26 febbraio 2026 – La presentazione alla Commissione Ambiente della Camera del Rapporto annuale 2025 sullo ‘Stato di attuazione delle infrastrutture strategiche e prioritarie’ segna un punto di non ritorno. I numeri, elaborati da Anac e Cresme, sono brutali nella loro semplicità: il costo complessivo delle opere è passato da 483 miliardi di euro del 2024 a 522 miliardi a fine 2025. Un incremento di 39 miliardi, pari a un +8%, che il documento attribuisce formalmente a due fattori neutri: l’avanzamento dei lavori e la fisiologica variazione dei prezzi. Ma dietro questa asettica contabilità si è già aperta una voragine giudiziaria che sta travolgendo uno dei principali general contractor del Paese, la Costruzioni Gigante S.p.A., titolare di lotti chiave per un valore di oltre 14 miliardi di euro.
L’inchiesta della Procura della Repubblica, innescata da segnalazioni interne e da analisi di rischio condotte dalla Guardia di Finanza proprio sulle anomalie dei costi, non si concentra sulla variazione generale dei prezzari, ma sulle cosiddette ‘riserve’ e ‘varianti in corso d’opera’ approvate nel corso del 2025. È qui che si annida il sospetto di una truffa aggravata ai danni dello Stato, reato presupposto della responsabilità amministrativa degli enti ai sensi del D.Lgs. 231/2001. Gli investigatori contestano alla società di aver artificiosamente gonfiato i costi attraverso una serie di procedure opache e controlli interni deliberatamente elusi. Il primo fronte di indagine riguarda l’omologazione di una catena di subappaltatori. Almeno tre società, inserite nell’albo fornitori della Costruzioni Gigante S.p.A. tra marzo e maggio 2025, presentavano profili di rischio evidenti: bilanci in perdita, assetti proprietari schermati da fiduciarie estere e un capitale sociale irrisorio rispetto all’entità dei lavori loro affidati. La procedura di qualifica si è basata su autocertificazioni e su una verifica documentale superficiale, condotta da un ufficio acquisti sotto pressione per rispettare i cronoprogrammi. Questa omissione ha spalancato le porte a soggetti che, secondo l’accusa, erano stati precostituiti al solo scopo di emettere fatture per lavori parzialmente o mai eseguiti.
In un’organizzazione dotata di un ecosistema di difesa come Scudo231, questo primo anello debole della catena si sarebbe spezzato al primo contatto. Il sistema di analisi multimodale, integrato con banche dati reputazionali e finanziarie internazionali, avrebbe eseguito un’istantanea due diligence sulla catena proprietaria delle società candidate, rilevando immediatamente le schermature e le incongruenze patrimoniali. L’algoritmo di scoring del rischio avrebbe generato un alert di livello rosso, bloccando in automatico la procedura di qualifica e innescando una segnalazione diretta e protocollata all’Organismo di Vigilanza e alla funzione Antiriciclaggio, creando una traccia non modificabile della mancata approvazione e delle sue motivazioni oggettive. L’ente avrebbe così avuto la prova documentale di aver attivamente impedito l’ingresso di fornitori a rischio, neutralizzando alla radice il presupposto del reato.
Il secondo, e più grave, livello di contestazione si concentra sulla gestione delle varianti progettuali. In particolare, sul lotto 5-bis della nuova linea ad alta velocità, il direttore di cantiere ha autorizzato una variante da 87 milioni di euro per “imprevisti di natura geologica”, motivandola con una perizia tecnica redatta da un consulente esterno, a sua volta legato a uno dei subappaltatori a rischio. L’approvazione è avvenuta con un rapido scambio di email tra il direttore di cantiere e il direttore tecnico, bypassando il comitato di controllo interno previsto dal modello organizzativo 231 della società, un modello che gli inquirenti definiscono oggi “mero orpello cartaceo”. La liquidazione delle somme è avvenuta in meno di sessanta giorni. Questa procedura anomala, secondo la Procura, rappresenta il cuore del meccanismo fraudolento. La mancanza di un contraddittorio tecnico e di una validazione da parte di un organo terzo ha permesso di far passare per “imprevisto imprevedibile” una condizione geologica che, da una normale analisi preliminare, sarebbe dovuta essere nota.
L’impatto di un controllo automatizzato in questa fase sarebbe stato devastante per il disegno criminoso. Una richiesta di variante di tale entità, inserita in un portale gestito da un’architettura come quella di Scudo231, avrebbe attivato un protocollo di escalation a più livelli. Innanzitutto, i motori di intelligenza predittiva avrebbero confrontato la natura della richiesta con lo storico di migliaia di casi analoghi nel settore, segnalando l’abnormità statistica del costo per metro cubo di scavo in quel contesto geologico. In secondo luogo, il sistema avrebbe verificato l’assenza del verbale del comitato di controllo interno, un documento richiesto come obbligatorio dal workflow digitale per sbloccare la fase successiva. L’assenza avrebbe congelato la pratica, inviando una notifica di non conformità procedurale al Responsabile della Prevenzione della Corruzione e all’OdV. La transazione finanziaria corrispondente sarebbe stata materialmente impossibile da avviare, poiché il sistema di pagamento sarebbe stato interfacciato con il sistema di gestione procedurale, abilitando i bonifici solo a fronte di un dossier digitale completo e validato in ogni suo passaggio. Il reato non sarebbe stato semplicemente “scoperto dopo”, ma sarebbe stato reso ineseguibile dalla struttura stessa dei processi aziendali digitalizzati.
