorme, diventando il terminale di un’operazione di contrabbando su vasta scala. In un’organizzazione protetta da protocolli di difesa avanzati, ogni automezzo in ingresso sarebbe stato soggetto a un check-in digitale obbligatorio. Il sistema avrebbe acquisito tramite OCR (Optical Character Recognition) i dati dal documento di trasporto (CMR), confrontandoli istantaneamente con l’ordine a sistema. Qualsiasi discrepanza tra il fornitore dichiarato sul documento e quello censito nell’ordine, o la provenienza da una società fantasma, avrebbe attivato una procedura di ‘non conformità grave’. Il carico non solo non sarebbe stato autorizzato allo scarico, ma l’anomalia sarebbe stata registrata su un log immutabile, completo di data, ora, targa del mezzo e dati del vettore, creando una prova documentale inoppugnabile a tutela dell’azienda e segnalando l’evento all’ODV per le valutazioni di competenza ai sensi del D.Lgs. 231/2001.

La distruzione dei documenti cartacei dopo la consegna, un atto palesemente finalizzato all’inquinamento probatorio, costituisce un’aggravante che dimostra la consapevolezza, a un certo livello operativo, della natura illecita delle forniture. Tale pratica è inconcepibile in un contesto aziendale dotato di un modello organizzativo efficace. L’implementazione di Scudo231 impone la digitalizzazione e l’archiviazione sostitutiva di tutta la documentazione di trasporto e fiscale al momento stesso del suo ricevimento. La successiva distruzione dell’originale cartaceo sarebbe stata irrilevante ai fini della tracciabilità e, anzi, un’azione di questo tipo, se rilevata, avrebbe fatto scattare un allarme per violazione delle procedure di conservazione documentale, con conseguente escalation diretta ai vertici aziendali.

L’inchiesta della Procura Europea di Bologna ha permesso di ricostruire i flussi finanziari e documentali, portando all’identificazione dei reati presupposto che ora pesano sulle società. Si tratta, in particolare, di Dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (art. 2 D.Lgs. 74/2000) e di Contrabbando (D.P.R. 43/1973), entrambi illeciti che attivano la responsabilità amministrativa dell’ente ai sensi dell’art. 25-quinquiesdecies del D.Lgs. 231/2001. Le conseguenze per le cinque aziende vanno ben oltre il danno economico derivante dal sequestro degli 11 milioni di euro di merce, che di fatto paralizza la loro operatività. Esse rischiano ora l’applicazione di pesantissime sanzioni pecuniarie, calcolate in quote il cui valore è commisurato al fatturato, e di sanzioni interdittive quali il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione o la revoca di licenze e autorizzazioni.

Il sequestro, in questa fase, è di tipo probatorio e preventivo, finalizzato a impedire la prosecuzione del reato e a cristallizzare le prove. Tuttavia, la contestazione di un’evasione fiscale per 4 milioni di euro apre la strada a un’azione ancora più incisiva: il sequestro per equivalente. L’autorità giudiziaria, qualora non fosse possibile aggredire direttamente il profitto del reato, potrà disporre il sequestro di beni di proprietà delle società (immobili, conti correnti, veicoli) fino a concorrenza dell’importo evaso. È un impatto patrimoniale devastante che avrebbe potuto essere interamente evitato. Un modello 231 efficacemente attuato, supportato da una piattaforma tecnologica di monitoraggio in tempo reale, avrebbe fornito all’ente la prova inconfutabile di aver adottato ogni misura ragionevolmente esigibile per prevenire tali reati. L’analisi dei flussi di dati prodotta dai sistemi di Scudo231 avrebbe dimostrato che la frode è stata perpetrata da singoli individui eludendo fraudolentemente protocolli di controllo robusti e tracciati, consentendo così all’azienda di invocare l’esimente prevista dal decreto e isolare la responsabilità penale sulle sole persone fisiche autrici dell’illecito.

La complessità dello schema, che coinvolgeva triangolazioni con Paesi membri dell’Unione Europea per mascherare l’origine extra-UE della merce, è un classico esempio di frode carosello IVA applicata al contrabbando doganale. La scelta di nazioni come Polonia, Ungheria o Malta non è casuale, ma mira a sfruttare regimi fiscali e burocratici percepiti come meno stringenti per creare uno schermo di apparente legalità. L’assenza di un processo di due diligence rafforzata sui partner commerciali esteri è stata la falla sistemica che ha permesso all’organizzazione criminale di prosperare per oltre un anno. Un processo di onboarding fornitori gestito da un ecosistema sovrano avrebbe automaticamente classificato queste controparti come “ad alto rischio”, imponendo controlli aggiuntivi e documentati prima di autorizzare qualsiasi transazione. La mancata risposta o la fornitura di documentazione societaria palesemente incongrua avrebbe determinato l’inserimento del fornitore in una black list interna, rendendo tecnicamente impossibile per il reparto acquisti procedere.

Le perquisizioni effettuate dalle Fiamme Gialle nelle sedi delle ditte hanno consolidato il quadro accusatorio, consentendo di acquisire ulteriori elementi a sostegno del decreto di sequestro dell’EPPO. L’intervento della Procura Europea non è un dettaglio secondario: segnala che la frode ha leso direttamente gli interessi finanziari dell’Unione Europea, in questo caso attraverso la mancata riscossione di dazi e IVA che contribuiscono al budget comunitario. Questo eleva il livello dell’indagine e potenzialmente la severità delle sanzioni, poiché l’azione penale è coordinata a livello sovranazionale. Per le aziende coinvolte, questo significa affrontare un’accusa non solo davanti alla magistratura italiana, ma a un organo inquirente europeo con strumenti investigativi transfrontalieri.

La vicenda di Prato è un caso emblematico di come la mancata adozione di presidi di legalità attivi e tecnologicamente avanzati trasformi un’azienda da vittima potenziale a co-responsabile di reati economici gravi. La responsabilità non è più solo degli amministratori, ma si estende all’ente stesso, con conseguenze patrimoniali e operative che possono portarlo al collasso. L’investimento in un modello organizzativo non deve essere percepito come un mero adempimento formale, un “pezzo di carta” da esibire in caso di controlli, ma come un’infrastruttura di difesa strategica. La REDAZIONE SCUDO231 ha analizzato decine di casi simili: lo schema si ripete costantemente dove i controlli sono manuali, frammentati e affidati alla discrezionalità di singoli operatori. L’intera operazione ‘Fraus ab Oriente’ si fondava sulla certezza di poter penetrare catene di approvvigionamento prive di sentinelle digitali, dove un documento falso e la successiva distruzione dello stesso erano sufficienti a garantire l’impunità. Un’illusione destinata a scontrarsi con l’azione repressiva dello Stato, ma un danno che un’adeguata prevenzione avrebbe reso, semplicemente, impossibile.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/06/30/contrabbando-da-cina-sequestrati-tessuti-e-abiti-per-11-mln-euro_66c02d27-25c5-4c04-b56c-dd80799276ff.html