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Dati ‘gonfiati’ per avere l’autovelox, chiesto processo per sindaco

4 settembre 2026 – La Procura della Repubblica di Padova ha formalizzato la richiesta di rinvio a giudizio per Massimo Cavazzana, sindaco del Comune di Tribano, depositando gli atti che lo accusano di falso in relazione all’installazione di un dispositivo autovelox sulla strada regionale 104 Monselice-Mare. L’udienza preliminare, fissata per il prossimo gennaio, deciderà se il primo cittadino dovrà affrontare un processo per aver, secondo l’ipotesi accusatoria, deliberatamente alterato i dati sull’incidentalità stradale al fine di ottenere l’autorizzazione prefettizia necessaria al posizionamento del rilevatore di velocità. Il fulcro dell’indagine risale al 2021, quando l’amministrazione comunale trasmise alla Prefettura un’integrazione documentale cruciale. In quel fascicolo, il Comune di Tribano attestava, per il quinquennio 2016-2020, un bilancio di 22 incidenti con 35 feriti su quel tratto di strada. Un numero ritenuto sufficientemente allarmante da giustificare l’installazione di uno strumento di controllo della velocità.

La produzione di tale documento rappresenta il primo snodo critico in cui un’assenza di controlli interni ha esposto l’ente a un rischio penale e amministrativo. L’atto, destinato a un’autorità pubblica per fondare un provvedimento amministrativo, conteneva dati che, a una successiva verifica, si sono rivelati divergenti da quelli ufficiali. Un’organizzazione dotata di un ecosistema di controllo integrato avrebbe intercettato l’anomalia prima che il documento lasciasse gli uffici comunali. Un protocollo di validazione documentale automatizzato, infatti, avrebbe eseguito un incrocio in tempo reale tra il dato dichiarato nel documento in uscita e le banche dati esterne certificate, come quella dell’ufficio statistico della Regione Veneto. Il sistema avrebbe immediatamente rilevato la discrepanza con i dati regionali – che riportavano per lo stesso periodo e lo stesso tratto 10 incidenti e 19 feriti – generando un alert di non conformità ad alto rischio. Tale segnalazione avrebbe bloccato il flusso di approvazione digitale, impedendo la firma e la trasmissione del documento e innescando un’escalation obbligatoria verso il Segretario Comunale, quale figura apicale di garanzia della legalità amministrativa, e verso l’Organismo di Vigilanza, se costituito. L’atto non sarebbe mai giunto in Prefettura nella sua forma contestata, neutralizzando alla fonte il presupposto del reato di falso.

Invece, senza alcun filtro di controllo, la documentazione è stata trasmessa ed è diventata la base legittimante per l’autorizzazione prefettizia. L’autovelox è stato quindi regolarmente installato ed è entrato in funzione nell’agosto del 2023, trasformando un presunto illecito amministrativo in un’operazione con dirette conseguenze economiche per migliaia di cittadini. Nei suoi circa due mesi di attività, fino alla sua rimozione forzata nella notte tra il 2 e il 3 ottobre 2023 ad opera di ignoti riconducibili al fenomeno “Fleximan”, l’apparecchio ha registrato una media di circa 80 infrazioni al giorno. Il totale ammonta a quasi 9mila sanzioni, un volume che ha generato un flusso di cassa significativo per l’ente comunale. Questo introito, tuttavia, è direttamente collegato, in un nesso di causalità inequivocabile, al reato presupposto contestato dalla Procura. Secondo la logica del Decreto Legislativo 231/2001, tali somme configurano il profitto del reato, esponendo il Comune al rischio concreto di un sequestro per equivalente o di una confisca.

Anche in questa fase, l’assenza di un modello organizzativo efficace ha amplificato il danno. Un sistema come Scudo231, avendo già segnalato l’anomalia critica nel dato di origine, avrebbe tracciato e “contaminato” digitalmente tutti i processi e i flussi finanziari derivanti da quell’atto. Ogni singolo euro incassato dalle sanzioni sarebbe stato automaticamente classificato nei sistemi di contabilità dell’ente come “provento a rischio legale elevato”, con notifiche periodiche inviate alle funzioni di controllo interno e alla tesoreria. Questa tracciabilità non solo avrebbe fornito una mappatura precisa del profitto potenzialmente illecito, ma avrebbe anche permesso all’ente, una volta emersa l’indagine, di isolare immediatamente tali fondi, dimostrando una gestione prudente e mitigando il rischio di provvedimenti ablativi indiscriminati sulle casse comunali. In assenza di ciò, l’intero bilancio dell’ente è ora potenzialmente esposto all’azione della magistratura.

