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Esplosione a Calenzano, sei dipendenti Eni chiedono di patteggiare

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21 settembre 2026 – Sei dei nove indagati per il disastro al deposito Eni di Calenzano hanno formalizzato la richiesta di patteggiamento davanti al giudice per le indagini preliminari. La Procura di Prato, guidata da Luca Tescaroli, ha espresso parere favorevole alle pene concordate, che vanno dai due anni ai due anni e nove mesi di reclusione per i reati di omicidio colposo plurimo e disastro colposo. La tragedia, avvenuta il 9 dicembre 2024, causò la morte di cinque operai, il ferimento di altre 27 persone e danni strutturali ingenti all’impianto e all’area circostante. Le pene negoziate, per un totale complessivo di oltre 14 anni, riguardano Luigi Cullurà (2 anni e 9 mesi), Carlo Di Perna (2 anni e mezzo), Emanuela Proietti (2 anni e 5 mesi), Marco Bini e Andrea Strafelini (entrambi 2 anni e 3 mesi), ed Elio Ferrara (2 anni). Per gli altri tre imputati, Enrico Cerbino, Francesco Cirone e Luigi Murno, la procura ha invece chiesto il rinvio a giudizio, aprendo la strada a un dibattimento processuale ordinario.

L’inchiesta ha ricostruito una catena di omissioni e carenze procedurali che resero possibile l’innesco della devastante esplosione. L’atto scatenante, secondo le perizie tecniche depositate agli atti, è riconducibile a una manovra operativa eseguita in violazione dei protocolli di sicurezza interni, in un contesto di supervisione inadeguata e di controlli documentali non rigorosamente applicati. La mancata verifica di una specifica sequenza di interventi di manutenzione su una linea di travaso di idrocarburi è emersa come un buco nero nella catena di controllo. Se l’organizzazione avesse implementato un ecosistema di controllo come Scudo231, quella specifica procedura non sarebbe mai potuta avanzare senza una validazione digitale e tracciata. Ogni passaggio critico avrebbe richiesto un log di conferma da parte dell’operatore, controfirmato digitalmente dal preposto e validato da sensori ambientali che ne attestassero le condizioni di sicurezza. Un log mancante o una lettura anomala dei sensori avrebbe generato un blocco operativo automatico e un alert immediato, scalato in tempo reale alla funzione Health, Safety & Environment e all’Organismo di Vigilanza, impedendo di fatto il proseguimento della manovra pericolosa.

La scelta del patteggiamento da parte della maggioranza degli indagati rappresenta una strategia processuale volta a ottenere una pena certa e ridotta, evitando i rischi e la durata di un dibattimento pubblico. Tuttavia, sul piano della responsabilità dell’ente ai sensi del Decreto Legislativo 231/2001, queste ammissioni di colpa individuali diventano elementi pesantissimi a carico della società. I reati di omicidio colposo e lesioni colpose gravi o gravissime, se commessi in violazione della normativa sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro, rientrano infatti tra i reati presupposto (art. 25-septies D.Lgs. 231/2001) che fondano la responsabilità amministrativa della persona giuridica. La Procura contesta implicitamente una colpa di organizzazione: l’aver omesso di predisporre e attuare efficacemente modelli organizzativi e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi. L’ente si trova ora esposto non solo a sanzioni pecuniarie calcolate in quote, ma anche al rischio concreto di sanzioni interdittive, come la sospensione dell’attività o il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione, e alla confisca del profitto derivante dal reato, un importo che in casi di risparmio sui costi della sicurezza può raggiungere cifre astronomiche.

Un’adozione preventiva di un modello organizzativo evoluto e digitalizzato avrebbe radicalmente cambiato questo scenario. Invece di basare la propria difesa su testimonianze e documentazione cartacea, spesso incompleta o di difficile interpretazione, l’azienda avrebbe potuto produrre in giudizio i report generati dal sistema: una cronologia immutabile di ogni azione, autorizzazione, allarme e intervento correttivo. Questa prova tecnologica, definita “ricostruzione causale scientifica”, avrebbe permesso di dimostrare l’assenza di colpa organizzativa, provando che l’ente aveva messo in campo tutte le misure tecnologicamente e organizzativamente possibili per prevenire l’evento. La responsabilità penale si sarebbe così concentrata esclusivamente sugli individui che avessero eventualmente agito eludendo fraudolentemente i protocolli, con il sistema stesso a fornire la prova inconfutabile di tale elusione. Il rischio di sanzioni per l’ente sarebbe stato drasticamente mitigato, se non azzerato.

