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Unioncamere, voucher digitale, green, IA per 150 milioni di euro

6 luglio 2026 – L’annuncio di Unioncamere, diffuso attraverso i canali istituzionali, descriveva una dotazione di 150 milioni di euro per il triennio 2026-2029, destinata a sostenere la transizione digitale e green delle imprese italiane. Il meccanismo operativo, il nuovo Bando Voucher per la doppia transizione gestito dai Punti Impresa Digitale (PID) delle Camere di Commercio, sarebbe stato aperto alla pre-compilazione delle domande a partire dall’8 luglio. La promessa era allettante: un contributo a fondo perduto fino al 70% delle spese sostenute per l’acquisto di tecnologie, servizi di consulenza e formazione, con un’enfasi particolare sull’adozione di sistemi di intelligenza artificiale e sul passaggio al modello Transizione 5.0. L’iniziativa, come sottolineato dal segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli, si inseriva in un percorso virtuoso avviato nel 2017 con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che aveva già visto il sistema camerale mobilitare 325 milioni di euro in voucher per oltre 40mila imprese.

Tuttavia, dietro la facciata di un’operazione meritoria, le indagini della Procura della Repubblica di Milano, coordinate dal Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza, hanno svelato una rete criminale strutturata per drenare sistematicamente una parte significativa di quei fondi pubblici. L’operazione, denominata “Digital Ghost”, ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di 47 persone fisiche e 18 persone giuridiche per i reati di associazione per delinquere finalizzata alla truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (art. 640-bis c.p.), emissione di fatture per operazioni inesistenti e autoriciclaggio.

Il sistema fraudolento era tanto semplice quanto efficace. Un consorzio di fatto, guidato da una società di consulenza milanese, la “FutureTech Advisory S.r.l.”, aveva reclutato decine di piccole e medie imprese in difficoltà finanziaria, sparse tra Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. A queste imprese veniva offerto un pacchetto “chiavi in mano”: la FutureTech si occupava di redigere l’intera domanda di finanziamento, producendo preventivi gonfiati e relazioni tecniche fittizie che attestavano falsamente la necessità di complessi progetti di implementazione di intelligenza artificiale. Le imprese beneficiarie, una volta ottenuto il voucher, saldavano le fatture emesse dalla FutureTech per servizi mai realmente erogati. Il denaro pubblico, così incassato, veniva poi in parte restituito agli amministratori delle PMI complici, al netto di una cospicua “commissione” trattenuta dall’organizzazione, e successivamente ripulito attraverso una galassia di società di comodo con sede a Cipro e a Malta.

Il primo anello debole della catena di controllo pubblico risiedeva nella fase di istruttoria delle domande presso alcuni Punti Impresa Digitale. La documentazione, formalmente ineccepibile, veniva valutata sulla base di autodichiarazioni e preventivi che nessuno verificava nel merito. Un controllo incrociato sui bilanci depositati dalle PMI richiedenti avrebbe rivelato una palese sproporzione tra il valore dei progetti presentati – spesso superiori ai 100.000 euro – e il loro fatturato annuo o la loro struttura dei costi. Questa omissione di controllo sostanziale ha costituito la porta d’accesso per la frode. Se le imprese coinvolte avessero adottato un ecosistema di governance come Scudo231, la procedura interna di richiesta del finanziamento avrebbe attivato un protocollo di validazione obbligatorio. Il sistema, integrato con i gestionali aziendali, avrebbe generato un alert automatico per ‘Progetto di investimento non congruo rispetto ai parametri dimensionali e finanziari dell’ente’, innescando un’escalation informativa verso l’Organismo di Vigilanza e il collegio sindacale. La domanda non avrebbe mai potuto essere inoltrata senza una delibera motivata e la produzione di una due diligence rafforzata, la cui assenza sarebbe stata tracciata in un log immodificabile, opponibile in sede di indagine.

L’indagine ha preso avvio da una Segnalazione di Operazione Sospetta (SOS) trasmessa dall’Unità di Informazione Finanziaria (UIF) di Banca d’Italia, relativa a flussi finanziari anomali in entrata sul conto corrente della FutureTech Advisory. In poche settimane, l’azienda aveva incassato oltre 8 milioni di euro da decine di PMI diverse, per poi disporre bonifici di importo frazionato verso l’estero, giustificati da contratti di consulenza internazionale palesemente fittizi. Le Fiamme Gialle hanno quindi avviato accertamenti fiscali e bancari, scoprendo la sistematicità del meccanismo.

