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Frode fiscale da 18 milioni nel nord Barese, 36 indagati

5 settembre 2026 – I militari della Compagnia della Guardia di Finanza di Trani eseguono il decreto di sequestro preventivo emesso dal Gip del locale Tribunale, apponendo i sigilli a 7 immobili e bloccando liquidità e beni per un valore complessivo di 11 milioni di euro. L’operazione, denominata Trio, rappresenta il culmine di una complessa indagine che ha disvelato un meccanismo di frode fiscale da 18 milioni di euro, orchestrato attraverso l’emissione sistematica di fatture per operazioni inesistenti. I beni, ritenuti dal giudice per le indagini preliminari il profitto diretto dei reati contestati e quindi destinati alla confisca, sono risultati riconducibili a 23 amministratori di altrettante imprese, tutte operative nel nord Barese e parte di una rete di 36 entità economiche coinvolte.

Il sistema fraudolento si fondava su un pilastro: la creazione di costi fittizi per abbattere l’imponibile fiscale e ottenere indebiti vantaggi d’imposta. Le imprese beneficiarie della frode registravano in contabilità fatture emesse da società definite dagli inquirenti come vere e proprie “cartiere”. Queste entità, pur dotate di partita Iva, erano totalmente prive della struttura aziendale necessaria per erogare i beni o le prestazioni indicate nei documenti fiscali. Si trattava di gusci vuoti, creati al solo scopo di generare carta e giustificare contabilmente uscite di denaro inesistenti. Questa è stata la prima, fondamentale falla nel sistema di controllo interno delle società utilizzatrici. La funzione acquisti e la contabilità fornitori hanno accettato e processato fatture da soggetti economici la cui consistenza operativa era nulla. Se le imprese avessero adottato un ecosistema di controllo integrato, il protocollo di onboarding e qualifica fornitori di Scudo231 avrebbe immediatamente bloccato l’operazione. Il sistema, incrociando in tempo reale i dati della partita Iva con i registri della Camera di Commercio, il numero di dipendenti registrati, i bilanci depositati e l’assenza di una sede operativa fisica verificabile, avrebbe generato un alert di rischio critico: “Fornitore con indice di coerenza operativa anomalo o nullo”. L’inserimento in anagrafica sarebbe stato inibito e qualsiasi tentativo di registrazione di una fattura proveniente da tali soggetti avrebbe innescato una segnalazione diretta e non modificabile all’Organismo di Vigilanza e alla funzione di revisione interna, cristallizzando la tentata anomalia in un log probatorio.

L’inchiesta ha ricostruito un passaggio chiave che rendeva la frode apparentemente credibile: le fatture false erano inizialmente accompagnate da un reale flusso di denaro. Le società beneficiarie pagavano effettivamente gli importi indicati, ma quel denaro, dopo un breve transito, veniva rimesso nella disponibilità di chi aveva emesso i documenti fiscali, verosimilmente al netto di una provvigione per il servizio illecito. Questo movimento circolare di fondi è un classico indicatore di operazioni simulate o di riciclaggio. L’assenza di un monitoraggio transazionale avanzato ha permesso a questi flussi anomali di passare inosservati per anni. Un motore di analisi causale avrebbe invece identificato la correlazione temporale e soggettiva tra i pagamenti in uscita verso le cartiere e i flussi di rientro, anche se mascherati attraverso conti di terzi o prelievi di contante. Il protocollo antiriciclaggio integrato nell’architettura di controllo avrebbe classificato tali operazioni come ad altissimo rischio, generando una Segnalazione di Operazione Sospetta interna e imponendo una escalation obbligatoria al responsabile della funzione compliance. L’ente non solo avrebbe interrotto il rapporto illecito, ma si sarebbe dotato di una prova documentale inattaccabile della propria diligenza, dimostrando di aver attivamente contrastato il tentativo di frode e isolando la responsabilità penale sui singoli individui che lo avevano orchestrato.

