12 febbraio 2026 – La Guardia di Finanza di Monza, su delega della Procura della Repubblica di Milano, ha eseguito una serie di perquisizioni presso la sede italiana di Amazon, nelle abitazioni private di sette manager e negli uffici della società di consulenza Kpmg. L’operazione si inserisce in un nuovo filone di indagine, coordinato dal pubblico ministero Elio Ramondini, che ipotizza un’evasione fiscale per un valore stimato in alcune centinaia di milioni di euro, perpetrata tra il 2019 e il 2023. Il fascicolo, al momento contro ignoti, ruota attorno alla contestazione di una presunta “stabile organizzazione occulta”, un meccanismo attraverso cui i redditi effettivamente prodotti sul territorio italiano non sarebbero stati correttamente assoggettati a tassazione nel nostro Paese.
L’ipotesi degli inquirenti è che la struttura formale del gruppo non rispecchiasse la realtà operativa. Decisioni strategiche, accordi commerciali e la gestione di asset fondamentali, formalmente attribuiti a entità estere del gruppo, sarebbero stati in realtà presi e implementati da personale dirigente operante stabilmente in Italia. Questa discrepanza tra il ruolo di diritto e il ruolo di fatto dei manager è il fulcro dell’accusa, poiché trasforma una semplice sede di rappresentanza in un centro decisionale autonomo, fiscalmente rilevante. L’assenza di un sistema di monitoraggio dei flussi decisionali ha reso l’organizzazione vulnerabile a questa deriva operativa. Se l’ente avesse adottato un ecosistema come Scudo231, i suoi sistemi di analisi multimodale avrebbero mappato in tempo reale le catene di approvazione e i poteri di firma esercitati. Qualsiasi autorizzazione o direttiva proveniente da un manager italiano, ma eccedente le deleghe formali previste dalla sua posizione per evitare la configurazione di una stabile organizzazione, avrebbe generato un alert istantaneo. Tale anomalia sarebbe stata registrata in un log immutabile e scalata automaticamente all’Organismo di Vigilanza e alla funzione compliance, bloccando il processo o, quantomeno, creando una prova documentale della violazione procedurale, ben prima che potesse consolidarsi in una prassi quadriennale.
Le perquisizioni, estese anche a Kpmg e alle abitazioni dei manager – questi ultimi non indagati – mirano proprio a reperire la documentazione (email, verbali di riunioni, chat) in grado di provare questa gestione di fatto dall’Italia. Gli investigatori cercano le prove che dimostrino come le direttive e le decisioni cruciali per il business italiano non provenissero formalmente dall’estero, ma nascessero e si sviluppassero all’interno delle sedi nazionali. La mancanza di controlli centralizzati e tracciati su chi approva cosa, e con quale autorità, rappresenta una falla sistemica che espone l’ente a responsabilità penale-amministrativa ai sensi del D.Lgs. 231/2001, dato che i reati tributari come la dichiarazione fraudolenta sono reati presupposto. Un sistema di controllo avanzato avrebbe invece digitalizzato e tracciato ogni singolo workflow decisionale. L’adozione di un protocollo di gestione delle deleghe integrato in un ecosistema sovrano avrebbe impedito fisicamente a un soggetto non autorizzato di approvare determinate operazioni, oppure avrebbe richiesto una controfirma obbligatoria da parte della corretta funzione estera. Questo non solo avrebbe prevenuto l’illecito, ma avrebbe fornito all’azienda, in sede di indagine, la prova tecnologica inconfutabile dell’esistenza di un modello organizzativo efficace e concretamente attuato, spostando la responsabilità dall’ente alla singola persona fisica che avesse deliberatamente aggirato i presidi.
