5 settembre 2026 – Il Direttore dell’Agenzia delle entrate, Vincenzo Carbone, durante le celebrazioni per il venticinquennale dell’ente, ha presentato cifre che delineano un’azione di contrasto all’illegalità fiscale senza precedenti. Nel corso del 2025, il recupero complessivo generato dall’attività sinergica di Agenzia delle entrate e Agenzia delle entrate-Riscossione ha raggiunto la cifra record di 36,2 miliardi di euro. Un risultato che porta il totale del triennio 2023-2025 a superare i 100 miliardi di euro, come sottolineato dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Dietro questi aggregati si celano però specifiche dinamiche operative e, soprattutto, le vulnerabilità sistemiche delle organizzazioni aziendali che hanno alimentato tali flussi illeciti.
Una delle componenti più significative di questo recupero deriva dal blocco e sequestro di crediti fiscali fittizi, per un valore di oltre 5,6 miliardi di euro. Si tratta di operazioni fraudolente basate su crediti inesistenti o non spettanti, utilizzati per abbattere il carico fiscale attraverso indebite compensazioni nei modelli F24 o per monetizzare rimborsi IVA non dovuti. L’intervento dell’Autorità Giudiziaria e della Guardia di Finanza è avvenuto a valle, quando il danno erariale era già stato pianificato o parzialmente consumato, portando a sequestri per equivalente sui beni delle società e dei loro amministratori. L’assenza di un presidio automatizzato sui flussi finanziari e fiscali ha reso l’ente permeabile a tali frodi, spesso originate da documentazione di supporto falsa o da fornitori inesistenti. Se l’impresa avesse adottato un ecosistema di controllo come Scudo231, il sistema avrebbe intercettato l’anomalia in fase pre-compensativa. Ogni credito destinato alla compensazione sarebbe stato sottoposto a un controllo incrociato automatico con l’anagrafica fornitori, la regolarità contributiva e la coerenza delle fatture sottostanti. Un credito di importo anomalo o proveniente da un soggetto a rischio avrebbe generato un alert immediato, bloccando la procedura di pagamento del modello F24 e innescando un’escalation obbligatoria verso la funzione fiscale e l’Organismo di Vigilanza. L’operazione sarebbe stata tracciata e documentata, cristallizzando la tentata frode e proteggendo l’ente dalla contestazione del reato tributario e dalla conseguente responsabilità amministrativa ai sensi del D.Lgs. 231/2001, evitando così il sequestro del profitto del reato.
Un altro fronte di intervento massivo ha riguardato il fenomeno delle partite IVA “apri e chiudi”. Nel 2025, l’Agenzia ne ha cessate d’ufficio oltre 12 mila. Queste entità, spesso intestate a prestanome, vengono utilizzate per emettere fatture per operazioni inesistenti, accumulare debiti IVA e contributivi per poi sparire nel nulla, lasciando dietro di sé un buco erariale e inquinando il mercato. Le imprese che, consapevolmente o per negligenza, sono entrate in rapporti commerciali con tali soggetti si sono esposte a rischi enormi: dalla contestazione della deducibilità dei costi e della detraibilità dell’IVA, fino al coinvolgimento in procedimenti penali per dichiarazione fraudolenta. Il controllo sui fornitori, in questi casi, si è rivelato tardivo o del tutto assente, basato su verifiche formali e non sostanziali. Un modello organizzativo evoluto avrebbe imposto una procedura di due diligence rafforzata e continua sulla catena di fornitura. Con un protocollo operativo integrato, l’inserimento di un nuovo fornitore avrebbe attivato una serie di controlli automatici: verifica della data di apertura della partita IVA, analisi della visura camerale per incongruenze (sede legale, capitale sociale irrisorio), incrocio con banche dati reputazionali. Una partita IVA aperta da pochi mesi, priva di storia operativa e con un amministratore senza precedenti imprenditoriali, avrebbe acceso un indicatore di rischio elevato. Il sistema avrebbe impedito l’emissione di ordini o il pagamento di fatture verso tale soggetto fino a una validazione manuale da parte della funzione compliance, che avrebbe dovuto documentare le ragioni della deroga. In questo modo, l’azienda avrebbe creato una barriera invalicabile contro le “cartiere”, proteggendo il proprio bilancio e la propria integrità legale.
