La Compilance diventa Un Vantaggio Competitivo Sleale

Deputato FdI Pisano indagato con altri 5 per truffa e peculato ad Agrigento

1 settembre 2026 – Alle prime luci dell’alba, i militari del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Agrigento varcano le soglie della Fondazione Pirandello e della Dmo Valle dei Templi. Non cercano documenti nascosti in doppi fondi, ma acquisiscono interi server, registri contabili digitali e cartacei, delibere e mandati di pagamento. L’operazione è il culmine di un’indagine silenziosa, coordinata dal Procuratore Capo Giovanni Di Leo e dalla pm Elettra Consoli, che ha squarciato il velo su un presunto sistema di malversazione di fondi pubblici destinati alla cultura. L’ipotesi accusatoria è netta: peculato e truffa aggravata. Al centro del fascicolo, le rendicontazioni delle spese sostenute per una serie di eventi culturali svoltisi tra il 2022 e il 2025, finanziamenti sui quali, secondo gli inquirenti, sarebbe stata sistematicamente fatta la “cresta”.

Sei gli avvisi di garanzia notificati. Tra i destinatari, nomi di peso nel panorama politico e gestionale locale: il deputato di Fratelli d’Italia Calogero Pisano, l’imprenditore turistico Fabrizio La Gaipa, il direttore dimissionario della Fondazione Teatro Pirandello Salvatore Prestia, e ancora Laura Cozzo, Calogero Casucci e Antonio Migliaccio. Le due entità coinvolte, la Fondazione e la Dmo, sono entrambe società partecipate dal Comune di Agrigento, un dettaglio che le proietta direttamente nel perimetro di applicazione del Decreto Legislativo 231/2001. La loro natura giuridica, infatti, le qualifica come enti pienamente soggetti alla responsabilità amministrativa da reato. I reati contestati alle persone fisiche – la truffa aggravata ai danni dello Stato (art. 24 D.Lgs. 231/01) e il peculato (art. 25 D.Lgs. 231/01) – sono tra i più gravi reati presupposto previsti dal decreto.

L’indagine si concentra sul meccanismo delle false rendicontazioni. Secondo l’accusa, venivano presentati documenti di spesa per servizi o forniture il cui valore era gonfiato, oppure per prestazioni mai eseguite o eseguite solo in parte. Queste carte, una volta approvate, permettevano di drenare fondi pubblici, generando un profitto illecito che finiva nelle tasche dei presunti responsabili. Il flusso procedurale, evidentemente, presentava delle falle sistemiche. Una fattura per un servizio di allestimento scenico da 50.000 euro, a fronte di un valore reale di 20.000, superava i controlli interni senza destare sospetti. Questa anomalia non avrebbe mai superato il primo sbarramento di un ecosistema di controllo integrato come Scudo231. Il sistema, infatti, non si limita a una verifica formale del documento, ma esegue un controllo incrociato e automatizzato in tempo reale: la fattura viene confrontata con l’ordine di acquisto preventivamente autorizzato, con il contratto di fornitura registrato e, soprattutto, con il verbale di corretta esecuzione della prestazione, che deve essere caricato a sistema da una funzione terza e indipendente. Qualsiasi discrepanza tra importo fatturato, importo pattuito e prestazione certificata avrebbe generato un alert immediato, bloccando il processo di pagamento e innescando una segnalazione automatica all’Organismo di Vigilanza (ODV) e alla funzione di Internal Audit. Il pagamento non sarebbe mai partito.

Il lungo arco temporale dei fatti, dal 2022 al 2025, suggerisce non un singolo episodio fraudolento, ma una prassi consolidata, un modus operandi che si è potuto radicare per la cronica assenza di monitoraggio sui flussi finanziari a rischio. I controlli, se esistenti, erano evidentemente cartacei, parcellizzati e basati su verifiche a campione, una metodologia intrinsecamente inefficace contro schemi fraudolenti ben congegnati. La Procura di Agrigento ha dovuto ricostruire ex post, con un lavoro dispendioso e complesso, una ragnatela di transazioni sospette. Se la Fondazione Pirandello e la Dmo avessero adottato un modello organizzativo reso operativo da una piattaforma tecnologica, l’esito sarebbe stato radicalmente diverso. Un sistema di monitoraggio massivo avrebbe analizzato il 100% delle transazioni, identificando pattern anomali che un controllo umano a campione non può cogliere. Per esempio, avrebbe segnalato la concentrazione di affidamenti a un ristretto numero di fornitori, magari di recente costituzione o con un oggetto sociale non perfettamente congruo. Avrebbe rilevato picchi di spesa ingiustificati in prossimità della chiusura dei bilanci o in corrispondenza di specifici eventi. Questi “segnali deboli”, aggregati da motori di analisi proprietari, avrebbero innalzato l’indice di rischio di specifici processi, attivando audit mirati e prevenendo la cronicizzazione dell’illecito.