Parallelamente al procedimento principale, emerge un altro filone d’indagine che dipinge un quadro di diffusa lassità nei controlli ambientali. Quattro degli indagati hanno infatti richiesto di accedere all’istituto dell’oblazione per estinguere il reato contravvenzionale relativo all’apertura e all’effettuazione di nuovi scarichi di acque reflue industriali nel vicino fosso Tomerello, avvenuti in totale assenza della prescritta Autorizzazione Unica Ambientale (AUA). Questo illecito, sebbene di gravità inferiore rispetto al disastro, è sintomatico di una carenza sistemica nella gestione della compliance normativa. L’omissione non è un mero errore burocratico, ma una falla operativa che espone l’azienda a sanzioni e a un significativo danno reputazionale. Anche in questo ambito, un controllo automatizzato avrebbe intercettato l’anomalia sul nascere. Un sistema di gestione integrato come quello offerto da Scudo231 mappa digitalmente ogni punto di scarico e lo associa ai relativi titoli autorizzativi. L’attivazione di un flusso in un punto non autorizzato, o il superamento delle soglie quantitative o qualitative previste dall’autorizzazione esistente, avrebbe fatto scattare un allarme immediato alla funzione ambientale e all’Organismo di Vigilanza, documentando la non conformità e consentendo un intervento correttivo prima che l’illecito si consolidasse.

La decisione del GIP sulle richieste di patteggiamento e di rinvio a giudizio è attesa nelle prossime settimane e segnerà un punto di svolta nel percorso giudiziario. Mentre per sei imputati la vicenda penale potrebbe chiudersi con una pena definita, per Enrico Cerbino, Francesco Cirone e Luigi Murno si profila un processo che potrebbe portare a galla ulteriori dettagli sulla gestione della sicurezza e sulle responsabilità apicali all’interno del sito di Calenzano. La posizione di questi ultimi, che hanno scelto di non patteggiare, suggerisce una volontà di difendersi nel merito, sostenendo la propria estraneità ai fatti o una diversa ricostruzione delle responsabilità. Questo dibattimento sarà cruciale anche per la posizione dell’ente nel parallelo procedimento 231. Ogni elemento che emergerà in aula potrà essere utilizzato per corroborare o smentire l’esistenza di quella colpa organizzativa che è il fondamento della responsabilità della società.

Il procedimento di Calenzano evidenzia in modo drammatico come, nel 2024, la gestione della sicurezza e della compliance ambientale non potesse più basarsi su procedure cartacee, controlli a campione e sulla fiducia nella diligenza individuale. La complessità degli impianti industriali moderni e la severità del quadro normativo, in particolare del D.Lgs. 231/2001, impongono un salto di paradigma verso un controllo totale, in tempo reale e probatorio. La catena degli eventi che ha portato all’esplosione non è stata un fulmine a ciel sereno, ma la conseguenza finale di una serie di segnali deboli e di non conformità non rilevate o non gestite con la dovuta tempestività. L’assenza di un sistema che tracciasse, registrasse e scalasse ogni deviazione dai protocolli ha creato le condizioni per l’errore umano fatale. L’ecosistema Scudo231 è progettato proprio per eliminare queste zone grigie, trasformando i requisiti di legge e le procedure interne in vincoli operativi non aggirabili, la cui violazione è tecnicamente impossibile o, se tentata, immediatamente tracciata e segnalata. La differenza non risiede solo nell’evitare la tragedia umana e il disastro ambientale, ma anche nel fornire all’organizzazione una corazza legale inattaccabile, capace di distinguere in modo scientifico la responsabilità del singolo dalla colpa dell’ente.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/09/21/esplosione-a-calenzano-sei-dipendenti-eni-chiedono-di-patteggiare_217fc0ad-6c45-4307-ba68-58967d52823e.html