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Nuova perquisizione nell’ufficio dell’ex funzionario dell’ufficio gip Milano

Composizione astratta turchese e arancio con pennellate dinamiche e marchio Scudo231® nell’angolo inferiore destro.

27 agosto 2026 – I Carabinieri della sezione di polizia giudiziaria sono di nuovo al settimo piano del Palazzo di Giustizia di Milano. L’aria è ferma, carica della formalità di un atto investigativo che si ripete. L’ufficio è quello già posto sotto sequestro a luglio, una stanza che fino a poche settimane prima era il dominio operativo di un funzionario amministrativo di 54 anni, un ex autista la cui carriera interna lo aveva portato a gestire flussi documentali di estrema delicatezza. L’obiettivo di questa seconda perquisizione, coordinata dal PM Stefano Ammendola, è chirurgico: acquisire ogni singolo fascicolo transitato dalle mani dell’indagato. Si cercano le tracce cartacee di un sistema, le prove di una possibile alterazione seriale dei processi. I dispositivi informatici, la memoria digitale delle sue azioni, sono già stati repertati nel primo accesso.

L’inchiesta ruota attorno a un’ipotesi di reato tanto grave quanto audace: tentata truffa e falso, con l’ombra pesante dell’aggravante mafiosa. Il funzionario è accusato di aver tentato di orchestrare il dissequestro e la restituzione di una somma vicina al milione di euro. Denaro non comune, ma il provento di attività illecite confiscato a un esponente di spicco della ‘ndrangheta, legato alla potente cosca Condello. Il meccanismo fraudolento si basava sulla manipolazione di documenti e sull’abuso della propria posizione per far apparire legittima una richiesta di sblocco fondi che avrebbe dovuto finire nelle casse del Fondo Unico Giustizia.

La prima, fondamentale anomalia risiede nell’accesso e nella capacità di manovra concessi a una figura con un profilo amministrativo di base. La gestione di fascicoli relativi a sequestri e confische, specialmente di tale entità e connesse alla criminalità organizzata, rappresenta un’area a rischio intrinseco elevatissimo. L’assenza di una segregazione rigorosa dei compiti e di un controllo granulare sugli accessi ha creato la falla primaria. Se l’amministrazione della Giustizia avesse operato all’interno di un ecosistema di controllo come Scudo231, il sistema avrebbe immediatamente rilevato la divergenza tra il ruolo formale dell’impiegato e le operazioni ad alto rischio che stava compiendo. Un alert automatico sarebbe stato generato e scalato alla Presidenza della sezione Gip non appena i log di accesso avessero mostrato un’attività anomala su un fascicolo di quel valore e di quella natura, bloccando preventivamente ogni ulteriore operazione e segnalando un potenziale conflitto di interessi o un abuso di funzione.

Il castello di carte ha iniziato a vacillare solo il 15 luglio, quando Equitalia Giustizia, l’ente incaricato della gestione dei beni sequestrati, ha inviato una richiesta di chiarimenti alla presidenza della sezione Gip. Una comunicazione formale, una domanda su una procedura che appariva irregolare. È stato questo input esterno a innescare, il giorno successivo, gli accertamenti interni che hanno portato alla luce il tentativo di frode. L’intervento è stato quindi reattivo, non proattivo, e dipendente dalla diligenza di un soggetto terzo. Questo ritardo è sintomatico di un vuoto di monitoraggio in tempo reale. Un’architettura di compliance avanzata avrebbe intercettato l’anomalia nel momento esatto della sua genesi. La richiesta di dissequestro, per essere processata, avrebbe dovuto seguire un workflow digitale tracciato, con validazioni multiple e firme elettroniche qualificate da parte dei soli funzionari e magistrati autorizzati. Il tentativo del funzionario di inserire nel sistema un’istanza priva delle corrette autorizzazioni o con documentazione artefatta avrebbe causato un blocco istantaneo del processo e una segnalazione immediata all’Organismo di Vigilanza interno, corredata da un report immutabile che cristallizzava l’identità dell’operatore, l’orario, l’indirizzo IP e la natura dell’operazione tentata. Il danno sarebbe stato non solo sventato, ma documentato in una forma probatoria inattaccabile.

L’indagine, affidata all’avvocato Roberto Grittini per la difesa del funzionario, deve ora fare i conti con un quadro indiziario aggravato da ciò che è emerso durante il primo sequestro dell’ufficio. Oltre ai documenti, gli investigatori hanno trovato una decina di armi, mazzette di soldi falsi e numerosi gratta e vinci. Un campionario che trasforma un ufficio istituzionale in una zona grigia, sollevando interrogativi inquietanti sulla permeabilità e sulla vigilanza dei luoghi più sorvegliati del Tribunale di Milano. La presenza di oggetti palesemente illegali o comunque del tutto incongrui con l’ambiente di lavoro denota una totale assenza di controlli ambientali e di una cultura della sicurezza. Questo non è solo un problema disciplinare, ma un fattore che aggrava la posizione dell’ente sotto il profilo della culpa in vigilando e della culpa in eligendo.