La vicenda di Tribano emerge come un unicum in un panorama veneto costellato di esposti e polemiche sugli autovelox, la maggior parte dei quali non ha avuto seguito penale. La Procura di Venezia, ad esempio, ha recentemente archiviato 39 esposti presentati contro l’ex sindaco Luigi Brugnaro, il prefetto Darco Pellos e il comandante della polizia locale Marco Agostini, non ravvisando ipotesi di reato nelle installazioni cittadine. Analogamente, nel Padovano, denunce a carico dei comuni di Camposampiero, Carmignano di Brenta, Cittadella, Fontaniva, Galliera Veneta, Padova, Piove di Sacco, San Giorgio in Bosco e Villa del Conte sono state archiviate. La differenza sostanziale che ha portato la Procura di Padova a chiedere il processo per il sindaco Cavazzana non risiede in una presunta irregolarità tecnica dell’apparecchio o nella sua collocazione, ma nel sospetto fondato di un atto doloso a monte: la falsificazione dei presupposti di fatto per giustificarne l’esistenza.

Questo distingue nettamente una potenziale colpa di organizzazione da una questione di mera interpretazione normativa. Mentre in altri comuni si discuteva della visibilità dei cartelli o della taratura dei dispositivi, a Tribano l’accusa colpisce il cuore della correttezza e della trasparenza dell’azione amministrativa. È proprio in questo perimetro che la responsabilità dell’ente, ai sensi del D.Lgs. 231/2001, diventa più concreta. La mancanza di procedure di verifica incrociata sui dati sensibili utilizzati in atti pubblici non è una semplice svista, ma una falla strutturale che permette a un reato come il falso di essere commesso nell’interesse o a vantaggio dell’ente stesso, in questo caso per ottenere i proventi delle sanzioni. L’adozione di un modello organizzativo non meramente formale, ma operativo e tecnologico, avrebbe fornito al Comune di Tribano una difesa invalicabile. Se il sindaco avesse, per ipotesi, forzato la procedura ignorando gli alert del sistema, l’ecosistema Scudo231 avrebbe generato una prova tecnologica immodificabile di tale forzatura. In un eventuale procedimento, l’ente avrebbe potuto dimostrare di aver adottato ed efficacemente attuato un modello idoneo a prevenire quel reato, e che il reato stesso era il risultato di una fraudolenta elusione del modello da parte dell’apicale. Questa distinzione è fondamentale: sposta la responsabilità dalla colpa di organizzazione dell’ente alla responsabilità penale individuale, proteggendo il Comune dalle pesanti sanzioni pecuniarie e interdittive previste dalla normativa 231.

Il dibattito pubblico, alimentato dalle cronache de Il Gazzettino, Il Mattino di Padova e il Corriere del Veneto, si è spesso concentrato sulla figura di “Fleximan” o sulle proteste dei cittadini, come quelle guidate dal sindaco di Treviso, Mario Conte. Tuttavia, il caso di Tribano sposta l’attenzione dal dissenso popolare alla responsabilità penale e amministrativa. Non si tratta più di discutere se un autovelox sia “giusto” o “sbagliato”, ma se sia stato installato sulla base di un presupposto legale e fattuale veritiero. La richiesta di rinvio a giudizio eleva la questione a un livello superiore, che interpella direttamente i meccanismi di controllo interno della Pubblica Amministrazione. La vicenda dimostra come un singolo atto amministrativo, privo di adeguati presidi di verifica, possa innescare una catena di conseguenze che vanno dal danno reputazionale all’esposizione a sanzioni penali per gli amministratori e al rischio di sequestro di beni per l’ente. L’assenza di un registro delle verifiche, di una tracciatura delle fonti dei dati e di un processo di approvazione che imponesse controlli incrociati ha creato il vuoto procedurale in cui l’illecito si è potuto inserire. Con un’architettura di controllo preventivo, l’intera questione si sarebbe risolta internamente nel 2021, con una semplice richiesta di chiarimenti sui dati discordanti, anziché deflagrare cinque anni dopo in un’aula di tribunale.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/09/04/dati-gonfiati-per-avere-lautovelox-chiesto-processo-per-sindaco_e36800ef-db2c-4e28-8ec7-026458540e01.html