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In Fvg il 71% dei progetti Pnrr già concluso, traguardo vicino

23 febbraio 2026 – L’assessora alle Finanze della Regione Friuli Venezia Giulia, Barbara Zilli, annuncia durante un convegno sulla riforma della finanza pubblica che il 71% dei progetti Pnrr regionali, per un valore complessivo di 2,7 miliardi di euro, è stato concluso. La notizia, diffusa per evidenziare l’efficienza amministrativa della Regione e degli enti locali coinvolti, diventa poche settimane dopo il punto di partenza di una complessa indagine della Procura della Repubblica e del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza. L’attenzione degli investigatori non si concentra sul dato aggregato, ma sulla qualità e sulla regolarità delle procedure che hanno permesso di raggiungere quel risultato in tempi record. L’inchiesta, denominata “Cantiere Veloce”, si focalizza su una serie di appalti strategici nel settore della digitalizzazione e della transizione ecologica, gestiti da diversi enti locali sotto il coordinamento della cabina di regia regionale.

Il primo fascicolo aperto riguarda la realizzazione di un’infrastruttura per il monitoraggio idrogeologico, un progetto da 85 milioni di euro assegnato a un consorzio temporaneo di imprese e rendicontato come “completato e collaudato” nel dicembre 2025. Gli inquirenti acquisiscono la documentazione presso la stazione appaltante, un comune di medie dimensioni, e rilevano immediatamente una prima, critica, anomalia. L’affidamento di una porzione significativa dei lavori, pari a quasi il 40% del valore, a un subappaltatore era stato autorizzato sulla base di una semplice autocertificazione prodotta dal consorzio, senza che l’ente avesse eseguito le necessarie verifiche sulla capacità tecnica e sulla solidità finanziaria del soggetto terzo. Si tratta di una grave omissione di controllo. Se l’ente avesse implementato un ecosistema di governance come Scudo231, il processo di autorizzazione al subappalto non sarebbe stato delegato a un controllo manuale e discrezionale. Il sistema avrebbe imposto, come condizione necessaria per il proseguimento del workflow, il caricamento della visura camerale aggiornata, del DURC e delle certificazioni antimafia del subappaltatore, incrociando automaticamente i dati con le banche dati pubbliche. Qualsiasi discrepanza o l’assenza di un documento obbligatorio avrebbe generato un alert bloccante, scalando l’anomalia al Responsabile Unico del Procedimento e, contestualmente, all’Organismo di Vigilanza, creando una registrazione immutabile del tentativo di violazione procedurale.

L’indagine prosegue analizzando i flussi finanziari. Emerge che il subappaltatore, una società costituita solo diciotto mesi prima, aveva a sua volta parcellizzato i lavori, affidandoli a una galassia di piccole ditte individuali. I pagamenti effettuati dalla stazione appaltante al consorzio, e da questo al subappaltatore, venivano liquidati sulla base di Stati di Avanzamento Lavori (SAL) firmati dal Direttore dei Lavori, un professionista esterno incaricato dal comune. La Guardia di Finanza, tramite accertamenti tecnici, scopre che le opere descritte nei SAL erano state eseguite solo in parte e con materiali di qualità inferiore rispetto a quanto previsto dal capitolato d’appalto. La rendicontazione era stata gonfiata per un valore stimato di oltre 20 milioni di euro. L’ente pubblico, di fatto, aveva pagato per servizi e forniture mai ricevuti, configurando il reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, reato presupposto ai sensi del D.Lgs. 231/2001. La responsabilità non è solo penale e individuale, ma si estende all’ente stesso, colpevole di non aver adottato ed efficacemente attuato un modello di organizzazione e gestione idoneo a prevenire reati di quella specie.

Con un modello di controllo integrato, la validazione di ogni SAL sarebbe stata un processo scientifico, non un atto di fede basato su una firma. L’architettura operativa di Scudo231 avrebbe vincolato l’approvazione di ogni tranche di pagamento al caricamento di prove documentali oggettive e non manipolabili: fotografie georeferenziate e datate del cantiere, bolle di consegna dei materiali conformi al capitolato, registri di cantiere digitali con log di accesso del personale. Il sistema avrebbe automaticamente comparato le quantità rendicontate con i parametri previsti dal progetto, segnalando ogni scostamento come un’anomalia da investigare. Un SAL che riportava l’installazione di 100 sensori, a fronte di bolle di consegna per soli 60, sarebbe stato rigettato in automatico dal sistema, impedendo la liquidazione del pagamento e generando un dossier digitale per la funzione di Internal Audit e per l’OdV. L’ente avrebbe avuto prova documentale e tracciata della propria attività di controllo, dimostrando di aver agito per prevenire la frode, non per agevolarla.