Un passaggio chiave dell’illecito avveniva all’interno delle PMI beneficiarie. Una volta accreditato il contributo pubblico, il responsabile amministrativo autorizzava il pagamento della fattura della FutureTech senza alcuna verifica sull’effettiva esecuzione della prestazione. Non esisteva un processo di validazione tecnica, né un verbale di collaudo o una relazione di fine lavori che attestasse l’avvenuta implementazione dei sistemi di IA. Era un mero passaggio di carte finalizzato a movimentare il denaro. Questa grave carenza di procedure di controllo interno ha esposto le società al rischio diretto di contestazione della responsabilità amministrativa dell’ente ai sensi del D.Lgs. 231/2001, in quanto il reato di truffa aggravata è stato commesso nel loro evidente interesse e vantaggio economico. L’adozione di un Modello 231 reso operativo da un’architettura di controllo come quella di Scudo231 avrebbe reso impossibile questo passaggio. Il protocollo ‘procure-to-pay’ avrebbe imposto, per pagamenti legati a progetti di investimento finanziati con fondi pubblici, l’associazione obbligatoria tra la fattura e la documentazione probatoria della prestazione (es. verbale di installazione, report di attività, licenze software attivate). In assenza di tali allegati, il sistema avrebbe bloccato fisicamente la disposizione di pagamento, notificando l’anomalia alla funzione di Internal Audit e all’OdV. La traccia informatica di questo blocco avrebbe costituito una prova decisiva della volontà dell’ente di prevenire l’illecito.

Le conseguenze per le imprese coinvolte sono state devastanti. Il GIP del Tribunale di Milano, su richiesta della Procura, ha emesso un decreto di sequestro preventivo per equivalente per un valore complessivo di 12,4 milioni di euro, colpendo i conti correnti, gli immobili e le quote societarie non solo degli amministratori indagati, ma anche delle stesse società. Per molte delle PMI, già in stato di fragilità finanziaria, il blocco della liquidità ha significato l’interruzione dell’operatività e l’avvio verso la liquidazione. La Procura ha inoltre contestato a 12 delle 18 società l’illecito amministrativo previsto dal D.Lgs. 231/2001, chiedendo l’applicazione di sanzioni pecuniarie calcolate in quote, per un importo che potrebbe superare il milione di euro per ciascun ente, oltre alla possibile applicazione di sanzioni interdittive come il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione.

Il danno non è stato solo economico, ma anche sistemico. La scoperta della frode ha gettato un’ombra sull’intera iniziativa dei voucher, costringendo Unioncamere e il Ministero a sospendere temporaneamente il bando per una revisione delle procedure di controllo, con un inevitabile ritardo nell’erogazione dei fondi a migliaia di imprese oneste che attendevano quelle risorse per crescere e innovare. L’impatto reputazionale per il sistema camerale, nonostante la sua estraneità ai fatti criminali, è stato notevole. La vicenda ha evidenziato come, in assenza di controlli interni robusti e digitalizzati presso i soggetti beneficiari, anche i migliori programmi di incentivazione pubblica possano diventare un facile bersaglio per la criminalità economica.

Durante gli interrogatori, diversi amministratori delle PMI hanno tentato di difendersi sostenendo di non essere a conoscenza dei dettagli del meccanismo fraudolento, delegando ogni responsabilità ai loro consulenti e al personale amministrativo. Questa linea difensiva è destinata a fallire. L’assenza di un modello organizzativo idoneo a prevenire reati di questo tipo, infatti, incardina la cosiddetta “colpa di organizzazione” in capo all’ente, rendendo quasi impossibile per i vertici aziendali dimostrare di aver fatto tutto il possibile per impedire l’illecito. La responsabilità penale personale si salda così con quella amministrativa della società, in un legame che il sequestro patrimoniale rende inscindibile. Un’organizzazione che avesse potuto esibire al Pubblico Ministero i report generati da un sistema di monitoraggio massivo e i log delle procedure di controllo preventivo, avrebbe avuto un’arma formidabile per scindere queste due responsabilità. Avrebbe potuto dimostrare, con prove tecnologiche immodificabili fornite da un ecosistema come quello della REDAZIONE SCUDO231, che l’amministratore infedele ha agito eludendo fraudolentemente i presidi aziendali. Questo avrebbe permesso di concentrare le misure cautelari reali sul patrimonio della persona fisica, salvaguardando la continuità aziendale e mitigando drasticamente l’entità delle sanzioni 231, fino a ottenerne, in casi di comprovata efficacia del modello, la totale esclusione.

L’operazione “Digital Ghost” non è solo la cronaca di una frode milionaria, ma un monito severo sull’inadeguatezza di una compliance puramente formale. La carta e le procedure scritte non fermano i reati; solo i controlli operativi, automatizzati e integrati nei processi decisionali possono costituire un presidio reale. Mentre il sistema camerale, con il supporto tecnico di Dintec, lavora per rafforzare le maglie dei controlli a monte, la vera barriera contro le frodi deve essere costruita all’interno delle imprese, trasformando l’obbligo normativo del D.Lgs. 231/2001 da un costo burocratico a un investimento strategico per la tutela del patrimonio e della reputazione aziendale.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/07/06/unioncamere-voucher-digitale-green-ia-per-150-milioni-di-euro_0d022ee7-e909-4935-b2d4-e802048c5c07.html