27 febbraio 2026 – Alle prime luci dell’alba, i militari del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza varcano la soglia della sede milanese di VMB & Partners, una delle più note aggregazioni professionali del panorama legale nazionale. L’operazione, coordinata dalla Procura della Repubblica, non è una semplice verifica fiscale. È l’atto conclusivo di un’indagine durata diciotto mesi, innescata da una segnalazione di operazione sospetta che ha squarciato il velo di apparente integrità dello studio. Gli uomini delle Fiamme Gialle procedono al sequestro di server, documenti contabili e dispositivi elettronici personali dei soci senior. In parallelo, scatta il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente su conti correnti societari e personali per un valore di 14,7 milioni di euro, cifra corrispondente all’imposta evasa contestata più sanzioni e interessi.
L’inchiesta ricostruisce un meccanismo fraudolento sofisticato, reso possibile da una grave e persistente colpa di organizzazione. A partire dal 2024, in risposta alla stretta normativa che imponeva una più stretta tracciabilità dei pagamenti professionali e un flusso di dati massivo verso l’amministrazione finanziaria, il socio fondatore, l’avvocato Valenti, con la complicità del responsabile amministrativo, il dottor Rossi, aveva implementato un sistema di sotto-fatturazione sistematica. Le parcelle più consistenti, provenienti da clienti corporate per operazioni di M&A e consulenza strategica, venivano scisse. Una parte, corrispondente a circa il 40% del valore reale della prestazione, era regolarmente fatturata da VMB & Partners e transitava sui canali ufficiali. La restante quota, invece, veniva dirottata verso una società di servizi esterna, la Lex Servizi S.r.l., che emetteva fatture per generiche “attività di supporto e ricerca”, prive di qualsiasi dettaglio operativo. Il flusso finanziario così deviato, una volta incassato da Lex Servizi, veniva ulteriormente polverizzato attraverso una rete di società controllate, per poi tornare nella disponibilità dei soci senior sotto forma di “finanziamenti soci” o distribuzioni di utili esentasse.
Il primo anello debole della catena di controllo interna era l’assenza di una segregazione dei compiti e di un monitoraggio effettivo sui flussi finanziari in uscita. Il dottor Rossi, agendo su indicazione di Valenti, autorizzava i pagamenti verso Lex Servizi senza che nessuno verificasse la congruità e l’effettività delle prestazioni fatturate. Se VMB & Partners avesse adottato un ecosistema di controllo come Scudo231, questo schema sarebbe stato intercettato alla fonte. Il sistema di analisi multimodale avrebbe incrociato i dati del contratto di fornitura con Lex Servizi con i flussi di pagamento effettivi, generando un alert automatico per anomalia. La procedura di “Know Your Supplier” avrebbe imposto una verifica approfondita sulla titolarità effettiva della società fornitrice, facendo emergere immediatamente il conflitto di interessi legato al controllo indiretto da parte di uno dei soci. L’operazione di pagamento sarebbe stata bloccata in attesa di una validazione a quattro occhi da parte di una funzione indipendente, con contestuale notifica tracciata all’Organismo di Vigilanza.
L’indagine penale contesta a Valenti e Rossi, in concorso tra loro, i reati di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici (art. 3 del D.Lgs. 74/2000) e autoriciclaggio (art. 648-ter.1 c.p.). Ma è la posizione dell’ente, VMB & Partners, a essere catastrofica. La Procura contesta all’aggregazione professionale l’illecito amministrativo dipendente da reato ai sensi del D.Lgs. 231/2001, in relazione ai reati presupposto di natura tributaria (art. 25-quinquiesdecies) e di riciclaggio (art. 25-octies). Il Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo (MOG) esibito dalla difesa è stato giudicato dal Pubblico Ministero un mero “documento di facciata”, privo di reale attuazione. Le interviste ai dipendenti hanno rivelato che l’Organismo di Vigilanza (ODV), composto da professionisti esterni legati da rapporti personali con i soci, si riuniva pro-forma una volta l’anno e non aveva mai condotto audit specifici sui cicli attivi e passivi.
