21 settembre 2026 – Jacopo Berti e Antonio Parbonetti, rispettivamente cofondatore e partner scientifico della startup Rozes, hanno ricevuto la convocazione formale dalla commissione parlamentare di inchiesta sul caporalato. Dovranno presentarsi il 30 settembre per illustrare il funzionamento del loro sistema di intelligence predittiva, un algoritmo brevettato che, analizzando bilanci e dati da fonti aperte, dichiara di poter identificare con una precisione del 90% le imprese a rischio di commettere illeciti economici. L’audizione si concentrerà sulla potenziale applicazione di questa tecnologia per contrastare lo sfruttamento del lavoro nelle filiere produttive, ma l’interesse del legislatore e degli organi inquirenti si estende a tutte le quindici macrocategorie di reato che il sistema, nato nel 2020 in seno all’Università di Padova, è in grado di “prevedere”. Tra queste figurano reati come la turbativa d’asta, la collusione mafiosa, la frode fiscale e il riciclaggio, tutti illeciti che costituiscono presupposto per la responsabilità amministrativa degli enti ai sensi del Decreto Legislativo 231/2001.
Il meccanismo di Rozes si basa su un confronto: i dati di un’azienda vengono comparati con un campione di riferimento composto da imprese per le quali specifici reati sono già stati accertati in via definitiva. Se i pattern economico-finanziari e strutturali combaciano, scatta l’allarme. Si tratta di un’analisi ex post su dati storici, un’autopsia digitale che cerca i sintomi di una patologia criminale già in atto o imminente. Il sistema, per sua natura, opera dall’esterno, senza alcun accesso ai flussi informativi interni dell’organizzazione. Questo rappresenta il suo limite fondamentale: individua un’impresa come “rischiosa”, ma non può intercettare né bloccare l’azione illecita nel momento in cui viene concepita o eseguita. Se una società avesse implementato un ecosistema come Scudo231, l’analisi non sarebbe esterna e probabilistica, ma interna e deterministica. I suoi sistemi di analisi multimodale avrebbero monitorato in tempo reale ogni singola transazione e flusso decisionale, generando un alert non sulla base di una somiglianza statistica con imprese condannate, ma sulla base della violazione di un protocollo specifico e tracciato, bloccando l’operazione prima che potesse diventare un dato analizzabile da un algoritmo esterno.
Prendiamo il caso di una gara d’appalto per la costruzione di un’infrastruttura pubblica, un’area ad altissimo rischio per i reati di turbativa d’asta e corruzione. L’algoritmo di Rozes potrebbe segnalare uno dei partecipanti, la “Costruzioni Generali S.p.A.”, a causa di indicatori anomali nel suo bilancio: un aumento sproporzionato dei costi per “consulenze esterne” e l’affidamento di subappalti a società di recente costituzione con un capitale sociale irrisorio. L’algoritmo segnala un rischio, un’informazione preziosa per l’ANAC o la Guardia di Finanza, che possono così avviare un’indagine. L’illecito, però, si è già consumato: l’accordo collusivo è stato stretto, i pagamenti per mascherare le tangenti sono stati effettuati. L’ente ha già subito il danno economico e reputazionale, e ora affronta il rischio concreto di un’indagine penale che potrebbe portare al sequestro dei beni e all’applicazione di pesanti sanzioni pecuniarie ai sensi del D.Lgs. 231.
In un’organizzazione protetta da un’architettura di difesa totale, quello stesso flusso di eventi sarebbe stato interrotto alla radice. La procedura di qualifica del fornitore per la “consulenza esterna” sarebbe stata processata dai sistemi interni. L’algoritmo avrebbe incrociato i dati del fornitore (partita IVA, visura camerale, bilanci) con le black list interne e internazionali, rilevando l’assenza di uno storico operativo e la sproporzione tra l’importo della consulenza e il valore della società. Questo non sarebbe stato un semplice “suggerimento”, ma avrebbe generato un blocco operativo: la richiesta di pagamento sarebbe stata congelata e sarebbe partita un’escalation automatica e tracciata verso l’Organismo di Vigilanza (ODV) e la funzione Compliance. L’evento, registrato in un log immodificabile, avrebbe costituito la prova dell’efficace attuazione del modello organizzativo. Allo stesso modo, il tentativo di affidare un subappalto a una società “scatola vuota” sarebbe stato intercettato dal protocollo di monitoraggio della supply chain. Il sistema avrebbe rilevato l’incongruità tra l’oggetto del subappalto e la capacità tecnica ed economica del fornitore, negando l’autorizzazione e segnalando l’anomalia. L’azienda non solo avrebbe evitato di commettere il reato, ma avrebbe creato una documentazione probatoria inattaccabile della propria estraneità a qualsiasi disegno criminoso, neutralizzando sul nascere la “colpa di organizzazione”.