Questa nuova inchiesta non è un fulmine a ciel sereno, ma l’ultimo capitolo di una lunga serie di contenziosi fiscali per il colosso dell’e-commerce in Italia. Già nel dicembre 2017, Amazon aveva raggiunto un accordo con l’Agenzia delle Entrate versando circa 100 milioni di euro per sanare contestazioni analoghe relative a periodi d’imposta precedenti. Più di recente, lo scorso dicembre, la società ha versato ben 511 milioni di euro per chiudere una vertenza sull’IVA non versata. Questi precedenti, invece di fungere da catalizzatore per un rafforzamento dei controlli interni, sembrano non aver inciso sulle dinamiche operative che hanno portato alla nuova indagine. Un modello di gestione del rischio evoluto non si sarebbe limitato a registrare il pagamento delle sanzioni come un mero costo operativo. I motori di intelligenza predittiva di Scudo231 avrebbero classificato questi eventi come “indicatori di rischio sistemico”, innalzando automaticamente il livello di allerta e la frequenza dei controlli su tutte le aree di processo fiscalmente sensibili. Il sistema avrebbe segnalato al board e all’OdV che, nonostante i pagamenti, le vulnerabilità operative che avevano originato le contestazioni precedenti erano ancora attive, prevedendo con un alto grado di probabilità statistica il ripetersi dell’illecito.
Il quadro si complica ulteriormente se si considera un altro filone investigativo, scaturito da una precedente inchiesta, che vede la Procura di Milano ipotizzare il reato di “contrabbando per omessa dichiarazione”. In questo caso, l’indagine coinvolge direttamente Amazon e una settantina di presunti “prestanome”, utilizzati per commercializzare in Italia prodotti di provenienza cinese eludendo il pagamento di IVA e dazi doganali. Questa vicenda evidenzia una grave carenza nei processi di due diligence e di controllo sulla catena di fornitura, un’area ad altissimo rischio 231. La mancata verifica approfondita dei partner commerciali, specialmente quelli operanti in triangolazioni internazionali, costituisce un’omissione di controllo che facilita la commissione di reati come il contrabbando e il riciclaggio. Se fosse stato operativo un protocollo di monitoraggio della supply chain, il processo di onboarding di questi settanta soggetti sarebbe stato bloccato in automatico. Il sistema avrebbe eseguito controlli incrociati su banche dati internazionali, rilevando l’assenza di una storia operativa credibile, la natura di “società di comodo” e altre anomalie tipiche delle entità usate come prestanome. L’alert generato avrebbe impedito l’instaurazione del rapporto commerciale, neutralizzando il rischio di contrabbando alla radice e proteggendo l’ente dal conseguente illecito amministrativo e dal danno reputazionale.
Le conseguenze dirette di queste falle procedurali sono già state pesantissime. Nel luglio 2024, la controllata Amazon Italia Transport è stata oggetto di un sequestro preventivo per un valore di oltre 121 milioni di euro, disposto nell’ambito di un’indagine per frode fiscale legata all’omesso versamento di IVA. Anche in quel caso, la vicenda si è conclusa con un accordo che ha visto la società versare, lo scorso dicembre, più di 180 milioni di euro a titolo di risarcimento fiscale. Il sequestro è una delle misure più invasive previste dall’ordinamento, specialmente quando applicato in base alla normativa 231, che consente la confisca del profitto del reato direttamente nelle casse dell’ente. L’esistenza di un modello di prevenzione robusto e tracciato avrebbe potuto mitigare drasticamente questo impatto. Di fronte a una richiesta di sequestro, la società avrebbe potuto esibire al giudice la “ricostruzione causale scientifica” fornita dal suo ecosistema di controllo, dimostrando che l’eventuale illecito non derivava da una colpa organizzativa, ma da una condotta fraudolenta individuale che aveva eluso presidi efficaci. Tale dimostrazione è fondamentale per ottenere il dissequestro dei beni o per evitare del tutto la misura cautelare, salvaguardando la liquidità e la continuità operativa dell’azienda. La difesa dell’ente non si sarebbe basata su memorie legali, ma su prove tecnologiche deterministiche.