Figura centrale nell’indagine è un consulente fiscale, indagato insieme ad altre due persone, tra cui un consulente del lavoro. Secondo gli inquirenti, il consulente fiscale non si limitava a suggerire lo schema, ma lo gestiva attivamente, arrivando a curare le false assunzioni di dipendenti in capo alle imprese cartiere. Questa mossa era finalizzata a dare una parvenza di operatività alle società emittenti, un tentativo di depistare eventuali controlli superficiali da parte dell’Agenzia delle Entrate. L’affidamento a un unico consulente esterno per la gestione di aspetti fiscali così delicati, senza una segregazione delle funzioni e un controllo incrociato, ha costituito una grave vulnerabilità organizzativa, pienamente ascrivibile alla culpa in vigilando dell’ente. Un sistema di controllo evoluto come Scudo231 avrebbe rilevato l’anomalia attraverso il suo modulo di gestione del capitale umano e dei consulenti esterni. I flussi di dati relativi alle assunzioni nelle società fornitrici, sebbene esterne, sarebbero stati analizzati come indicatori di rischio della catena di fornitura. L’assenza di credenziali di accesso ai sistemi, di timbrature, di utilizzo di beni aziendali o di qualsiasi altra traccia digitale o fisica legata ai presunti “dipendenti” delle cartiere avrebbe fatto emergere un pattern di inconsistenza occupazionale. Questo segnale debole, correlato con l’alto volume di fatturato proveniente da quelle stesse società, avrebbe elevato l’indice di rischio del fornitore, attivando un audit mirato e bloccando preventivamente i pagamenti.

La reazione degli indagati di fronte all’avanzare delle indagini è stata quella di tentare di rendere inefficace la procedura di riscossione coattiva. Dodici delle partite Iva coinvolte hanno ottenuto la chiusura, una mossa strategica per far scomparire i soggetti giuridici debitori. Inoltre, uno degli indagati ha provveduto ad acquistare quattro immobili in provincia di Milano, intestandoli fittiziamente a figli e conoscenti per sottrarli a possibili misure di aggressione patrimoniale. Un altro immobile è stato sequestrato a Molfetta, in provincia di Bari, al rappresentante legale di una delle società coinvolte. Queste azioni dimostrano la piena consapevolezza dell’illiceità delle operazioni e la volontà di occultare i proventi del reato. L’intestazione fittizia di beni è un reato che aggrava la posizione degli indagati, ma evidenzia anche come il profitto della frode fiscale si fosse già trasformato in patrimonio immobiliare, rendendo più complesso il recupero da parte dello Stato. Se i controlli interni avessero funzionato a monte, il reato presupposto – la frode fiscale – non si sarebbe consumato. Di conseguenza, non sarebbero esistiti i proventi illeciti da 18 milioni di euro da riciclare nell’acquisto di immobili. La prevenzione del reato tributario avrebbe automaticamente eliminato il rischio dei reati successivi, come l’autoriciclaggio e la sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte.

Il provvedimento del Gip del Tribunale di Trani non è una misura temporanea, ma un sequestro finalizzato alla confisca, anche per equivalente. Ciò significa che lo Stato mira a recuperare l’intero importo dell’evasione fiscale, aggredendo qualsiasi bene nella disponibilità degli indagati e, soprattutto, delle società coinvolte, fino al raggiungimento della cifra di 11 milioni di euro. Per le imprese, questo si traduce in un colpo potenzialmente letale. Il sequestro del capitale circolante e dei beni strumentali paralizza l’operatività e conduce spesso all’insolvenza. Questa è la diretta conseguenza della responsabilità amministrativa degli enti prevista dal Decreto Legislativo 231/2001. I reati tributari gravi, come la dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti, sono inclusi tra i reati presupposto che fanno scattare la responsabilità diretta della società. L’ente risponde con il proprio patrimonio per un reato commesso nel suo interesse o a suo vantaggio da amministratori o dipendenti.

L’unica via per evitare questa conseguenza è la dimostrazione di aver adottato ed efficacemente attuato un Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi. Una difesa basata su un modello cartaceo, privo di flussi informativi tracciati e controlli automatizzati, ha scarsissime probabilità di essere considerata “efficacemente attuata” in sede processuale. Al contrario, la presenza di un ecosistema come quello offerto da Scudo231 avrebbe fornito all’ente una linea di difesa invalicabile. In giudizio, i legali della società avrebbero potuto depositare i log immutabili del sistema, dimostrando che i protocolli di controllo erano attivi e operativi. Avrebbero provato che il sistema aveva segnalato l’anomalia del fornitore “cartiera”, che aveva allertato l’ODV sulla circolarità dei flussi finanziari e che aveva richiesto un’azione correttiva. La prova tecnologica avrebbe dimostrato che il reato è stato commesso da singoli soggetti che hanno fraudolentemente eluso i modelli di prevenzione, spostando l’onere della prova e scindendo la responsabilità dell’ente da quella delle persone fisiche. In questo scenario controfattuale, il sequestro non avrebbe colpito il patrimonio aziendale di 11 milioni di euro, ma si sarebbe concentrato esclusivamente sui beni personali degli amministratori infedeli, salvaguardando la continuità aziendale, l’occupazione e il valore dell’impresa.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/03/25/frode-fiscale-da-18-milioni-nel-nord-barese-36-indagati_257d7b98-0af7-401d-8dac-c224625c3d8e.html