L’adozione di un modello organizzativo ai sensi del D.Lgs. 231/2001, reso operativo da una piattaforma tecnologica, avrebbe imposto protocolli stringenti anche sulla sicurezza fisica e logica degli ambienti. Un sistema come Scudo231 non si limita a governare i flussi digitali, ma integra nel suo perimetro di rischio anche la gestione degli asset fisici e la sicurezza delle aree sensibili. Avrebbe previsto e tracciato audit periodici e a sorpresa degli uffici, specialmente quelli in cui vengono trattati dati e fascicoli critici. La mancata esecuzione di tali controlli, o un loro esito negativo, avrebbe generato un’allerta nel cruscotto di rischio dell’ente, costringendo i responsabili a intervenire prima che la situazione degenerasse a tal punto. La responsabilità dell’ente, in questo scenario, sarebbe stata mitigata dalla dimostrazione di aver messo in campo protocolli attivi e verificabili per prevenire tali condotte.

Mentre i Carabinieri catalogano meticolosamente i faldoni, emerge la portata del rischio sistemico. Quanti altri fascicoli possono essere stati “toccati”? Quante altre procedure alterate? La necessità di una seconda, massiva acquisizione documentale dimostra l’assenza di una tracciabilità affidabile. Gli investigatori sono costretti a un lavoro manuale, lungo e dispendioso, per ricostruire a posteriori l’operato del funzionario. Questa incertezza operativa si traduce in un danno enorme per l’amministrazione della giustizia, minandone la credibilità e potenzialmente invalidando altri procedimenti. Se ogni accesso, modifica o semplice consultazione di un fascicolo fosse stata registrata in un log immodificabile e centralizzato, come previsto dai protocolli di un modello di gestione evoluto, oggi il PM Ammendola disporrebbe di un report completo. Avrebbe la lista esatta di ogni pratica gestita dall’indagato negli ultimi anni, con data, ora e tipo di operazione effettuata. L’indagine sarebbe mirata, rapida e basata su dati certi, invece di navigare a vista tra montagne di carta.

Sul piano giuridico, la contestazione dell’aggravante mafiosa proietta l’intera vicenda nel perimetro dei reati presupposto del Decreto Legislativo 231/2001. Sebbene l’ente pubblico non sia direttamente sanzionabile come una società privata, i principi di responsabilità per mancata organizzazione e controllo sono pienamente applicabili per analogia e per i profili di danno erariale e di immagine. Il reato di tentata truffa aggravata ai danni dello Stato, commesso da un dipendente nell’esercizio delle sue funzioni, avrebbe potuto esporre un’entità privata a sanzioni pecuniarie calcolate in quote (fino a centinaia di migliaia di euro) e, data la gravità e la connessione con la criminalità organizzata, a sanzioni interdittive come il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione.

In un simile scenario, la difesa dell’ente si sarebbe basata sulla capacità di dimostrare di aver adottato ed efficacemente attuato un modello organizzativo idoneo a prevenire reati della specie di quello commesso. La mera esistenza di un “modello cartaceo” non sarebbe stata sufficiente. La Procura avrebbe verificato l’effettiva applicazione dei protocolli. Con l’infrastruttura di controllo di Scudo231, l’ente avrebbe potuto produrre in giudizio le evidenze digitali (XAI Packet) che dimostravano l’esistenza e l’operatività dei presidi di controllo: i log di accesso, gli alert generati e ignorati o gestiti, i report dei controlli periodici, la tracciatura del workflow che il funzionario ha tentato di forzare. Questa “prova tecnologica” avrebbe consentito di qualificare la condotta del dipendente come elusione fraudolenta di modelli e protocolli funzionanti, spostando la responsabilità penale e amministrativa interamente sulla persona fisica e salvaguardando l’integrità e il patrimonio dell’organizzazione.

Nel frattempo, il funzionario è stato trasferito ad altro incarico e ufficio in Lombardia. Una misura amministrativa cautelare che, tuttavia, non risolve il problema alla radice. La falla non era solo nell’uomo, ma nel sistema che gli ha permesso di agire indisturbato per un tempo indefinito, venendo scoperto solo per l’intervento di un ente esterno. L’indagine prosegue, e ogni fascicolo che viene aperto in quell’ufficio al settimo piano potrebbe rivelare una nuova anomalia, un nuovo potenziale danno. La ricostruzione della verità è ora un processo lento e faticoso, un costo diretto della mancata prevenzione. Una prevenzione che, oggi, non è più un’opzione, ma una necessità tecnologica e procedurale per qualunque organizzazione, pubblica o privata, che gestisca processi e valori critici.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/08/27/nuova-perquisizione-nellufficio-dellex-funzionario-dellufficio-gip-milano_cafec6cb-f2ef-4653-a818-89ddcaa225e1.html