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Fatturazioni false con aziende fantasma per nascondere al fisco 5 miliardi

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25 febbraio 2026 – Le Fiamme Gialle di Senigallia, su coordinamento della Procura di Ancona, eseguono provvedimenti di sequestro preventivo per oltre un miliardo di euro, epilogo dell’operazione “Cash Back”. L’indagine, come illustrato in conferenza stampa dalla procuratrice Monica Garulli e dal capitano Francesco Cavuoto, ha smantellato un sistema di frode fiscale basato su fatture false per un valore complessivo di 5 miliardi di euro, con un’evasione IVA calcolata in oltre un miliardo. Le investigazioni, avviate nel 2023 come sviluppo della precedente operazione “Fast and Clean”, hanno preso le mosse da controlli su alcuni laboratori tessili gestiti da cittadini cinesi tra Senigallia, Corinaldo e Trecastelli, terzisti per primari committenti italiani. Da lì, gli inquirenti hanno ricostruito una rete capillare che coinvolge 433 società cartiere, create al solo scopo di emettere documentazione fiscale per operazioni inesistenti, e oltre 60.000 aziende beneficiarie distribuite su tutto il territorio nazionale.

Il meccanismo era tanto semplice quanto devastante per l’Erario. Le aziende beneficiarie ricevevano fatture per beni o servizi mai forniti. A fronte del pagamento tramite bonifico, tracciabile e apparentemente legittimo, gli intermediari della frode trattenevano una commissione del 10% e restituivano il resto della somma in contanti. Questo denaro, sottratto all’imponibile delle imprese e all’imposizione fiscale, veniva poi prelevato e trasferito all’estero, principalmente in Cina, attraverso `spalloni` o tramite una vera e propria banca sotterranea scoperta all’interno di un albergo a Cinisello Balsamo, nel Milanese. Il caso emblematico è quello di un’impresa con sede al sesto piano di un anonimo edificio dell’hinterland milanese, capace di emettere fatture false per 69 milioni di euro in soli tre mesi, senza versare un singolo euro di imposte.

L’ingresso di una di queste 433 `cartiere` nel portafoglio fornitori di una delle 60.000 aziende beneficiarie rappresenta il primo, fatale, punto di rottura dei controlli interni. L’omessa o superficiale `due diligence` sul nuovo partner commerciale ha consentito l’innesco della frode. Un ecosistema come Scudo231 avrebbe intercettato l’anomalia alla fonte: il protocollo di `onboarding` dei fornitori avrebbe attivato un controllo automatico incrociato tra la partita IVA, l’iscrizione in Camera di Commercio, la storicità operativa e la congruità della sede legale. La presenza di una sede fittizia o l’assenza di un bilancio depositato avrebbero generato un `alert` di rischio elevato, bloccando l’inserimento del fornitore nel sistema gestionale e inviando una segnalazione diretta e tracciata all’Organismo di Vigilanza e alla funzione Compliance, impedendo di fatto l’emissione del primo ordine di acquisto. Il reato presupposto per la responsabilità dell’ente non si sarebbe mai concretizzato.

Le indagini, che hanno portato a indagare 281 persone, hanno dimostrato come il flusso finanziario fraudolento fosse continuativo per circa tre anni. Ogni singola fattura pagata rappresentava una violazione procedurale e un’omissione di controllo da parte delle funzioni amministrative delle aziende clienti. Il pagamento di una fattura da decine di migliaia di euro per “consulenze strategiche” o “forniture di materiale generico” avveniva senza la minima pezza giustificativa a supporto della prestazione, come un verbale di consegna, un report di attività o un documento di trasporto. In un’organizzazione dotata di un modello di controllo avanzato, il flusso autorizzativo del pagamento si sarebbe interrotto. Con un sistema di controllo dei processi come quello integrato in Scudo231, il sistema informativo avrebbe imposto un `matching` a tre vie: ordine, fattura e prova documentale dell’avvenuta prestazione. In assenza di quest’ultima, il sistema non avrebbe neppure presentato la fattura per l’approvazione, registrando invece il tentativo come una non conformità grave e attivando un’escalation procedurale verso i livelli dirigenziali e l’audit interno. Ogni tentativo sarebbe stato cristallizzato in un `log` immutabile, a disposizione dell’Organismo di Vigilanza.