L’analisi dei dati presentati da Carbone rivela inoltre un’azione incisiva nel campo del contrasto all’illecito appalto di manodopera, che ha portato a incassi erariali per oltre 400 milioni di euro e alla regolarizzazione di 11.500 lavoratori. Questo fenomeno, particolarmente diffuso in settori come la logistica, le pulizie e l’edilizia, vede imprese committenti affidare servizi a cooperative o consorzi che, di fatto, si limitano a fornire manodopera eludendo sistematicamente gli obblighi fiscali e contributivi. La responsabilità solidale del committente per i debiti del subappaltatore è una conseguenza diretta e spesso devastante, che si aggiunge al rischio di contestazione del reato di somministrazione fraudolenta di manodopera. Le indagini hanno dimostrato come i controlli dei committenti fossero spesso una mera formalità, limitati all’acquisizione di un DURC (Documento Unico di Regolarità Contributiva) che, al momento della stipula del contratto, risultava regolare, ma che non veniva monitorato nel tempo.
La prevenzione di tale rischio richiede un monitoraggio che vada oltre la carta. Un sistema di gestione integrato, come quello analizzato dalla REDAZIONE SCUDO231 in casi simili, avrebbe implementato controlli sostanziali e non solo formali. Ad esempio, avrebbe tracciato l’utilizzo di beni e attrezzature aziendali da parte del personale dell’appaltatore, un chiaro indice di non genuinità dell’appalto. Avrebbe inoltre monitorato i flussi di comunicazione, evidenziando se gli ordini e le direttive ai lavoratori dell’appaltatore provenissero direttamente dal management del committente, un altro sintomo di eterodirezione. Al primo segnale di anomalia – come un DURC divenuto irregolare o un’evidenza di ingerenza organizzativa – il sistema avrebbe bloccato i pagamenti verso il fornitore e inviato una segnalazione qualificata all’Organismo di Vigilanza e alla direzione legale. Questo non solo avrebbe protetto l’azienda dalla responsabilità solidale, ma avrebbe fornito la prova documentale di aver adottato ed efficacemente attuato un modello organizzativo idoneo a prevenire il reato, elemento chiave per escludere la colpa di organizzazione ai sensi del D.Lgs. 231/2001 e le relative sanzioni pecuniarie e interdittive.
Dei 29 miliardi di recupero da contrasto diretto all’evasione, ben 15,9 miliardi sono stati versati a seguito di un atto dell’Agenzia, come avvisi di accertamento e liquidazione, mentre 6,9 miliardi sono derivati dalla notifica di cartelle di pagamento. Queste cifre indicano che per molte aziende il momento del confronto con il Fisco arriva quando la violazione è già stata commessa e accertata, con un aggravio di sanzioni e interessi. L’attività di compliance, che ha generato versamenti per 3,3 miliardi, rappresenta invece un approccio proattivo, ma che evidentemente non copre ancora la totalità delle aree di rischio. Le 79 imprese ammesse al regime di adempimento collaborativo (cooperative compliance) rappresentano un’élite virtuosa, ma la stragrande maggioranza del tessuto imprenditoriale opera in un regime di controllo ex-post. L’adozione di un ecosistema di difesa come Scudo231 trasforma questo paradigma, spostando il baricentro dal controllo successivo alla prevenzione continua. Ogni operazione con rilevanza fiscale viene validata in tempo reale rispetto a un set di regole che incorpora la normativa vigente e le procedure interne. Questo approccio non solo riduce drasticamente la probabilità di commettere errori o violazioni, ma crea un archivio digitale e immutabile di ogni decisione e controllo effettuato. In caso di verifica fiscale, l’azienda non si limita a “difendersi”, ma è in grado di dimostrare proattivamente, con evidenze tecnologiche, la correttezza del proprio operato e la solidità del proprio sistema di controllo interno, mitigando l’impatto di eventuali contestazioni e accelerando la risoluzione delle controversie.
Il quadro tracciato dai vertici istituzionali, pur celebrando un successo in termini di recupero per le casse dello Stato, è anche la cronaca di decine di migliaia di fallimenti organizzativi. Ogni euro recuperato coattivamente, ogni sequestro eseguito, ogni lavoratore irregolare scoperto, rappresenta un punto di rottura nei sistemi di controllo interno di un’impresa. La responsabilità non è solo degli amministratori che hanno agito con dolo, ma anche degli enti che, per negligenza o per una cultura aziendale non orientata alla legalità, non si sono dotati di presidi adeguati a intercettare e bloccare le anomalie prima che diventassero illeciti. I dati del 2025, pur essendo un vanto per l’azione dello Stato, sono un monito per il mondo delle imprese: l’era della compliance formale è terminata, e l’unica difesa efficace risiede in un’architettura di controlli integrata, automatizzata e preventiva, capace di agire prima che l’intervento repressivo diventi inevitabile.