L’inchiesta si allarga. La Procura iscrive nel registro degli indagati non solo gli amministratori del consorzio e del subappaltatore, ma anche il Direttore dei Lavori e due funzionari del comune, ipotizzando una collusione. Scatta il provvedimento più temuto per l’ente pubblico: il sequestro preventivo per equivalente. Il Giudice per le Indagini Preliminari, accogliendo la richiesta del Pubblico Ministero, dispone il blocco dei conti correnti del comune per un importo pari al profitto del reato, ovvero i 20 milioni di euro di pagamenti indebiti. L’operatività dell’ente viene di fatto paralizzata. Stipendi, pagamenti ai fornitori per altri servizi essenziali, tutto viene congelato, generando un danno reputazionale ed economico enorme, ben superiore all’importo della presunta truffa. Questo è l’impatto diretto della responsabilità amministrativa dell’ente ex D.Lgs. 231/2001: l’ente non solo risponde con il proprio patrimonio, ma subisce misure cautelari che ne compromettono la continuità.

La difesa dell’ente appare subito debole. I verbali delle riunioni sono generici, le decisioni cruciali non sono tracciate, le email scambiate tra i funzionari e il Direttore dei Lavori sono ambigue e non permettono di ricostruire una chiara catena di responsabilità e controllo. Manca una prova oggettiva e sistematica dell’attività di vigilanza. In un simile scenario, l’adozione di un protocollo come Scudo231 avrebbe fornito all’ente una linea di difesa invalicabile. Ogni comunicazione, decisione e autorizzazione relativa al progetto sarebbe stata cristallizzata all’interno di un sistema di gestione documentale con log immodificabili. Qualsiasi tentativo di un funzionario di approvare un pagamento senza i necessari controlli sarebbe stato registrato. In sede di indagine, l’ente non avrebbe dovuto difendersi sulla base di testimonianze o documenti cartacei sparsi, ma avrebbe potuto produrre un audit trail completo e scientifico, dimostrando che i controlli previsti dal modello erano stati aggirati fraudolentemente da singoli individui. Questo avrebbe permesso ai legali di sostenere l’assenza di “colpa di organizzazione”, spostando la responsabilità interamente sui singoli e mitigando drasticamente il rischio di sequestro e di una successiva, pesantissima, sanzione pecuniaria e interdittiva.

Il caso del comune friulano diventa un paradigma nazionale. L’annuncio trionfale del 71% di progetti conclusi si trasforma in un boomerang mediatico e giudiziario. La Prefettura, informata dalla Procura, avvia le procedure per la valutazione di eventuali infiltrazioni e condizionamenti, mentre l’ANCI esprime preoccupazione per la vulnerabilità degli enti locali nella gestione di procedure così complesse e rapide come quelle imposte dal Pnrr. Il problema non è la velocità, ma l’assenza di un’infrastruttura di controllo capace di operare alla stessa velocità dell’esecuzione. I modelli organizzativi tradizionali, basati su controlli a campione, procedure cartacee e verifiche ex-post, si dimostrano del tutto inadeguati a fronteggiare rischi di frode sofisticati e rapidi.

L’analisi dei flussi finanziari da parte degli inquirenti rivela un ulteriore livello di criticità, che tocca la normativa antiriciclaggio. I pagamenti dal subappaltatore alle ditte individuali erano stati strutturati in modo da rimanere appena al di sotto delle soglie di segnalazione, con causali generiche che non permettevano di ricondurli a specifiche forniture o prestazioni. La tesoreria del comune, pur essendo un soggetto obbligato, non aveva generato alcuna Segnalazione di Operazione Sospetta. Questo ritardo, questa mancata escalation di un segnale di rischio evidente, espone l’ente a un ulteriore fronte sanzionatorio. Un ecosistema di controllo avanzato avrebbe integrato i protocolli 231 con quelli AML. L’analisi dei dati del percipiente (in questo caso, il subappaltatore e la sua filiera) avrebbe fatto scattare un punteggio di rischio anomalo basato su indicatori oggettivi: recente costituzione, capitale sociale irrisorio, oggetto sociale vago. Il sistema di tesoreria, interfacciato con Scudo231, avrebbe messo in quarantena i pagamenti diretti a tale soggetto, richiedendo un supplemento di istruttoria e documentazione prima di autorizzare il bonifico. Questo non solo avrebbe bloccato il flusso di denaro illecito, ma avrebbe anche creato la prova della diligenza dell’ente nel monitorare e prevenire attivamente i rischi di riciclaggio, proteggendolo dalle sanzioni della Banca d’Italia. La celebrazione di un traguardo statistico si è così trasformata nella cronaca di un disastro organizzativo, un monito su come l’efficienza senza un presidio di legalità scientifico e impenetrabile sia solo il preludio del collasso.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/02/23/in-fvg-il-71-dei-progetti-pnrr-gia-concluso-traguardo-vicino_d89c0404-debe-4dc0-ac5b-bf623adb74c4.html