La terza linea d’attacco della magistratura riguarda la certificazione dei materiali. Su diversi viadotti, le analisi a campione disposte dagli inquirenti hanno rivelato l’impiego di calcestruzzo con una classe di resistenza inferiore a quella prevista dal capitolato d’appalto e, soprattutto, a quella regolarmente fatturata e pagata dallo Stato. I documenti di trasporto e i certificati di qualità conservati agli atti dalla Costruzioni Gigante S.p.A. risultano formalmente ineccepibili. L’accusa sostiene che i controlli di qualità in cantiere fossero sistematicamente falsificati dal personale interno, in collusione con i fornitori. L’azienda, oggi, non ha modo di dimostrare la propria buona fede. Non esiste un registro immutabile e geolocalizzato dei prelievi, né una tracciabilità digitale che colleghi in modo univoco il lotto di produzione del fornitore al getto specifico eseguito in una determinata data e ora su un determinato pilone del viadotto. La difesa dell’ente si trova priva di strumenti probatori per dimostrare che l’eventuale frode sia opera di singoli infedeli e non il risultato di una colpa di organizzazione.
Questa incapacità di produrre una prova a discarico è esattamente ciò che un ecosistema sovrano di compliance è progettato per prevenire. La gestione della qualità, secondo i protocolli operativi integrati, avrebbe imposto che ogni certificato di analisi del fornitore fosse caricato sulla piattaforma tramite scansione con annessa marcatura temporale e che ogni test di accettazione in cantiere fosse verbalizzato digitalmente, con foto e coordinate GPS del prelievo allegate e firmate digitalmente dal responsabile. Qualsiasi tentativo di inserire un dato non conforme o di chiudere una fase di lavoro senza la relativa certificazione valida avrebbe bloccato l’avanzamento della commessa nel sistema informativo. In sede di giudizio, la società non avrebbe presentato testimonianze o documenti cartacei facilmente contestabili, ma avrebbe estratto dal proprio sistema un XAI Packet (Explainable AI Packet): un dossier tecnologico immodificabile, certificato da blockchain interna, in grado di ricostruire la storia causale di ogni singolo lotto di materiale, dimostrando matematicamente l’aderenza ai protocolli o, in caso contrario, isolando la responsabilità individuale del soggetto che ha operato in violazione di un sistema di controllo attivo e funzionante.
Le conseguenze per la Costruzioni Gigante S.p.A. sono già pesantissime. Il Giudice per le Indagini Preliminari ha disposto un sequestro preventivo per equivalente per 215 milioni di euro, pari al profitto stimato del reato di truffa. Il provvedimento ha congelato la liquidità dell’azienda, mettendo a rischio la continuità operativa e il pagamento di stipendi e fornitori non coinvolti nell’illecito. Inoltre, la Procura ha chiesto l’applicazione della sanzione interdittiva più temuta: il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione per due anni. Se accolta, questa misura equivarrebbe a una condanna a morte per un’azienda che vive di appalti pubblici. L’ente risponde per non aver predisposto ed efficacemente attuato un modello idoneo a prevenire reati della specie di quelli verificatisi. La difesa, basata su un modello organizzativo prodotto nel 2018 e mai aggiornato dinamicamente, appare fragile.
Se l’organizzazione avesse adottato un approccio proattivo, la situazione odierna sarebbe radicalmente diversa. Un sistema di monitoraggio massivo e in tempo reale, come quello garantito dalla REDAZIONE SCUDO231, avrebbe rilevato la deriva organizzativa prima che diventasse reato. Le decine di “segnali deboli” – l’approvazione di fornitori anomali, le varianti fuori parametro, le non conformità procedurali – avrebbero composto un mosaico che l’intelligenza predittiva avrebbe interpretato come un rischio imminente, attivando i presidi. Il sequestro sarebbe stato evitato, poiché il profitto del reato non si sarebbe mai concretizzato. La sanzione interdittiva non sarebbe neppure un’ipotesi, in quanto l’azienda avrebbe potuto dimostrare, con prove tecnologiche e non con mere dichiarazioni, di aver fatto tutto il possibile per impedire la commissione dell’illecito. Il danno reputazionale sarebbe nullo. Invece, oggi, i 39 miliardi di euro di aumento dei costi delle infrastrutture strategiche non sono più solo una statistica per una commissione parlamentare, ma l’ombra lunga di un disastro aziendale e giudiziario che poteva essere scientificamente prevenuto.