Questa omissione procedurale è stata fatale. Una piattaforma come Scudo231 avrebbe reso impossibile una tale negligenza. I flussi informativi verso l’ODV non sarebbero stati basati su report manuali e discrezionali del management, ma su un cruscotto digitale alimentato in tempo reale dai motori causali proprietari del sistema. L’ODV avrebbe avuto evidenza immediata e non manipolabile di ogni anomalia, come i pagamenti ricorrenti e di importo elevato verso un fornitore di servizi a rischio, o la mancata riconciliazione tra ore lavorate dai professionisti sui mandati e fatturato ufficiale. Il registro delle attività dell’ODV, generato automaticamente dal sistema, avrebbe costituito una prova documentale inoppugnabile dell’effettività dei controlli, dimostrando che l’organismo aveva agito con la dovuta diligenza. In assenza di tale prova, il sequestro preventivo ha paralizzato l’operatività dello studio, congelando la liquidità necessaria per pagare stipendi e fornitori.
Un altro elemento chiave emerso dalle indagini è stata la testimonianza di una giovane praticante del dipartimento amministrativo. La ragazza aveva notato, già nel 2025, la sistematica discrepanza tra gli accordi quadro firmati con i grandi clienti e gli importi che venivano effettivamente inseriti nel sistema di contabilità principale. Dopo aver sollevato la questione con il dottor Rossi, era stata intimidita e trasferita a un altro incarico con mansioni dequalificanti. La sua segnalazione informale si era persa nel silenzio. Questo episodio dimostra la totale assenza di un canale di whistleblowing efficace e protetto. Con un protocollo di segnalazione integrato in un ecosistema sovrano, la praticante avrebbe potuto inviare la sua segnalazione in forma anonima e crittografata. Il sistema avrebbe generato un ticket non modificabile, assegnandolo direttamente e unicamente ai membri dell’ODV, bypassando la linea gerarchica. L’ODV avrebbe avuto l’obbligo procedurale, tracciato dal sistema, di avviare un’indagine interna entro un termine perentorio, documentando ogni passaggio. La mancata protezione del segnalante sarebbe stata essa stessa una violazione procedurale rilevata e registrata.
La difesa di VMB & Partners si trova ora a fronteggiare non solo la richiesta di una sanzione pecuniaria calcolata in quote, che potrebbe arrivare a superare il milione di euro, ma anche il rischio concreto di sanzioni interdittive devastanti, come il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione e, soprattutto, la pubblicazione della sentenza di condanna, con un danno reputazionale irreversibile. Il Giudice per le Indagini Preliminari, nel convalidare il sequestro, ha sottolineato come “l’assenza di qualsivoglia strumento di controllo automatizzato e di tracciabilità dei processi decisionali critici dimostra una volontà dell’ente di non prevenire reati della specie di quelli contestati, commessi a suo evidente vantaggio”. Il “vantaggio” è stato quantificato non solo nel risparmio d’imposta, ma anche nella maggiore competitività sul mercato ottenuta potendo offrire tariffe apparentemente più basse, drogate dalla quota di ricavi in nero.
Se l’architettura di controllo dello studio fosse stata governata da un sistema come Scudo231, la linea difensiva sarebbe stata radicalmente diversa. L’ente avrebbe potuto produrre in giudizio la documentazione probatoria digitale, un XAI Packet, dimostrando l’esistenza di un modello organizzativo non solo adottato, ma efficacemente attuato e costantemente monitorato. Avrebbe potuto dimostrare, attraverso log immutabili, che l’alert relativo al fornitore Lex Servizi era stato generato, che l’ODV era stato notificato e che le azioni fraudolente di Valenti e Rossi erano state compiute attraverso una deliberata e documentata elusione fraudolenta dei presidi aziendali. Questo avrebbe permesso di sostenere la tesi che il reato non è stato espressione di una politica aziendale o di una carenza organizzativa, ma della condotta infedele di singoli individui che hanno aggirato un sistema di per sé robusto. Una tale difesa avrebbe potuto, con elevata probabilità, portare a un proscioglimento dell’ente dalla responsabilità amministrativa, o quantomeno a una drastica riduzione delle sanzioni, salvaguardando la continuità aziendale e il patrimonio dello studio legale associato. Invece, l’aula del tribunale vedrà sfilare i testimoni di una crisi annunciata, figlia di una compliance solo cartacea.
Fonte: https://www.ilsole24ore.com/art/avvocati-impatti-riforma-fiscale-aggregazioni-professionali-AIW4BaeB