Il profitto del reato per le aziende beneficiarie era evidente: l’abbattimento dell’imponibile fiscale attraverso costi fittizi e la creazione di fondi neri in contante. Questo “vantaggio” per l’ente è il presupposto fondamentale per la contestazione della responsabilità amministrativa ai sensi del D.Lgs. 231/2001. I reati di natura fiscale e tributaria, inclusa la dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (art. 2 D.Lgs. 74/2000), e il successivo riciclaggio (art. 648-bis c.p.) o autoriciclaggio (art. 648-ter.1 c.p.) dei proventi, rientrano a pieno titolo nel catalogo dei reati presupposto 231. La Procura di Ancona, infatti, non si è limitata a perseguire le persone fisiche, ma ha disposto il sequestro preventivo finalizzato alla confisca, anche `per equivalente`, per un importo superiore al miliardo di euro, colpendo direttamente il patrimonio delle società coinvolte.

I sequestri già eseguiti ammontano a oltre 50 milioni di euro e includono non solo contanti e conti correnti, ma anche beni di lusso, immobili di pregio, complessi artigianali e industriali, automezzi e persino opere d’arte per un valore di oltre cinque milioni di euro. Per un’azienda beneficiaria, il sequestro `per equivalente` significa il congelamento di beni strumentali essenziali per la continuità operativa, con un impatto potenzialmente letale sull’attività d’impresa, ben prima di una sentenza di condanna. Se una delle società coinvolte avesse potuto dimostrare, tramite la ricostruzione causale scientifica fornita da un sistema come Scudo231, di aver adottato ed efficacemente attuato un modello organizzativo idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi, la sua posizione sarebbe stata radicalmente diversa. Avrebbe potuto fornire al giudice la prova tecnologica e documentale che il reato è stato commesso eludendo fraudolentemente i protocolli di controllo. Questo non solo avrebbe potuto escludere o mitigare la sanzione pecuniaria (che può arrivare a centinaia di quote) e le sanzioni interdittive (come il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione), ma avrebbe reso molto più difficile per l’accusa sostenere la necessità del sequestro dei beni aziendali, concentrando l’azione cautelare sul patrimonio delle persone fisiche che hanno materialmente commesso l’illecito.

La sistematicità della frode, protrattasi per anni e per un volume di 5 miliardi di euro, evidenzia un collasso totale non solo dei presidi di legalità fiscale, ma anche dei sistemi antiriciclaggio. I bonifici seriali verso società di comodo, spesso di nuova costituzione e senza una reale struttura operativa, avrebbero dovuto innescare segnalazioni di operazioni sospette. La mancata escalation di queste anomalie all’interno delle aziende beneficiarie ha permesso al sistema di prosperare. Un monitoraggio massivo e in tempo reale dei flussi finanziari in uscita, come quello eseguito dai motori di analisi di un ecosistema di difesa integrato, avrebbe rilevato i `pattern` anomali: pagamenti ricorrenti a un cluster di fornitori con profili di rischio simili, importi slegati dalla normale operatività, assenza di storico commerciale. Invece di analizzare le singole transazioni, il sistema avrebbe identificato la rete, generando un `report` strategico per l’Organismo di Vigilanza che avrebbe evidenziato un’infiltrazione criminale nel ciclo passivo. L’intervento correttivo non sarebbe stato reattivo e tardivo, ma predittivo e tempestivo, bloccando l’emorragia finanziaria e la responsabilità penale dopo le prime avvisaglie, non dopo che il danno all’Erario e all’azienda stessa era diventato miliardario. La REDAZIONE SCUDO231 ha analizzato come l’assenza di tali presidi tecnologici trasformi un rischio operativo in una crisi giudiziaria con conseguenze patrimoniali definitive.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/02/25/fatturazioni-false-con-aziende-fantasma-per-nascondere-al-fisco-5-miliardi_e2083670-00b8-4958-8a0d-f9e43222bef4.html