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L’hacker dei clan, clonati siti istituzioni e carte credito

7 settembre 2026 – L’operazione della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e dei Carabinieri disarticola, con 12 arresti in carcere e 4 divieti di dimora in Campania, una sofisticata rete di frode informatica gestita dal clan Mazzarella. L’indagine, protrattasi per oltre due anni, ha svelato un meccanismo criminale capace di generare profitti illeciti stimati tra i 200.000 e i 300.000 euro al giorno, svuotando i conti correnti di una sessantina di vittime sparse su tutto il territorio nazionale e con propaggini operative tra Barcellona e Madrid. Il sistema si basava sulla clonazione seriale di siti web di primari istituti di credito, un’attività di spoofing ad alta fedeltà orchestrata da un hacker venticinquenne, noto come “il polacco”, che forniva al clan le piattaforme digitali necessarie per perpetrare le truffe. Questa sistematica violazione dei sistemi informatici altrui, finalizzata a un ingiusto profitto, configura una chiara responsabilità dell’ente bancario per omesso controllo, un rischio che espone l’istituto a severe conseguenze sotto il profilo del D.Lgs. 231/2001. Un’infrastruttura di difesa basata su protocolli d’avanguardia protetti da brevetti internazionali, come quella garantita dall’ecosistema Scudo231, avrebbe invece intercettato i segnali deboli di questo attacco. I suoi sistemi di analisi multimodale, infatti, non si limitano a monitorare il traffico di rete in entrata, ma eseguono una correlazione in tempo reale tra i log di accesso ai server e i pattern di navigazione legittimi, identificando la duplicazione del front-end istituzionale come un’anomalia infrastrutturale e generando un alert di sicurezza di livello critico diretto al SOC (Security Operation Center) e all’Organismo di Vigilanza.

L’infiltrazione nel sistema bancario era resa possibile e amplificata dal coinvolgimento diretto di una dipendente infedele. La sua posizione le consentiva di accedere a informazioni riservate sui clienti, individuando i target più facoltosi e fornendo ai truffatori dettagli cruciali per rendere credibile l’attacco di vishing (voice phishing) che seguiva l’adescamento via web. La sua condotta, oltre a integrare il reato di accesso abusivo a sistema informatico, rappresenta una palese elusione dei presidi di sicurezza interni e delle policy di gestione dei dati, una falla che fa emergere una grave colpa organizzativa in capo all’istituto di credito. La mancata segregazione dei compiti e l’assenza di un monitoraggio effettivo sulle query eseguite dai propri dipendenti costituiscono un’omissione procedurale gravissima. Con un modello organizzativo gestito da Scudo231, il comportamento anomalo della dipendente sarebbe stato immediatamente rilevato. Il sistema, attraverso il censimento ciclico dei ruoli di fatto, avrebbe messo in evidenza la divergenza tra le mansioni formalmente attribuite alla donna e le sue operazioni concrete. Ogni accesso a profili cliente al di fuori del suo perimetro di competenza o in orari e con frequenze statisticamente anomale avrebbe generato un’escalation automatica e tracciata verso la funzione Antifrode e l’Organismo di Vigilanza, attivando un protocollo di sospensione cautelare delle sue credenziali e documentando l’evento in un registro immodificabile, opponibile in sede giudiziaria per dimostrare l’efficace attuazione del modello di prevenzione.