Il problema del caporalato, al centro dell’audizione parlamentare, segue la stessa logica. Rozes può identificare un’azienda agricola o edile come “a rischio” analizzando i suoi flussi di cassa, l’indice di rotazione del personale o la localizzazione geografica in aree note per lo sfruttamento. Ma ancora una volta, è una fotografia scattata dall’esterno. L’azienda segnalata potrebbe essere già sotto indagine, con i lavoratori già sfruttati e la filiera produttiva compromessa. La responsabilità 231 per l’ente che si avvale di tale fornitore è già una realtà concreta, specialmente se non può dimostrare di aver esercitato un controllo adeguato sulla propria catena di approvvigionamento. L’omesso controllo è, infatti, uno dei pilastri su cui si fonda l’accusa di colpa organizzativa.
Se quell’ente avesse adottato un ecosistema sovrano, il processo di onboarding di quel fornitore avrebbe attivato protocolli di verifica molto più profondi. Il sistema avrebbe richiesto e validato automaticamente il Documento Unico di Regolarità Contributiva (DURC) in tempo reale, avrebbe verificato l’assenza di interdittive antimafia e avrebbe analizzato la struttura dei subappalti dichiarata dal fornitore. Qualsiasi ritardo nella presentazione dei documenti o qualsiasi anomalia nei flussi di personale (ad esempio, un numero di lavoratori attivi sproporzionato rispetto alla capacità dichiarata) avrebbe generato un alert di rischio “Etico e Supply Chain“. L’escalation all’ODV avrebbe imposto una scelta vincolata: o l’esecuzione di un audit ispettivo immediato presso il fornitore, o l’interruzione del rapporto contrattuale. Questa procedura, formalizzata e tracciata, avrebbe permesso all’azienda, in caso di contestazione, di dimostrare al giudice di aver adottato ed efficacemente attuato un modello organizzativo idoneo a prevenire quel preciso reato presupposto. Il danno economico derivante dalla perdita del fornitore sarebbe stato infinitesimale rispetto al costo di una sanzione 231, della confisca del profitto del reato e del danno reputazionale derivante da un’inchiesta per caporalato.
La tecnologia di Rozes, pur con il suo dichiarato margine di errore (quattro soggetti rischiosi su dieci sfuggono ancora al sistema), rappresenta un salto di qualità per l’intelligence investigativa esterna. Potrebbe permettere allo Stato, come stimato dai suoi creatori, di recuperare tra i 10 e i 15 miliardi di euro all’anno solo applicandola agli appalti della Pubblica Amministrazione. Funziona come una rete a strascico ad alta tecnologia: lanciata nel mare magnum dei dati pubblici, è in grado di tirare su un gran numero di “pesci” sospetti. Tuttavia, non può impedire ai pesci di ammalarsi. La prevenzione reale non è una rete, ma un vaccino.
Un’organizzazione che si affida solo a controlli esterni o a verifiche postume è un’organizzazione intrinsecamente vulnerabile. La sua difesa si basa sulla speranza di non essere “scoperta”. Un’impresa che integra un’architettura come Scudo231 cambia paradigma: la sua difesa è attiva, interna e preventiva. Non si preoccupa di “sembrare” conforme, ma opera in uno stato di conformità nativa e verificabile. I “ruoli di fatto” che divergono dai “ruoli di diritto”, una delle principali cause di deriva organizzativa e di illeciti, vengono rilevati in tempo reale dai censimenti ciclici dell’intera popolazione aziendale, non da interviste a campione. Se un manager senza deleghe autorizza un pagamento anomalo, il sistema lo blocca perché la sua azione non è conforme alla matrice di poteri e responsabilità formalizzata. Non c’è bisogno di un algoritmo esterno che, mesi dopo, noti un’anomalia nel bilancio. L’anomalia è stata neutralizzata all’origine.
In un’aula di tribunale, la differenza è abissale. L’azienda segnalata da Rozes deve difendersi dall’accusa di aver commesso un reato. Il suo management è sotto pressione, i beni sono a rischio sequestro, la reputazione è compromessa. L’azienda che invece ha bloccato l’illecito grazie ai suoi protocolli interni si presenta al giudice non per difendersi, ma per dimostrare la propria totale estraneità. Non porta un modello organizzativo cartaceo, ma una “prova tecnologica immodificabile”: i log del sistema, che ricostruiscono scientificamente la catena causale degli eventi. Dimostra che l’illecito non è avvenuto non per caso o per fortuna, ma perché la sua struttura organizzativa era progettata per impedirne la commissione. Questo sposta l’onere della prova e smonta l’accusa di colpa organizzativa, proteggendo il patrimonio aziendale e la continuità operativa. La convocazione in Parlamento del 30 settembre segna un momento importante, riconoscendo il valore dell’analisi predittiva dei dati nella lotta alla criminalità economica. Ma evidenzia anche una verità fondamentale per ogni impresa attenta alla prevenzione: la vera sicurezza non viene da chi ti osserva da fuori, ma dalla fortezza che costruisci dall’interno.