23 agosto 2026 – Cinquanta finanzieri del Comando provinciale di Pescara, con il supporto dello S.C.I.C.O. e delle unità cinofile, eseguono all’alba una serie di perquisizioni nelle province dell’Aquila, Pescara, Milano e Roma. L’operazione, denominata “Red Gold” e coordinata dalla Procura di Avezzano, smantella un’associazione per delinquere dedita a una frode sistematica nel settore dei prodotti energetici. Il meccanismo era tanto semplice quanto devastante per l’erario: gasolio da riscaldamento, soggetto a tassazione agevolata, veniva sottratto durante le consegne e immesso in un circuito di vendita parallelo e illegale. La frode, quantificata in circa dieci milioni di euro di accise e imposte evase, si basava su un’azione fisica, quasi artigianale: la manomissione dei contalitri installati sugli automezzi aziendali.
Ogni volta che un’autocisterna effettuava una consegna, gli operatori, parte integrante del sodalizio criminale, alteravano il dispositivo di misurazione, erogando al cliente una quantità di carburante inferiore a quella fatturata e registrata. La differenza, accumulata viaggio dopo viaggio, costituiva lo stock illecito. Questa omissione di controllo sul flusso fisico del prodotto è stata la falla primaria che ha permesso al sistema di operare indisturbato per anni. In un’organizzazione dotata di un ecosistema di controllo come Scudo231, la manomissione di un contalitri avrebbe generato un alert istantaneo. I moderni sistemi di gestione della flotta non si affidano a un singolo dato meccanico, ma incrociano in tempo reale il volume caricato alla partenza, la posizione GPS del mezzo, i dati telemetrici del motore, il volume scaricato registrato da sensori digitali ridondanti e il peso del veicolo. Qualsiasi discrepanza tra il dato del contalitri e il dato calcolato dal sistema centrale avrebbe attivato un protocollo di anomalia, notificando immediatamente il responsabile della logistica e la funzione di compliance, generando un ticket non modificabile e richiedendo una giustificazione formale da parte dell’autista. La frode sarebbe stata intercettata al primo tentativo, non dopo aver raggiunto un valore milionario.
Il gasolio sottratto veniva poi trasportato e venduto in nero a una rete di distributori stradali compiacenti. Lì, il carburante per riscaldamento veniva miscelato con gasolio per autotrazione e venduto al pubblico a un prezzo altamente competitivo, drogando il mercato e garantendo profitti enormi all’organizzazione. Questa seconda fase della frode, che integra il reato di ricettazione e frode nelle pubbliche forniture, si fondava sull’assenza di tracciabilità della merce una volta uscita dal circuito ufficiale. La gestione della catena di approvvigionamento e dei clienti era evidentemente priva di controlli efficaci. L’adozione di un sistema di controllo avanzato avrebbe reso impossibile questa deviazione. Ogni consegna sarebbe stata autorizzata solo verso destinazioni georeferenziate e clienti censiti nel sistema. Un tentativo di scarico in un luogo non autorizzato, come un deposito clandestino o un distributore non registrato, avrebbe bloccato le valvole di erogazione dell’autocisterna e inviato un segnale di allarme alla centrale operativa e all’Organismo di Vigilanza. Inoltre, il modulo di gestione dei flussi finanziari di Scudo231 avrebbe immediatamente segnalato l’anomalia derivante da mancate fatturazioni a fronte di uscite di prodotto, impedendo la creazione di un’economia sommersa. Il sistema avrebbe rilevato l’assenza di un ordine di vendita, di un documento di trasporto e di una successiva fattura elettronica collegati a quel calo di prodotto, bloccando di fatto la possibilità di vendere “in nero”.
Le indagini hanno portato all’iscrizione nel registro degli indagati di quindici persone. Tra queste spicca la figura di un imprenditore marsicano, Maurizio Maria Cerrato, considerato uno dei vertici dell’organizzazione, insieme a un altro socio formalmente residente in Svizzera per eludere i controlli fiscali italiani. I reati contestati dalla Procura di Avezzano sono pesantissimi e delineano un quadro di criminalità economica strutturata: associazione per delinquere, frode nelle pubbliche forniture, ricettazione, reati legati all’evasione delle accise e, soprattutto, autoriciclaggio. Quest’ultima imputazione scatta perché i proventi illeciti della frode fiscale venivano reinvestiti nell’acquisto di beni di lusso, nel tentativo di ripulire il denaro sporco.