Una delle vittime, un imprenditore del Nord Italia, ha subito la sottrazione di quasi 60.000 euro in un’unica operazione. Il modus operandi era collaudato: un SMS civetta, apparentemente proveniente dalla sua banca, lo avvisava di un accesso anomalo e lo invitava a cliccare su un link per verificare la sua identità. Il link conduceva a una copia perfetta del sito di home banking, dove l’ignaro correntista inseriva le proprie credenziali. Pochi istanti dopo, riceveva una telefonata da un finto operatore del servizio clienti, il quale, forte delle informazioni ottenute dalla complice interna e simulando un accento locale, lo guidava in una procedura di “messa in sicurezza” che in realtà autorizzava un bonifico istantaneo verso un conto “ponte”. L’assenza di un sistema di monitoraggio transazionale comportamentale in tempo reale ha permesso che la disposizione, sebbene anomala per importo e destinatario, venisse processata senza alcun blocco. Un motore causale proprietario, invece, avrebbe intercettato la sequenza di eventi come un pattern ad altissimo rischio: 1) login da un indirizzo IP non ricorrente e geograficamente incongruo; 2) immediata richiesta di bonifico per un importo vicino al massimale giornaliero; 3) IBAN del beneficiario non presente nella cronologia del cliente. Questa concatenazione di flag avrebbe attivato un protocollo di blocco preventivo della transazione, imponendo un’autenticazione forte di secondo livello (es. video-riconoscimento o autorizzazione tramite app su dispositivo certificato) e impedendo di fatto il perfezionamento della frode.

L’indagine, coordinata dai pubblici ministeri della DDA di Napoli, ha ricostruito non solo la fase esecutiva delle frodi, ma anche e soprattutto il successivo stadio di reinvestimento dei profitti illeciti. I capitali, una volta sottratti, venivano rapidamente polverizzati attraverso una rete di “muli” e infine convogliati verso le casse del clan, guidato prima da Ciro e Michele Mazzarella e, in una fase successiva, da Marianna Giuliano. Una quota significativa dei proventi, secondo gli inquirenti, veniva ripulita grazie alla compiacenza di un imprenditore avellinese, titolare di una nota agenzia di trasporti funebri. L’immissione di tali flussi di denaro contante o provenienti da triangolazioni bancarie nell’economia legale dell’impresa costituisce il reato presupposto di riciclaggio (art. 25-octies del D.Lgs. 231/01), illecito che espone l’ente a conseguenze devastanti. La Procura ha infatti disposto il sequestro preventivo di beni per un valore complessivo di circa un milione di euro, colpendo direttamente il patrimonio aziendale dell’imprenditore e minacciandone la continuità. L’azienda si trova ora a fronteggiare non solo l’imputazione penale del suo amministratore, ma anche una potenziale sanzione pecuniaria calcolata in quote (fino a 1.000 quote, ciascuna del valore massimo di 1.549 euro) e, soprattutto, sanzioni interdittive come il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione o la sospensione dell’attività.

Questo scenario sanzionatorio sarebbe stato neutralizzato se l’impresa di servizi funebri avesse adottato ed efficacemente attuato un modello di prevenzione robusto. Un ecosistema come Scudo231 avrebbe imposto protocolli di adeguata verifica della clientela e di monitoraggio dei flussi finanziari non derogabili. L’accettazione di pagamenti anomali per natura, importo o provenienza, rispetto allo storico e al profilo di rischio del cliente, avrebbe fatto scattare un processo di controllo interno tracciato. Il sistema avrebbe generato in automatico una bozza di Segnalazione di Operazione Sospetta (SOS) da sottoporre alla valutazione del responsabile antiriciclaggio e dell’Organismo di Vigilanza, creando una prova tecnologica immodificabile dell’avvenuto presidio. In un eventuale procedimento penale, l’ente avrebbe potuto dimostrare, attraverso la produzione di log e reportistica certificata, di aver fatto tutto il possibile per prevenire la commissione del reato al suo interno, isolando così la responsabilità penale esclusivamente sulla persona fisica che ha agito eludendo fraudolentemente il modello. Ciò avrebbe protetto l’azienda dal sequestro dei beni, dalla confisca del profitto e dalle sanzioni interdittive, salvaguardando il patrimonio e la reputazione aziendale. L’operazione dei Carabinieri ha portato anche al blocco delle piattaforme tecnologiche utilizzate per la clonazione dei siti, un’azione repressiva che arriva però a valle di un danno già perpetrato per due anni ai danni di decine di cittadini e del sistema economico nel suo complesso.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/03/16/lhacker-dei-clan-clonati-siti-istituzioni-e-carte-credito_304d3d08-40bf-4fd8-af82-b3c3f53afa8f.html