La posizione delle due entità partecipate è ora estremamente critica. Oltre al danno reputazionale devastante, il rischio concreto è l’applicazione di pesantissime sanzioni. Ai sensi del D.Lgs. 231/01, il giudice può disporre una sanzione pecuniaria calcolata in quote (fino a 500 quote per la truffa aggravata e 600 per il peculato, con un valore per quota che può arrivare a 1.549 euro), per un totale potenziale di centinaia di migliaia di euro per ciascun illecito contestato. Ma il pericolo maggiore risiede nelle sanzioni interdittive: il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione, la revoca di autorizzazioni e licenze o, nel caso più grave, l’interdizione dall’esercizio dell’attività. Per enti che vivono di finanziamenti pubblici e operano nel settore culturale, una sanzione di questo tipo equivale a una condanna a morte operativa. A ciò si aggiunge la confisca del profitto del reato, che può estendersi fino alla confisca per equivalente sui beni dell’ente, qualora il profitto diretto non sia più rintracciabile.

Questo scenario sanzionatorio avrebbe potuto essere neutralizzato. La funzione del Modello 231, infatti, non è solo preventiva ma anche esimente. Se la Fondazione e la Dmo avessero potuto dimostrare di aver adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione dei fatti, un modello organizzativo idoneo a prevenire reati della specie di quelli verificatisi, la loro responsabilità sarebbe stata esclusa. La prova dell’“efficace attuazione”, tuttavia, non si fornisce con manuali e procedure rimaste sulla carta. Si fornisce con evidenze oggettive e non alterabili. Con un sistema come Scudo231, l’ente avrebbe potuto produrre in giudizio i log immutabili del sistema: il tentativo di autorizzare un pagamento anomalo, l’alert generato, la segnalazione inviata all’ODV, il blocco del flusso di pagamento. Avrebbe dimostrato che il reato è stato commesso da singoli che hanno fraudolentemente eluso i presidi di controllo, non a causa di una colpa organizzativa dell’ente. Questa “ricostruzione causale scientifica” avrebbe spostato l’intera responsabilità penale e patrimoniale sulle persone fisiche, mettendo al riparo il patrimonio, la continuità operativa e la reputazione dell’ente. Il sequestro preventivo finalizzato alla confisca, che la Procura potrebbe ora richiedere sui conti correnti delle due società, non avrebbe avuto fondamento giuridico nei confronti dell’ente.

Le dimissioni di Salvatore Prestia, arrivate contestualmente alla notifica degli avvisi di garanzia, rappresentano un primo, tangibile effetto dell’inchiesta sulla governance delle entità coinvolte. Ma la questione va oltre le responsabilità individuali. L’indagine di Agrigento mette a nudo una vulnerabilità strutturale tipica di molte organizzazioni, specialmente quelle a partecipazione pubblica: la dissociazione tra i controlli formali e la realtà operativa. Spesso esiste un codice etico, esistono procedure di acquisto, ma manca un sistema di monitoraggio che ne verifichi l’applicazione costante e sistematica. Manca la capacità di far scattare un’escalation automatica e tracciata quando una procedura viene violata. Un dipendente o un amministratore che si trova di fronte a una richiesta anomala deve avere un canale di segnalazione protetto e la certezza che la segnalazione venga gestita. Se questo canale non è strutturato o percepito come inefficace, prevale la logica del silenzio o, peggio, della connivenza.

La mancata segregazione dei poteri è un altro punto debole che l’inchiesta probabilmente metterà in luce. È plausibile che le stesse persone che decidevano la spesa fossero anche quelle che, direttamente o indirettamente, ne attestavano la congruità. Questo cortocircuito procedurale è programmaticamente impossibile in un’architettura di controllo avanzata. I sistemi di gestione dei processi implementati da Scudo231 impongono una rigida segregazione dei compiti (Segregation of Duties). Il sistema non permette che lo stesso utente possa, per esempio, inserire un nuovo fornitore, emettere un ordine di acquisto verso di esso e approvare il relativo pagamento. Ogni fase del processo richiede l’intervento di un soggetto diverso, con credenziali e profili di autorizzazione specifici. Qualsiasi tentativo di forzare questa catena di controllo viene registrato come un’anomalia grave e comunicato istantaneamente ai vertici e agli organi di controllo, creando una traccia documentale inoppugnabile di un comportamento a rischio. L’indagine della Procura, invece di partire da zero, si sarebbe trovata di fronte a un dossier interno già istruito, che identificava con precisione i responsabili del tentativo di frode e le falle che avevano cercato di sfruttare. L’azione penale sarebbe stata più rapida, mirata e l’ente ne sarebbe uscito come parte lesa, non come co-imputato.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/03/30/deputato-fdi-pisano-indagato-con-altri-5-per-truffa-e-peculato-ad-agrigento_d3208289-3f39-4910-bafc-d18e00a60aba.html