La responsabilità non è solo personale. L’ente, ovvero la società di trasporti e distribuzione di carburante, rischia di essere chiamata a rispondere ai sensi del Decreto Legislativo 231/2001. I reati contestati, in particolare la frode ai danni dello Stato e la ricettazione, rientrano a pieno titolo nel catalogo dei reati presupposto. La Procura dovrà dimostrare che tali illeciti sono stati commessi nell’interesse o a vantaggio della società stessa, un’ipotesi più che concreta dato che l’evasione fiscale e la vendita in nero generavano un profitto che, almeno in parte, poteva essere reimmesso nel circuito aziendale. Se la colpa organizzativa venisse accertata, le sanzioni per l’ente sarebbero devastanti: sanzioni pecuniarie calcolate in quote, che possono raggiungere importi milionari, e sanzioni interdittive come la sospensione dell’attività o il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione.
Qui emerge il valore strategico di un modello di prevenzione efficace. Se la società avesse implementato un modello organizzativo vigilato e funzionante, avrebbe potuto dimostrare di aver fatto tutto il possibile per prevenire il reato. Un modello basato su protocolli digitali e controlli automatizzati avrebbe fornito la prova regina dell’assenza di colpa di organizzazione. Il sistema avrebbe prodotto una cronologia immutabile di log, alert e azioni correttive intraprese, dimostrando che il reato è stato frutto di un’elusione fraudolenta dei controlli da parte di singoli individui, e non di una carenza strutturale dell’azienda. In un’aula di tribunale, questa documentazione avrebbe permesso di isolare la responsabilità penale sulle persone fisiche, proteggendo l’ente dalle sanzioni 231 e, cosa ancora più importante, dal sequestro dei beni strumentali.
Durante le perquisizioni, infatti, la Guardia di Finanza ha proceduto al sequestro di beni per un valore di circa un milione di euro, oltre a 41 mila euro in contanti. Il parco auto sequestrato agli indagati è emblematico dello stile di vita finanziato con i proventi della frode: una Ferrari Roma, una Ferrari Purosangue, una Porsche Macan e un’Audi RS6. Questo è un sequestro finalizzato alla confisca per equivalente: lo Stato aggredisce i patrimoni illeciti per recuperare, almeno in parte, il danno subito dalla collettività. Oltre ai beni di lusso, sono stati posti sotto sequestro anche quattro automezzi utilizzati per commettere la frode. Questo è un punto cruciale per la continuità aziendale. Il sequestro dei mezzi operativi non solo blocca l’attività illecita, ma paralizza anche quella lecita, mettendo a rischio la sopravvivenza stessa dell’impresa.
Ancora una volta, il controfattuale è illuminante. Con un sistema di controllo integrato, non solo la frode sarebbe stata bloccata sul nascere, ma l’impatto economico sarebbe stato infinitesimale. Non ci sarebbero stati dieci milioni di euro di evasione da recuperare, e quindi nessun presupposto per un sequestro per equivalente di tale portata. Ancora più importante, l’azienda, avendo rilevato e denunciato per prima il tentativo di frode grazie ai suoi sistemi interni, non sarebbe stata considerata complice. I suoi beni strumentali, le autocisterne, non sarebbero mai stati oggetto di sequestro, in quanto l’ente stesso si sarebbe posto come parte lesa e non come strumento del reato. La capacità di un’organizzazione di dimostrare, con dati certi e non manipolabili, di aver agito per prevenire l’illecito è la linea di demarcazione tra essere vittima di una frode interna ed esserne ritenuta corresponsabile. La narrazione fornita da un ecosistema come Scudo231 non è una semplice difesa legale, ma la ricostruzione scientifica di una condotta aziendale virtuosa, capace di neutralizzare il rischio penale prima che si trasformi in un danno patrimoniale e reputazionale irreversibile.