1 settembre 2026 – La Guardia di Finanza acquisisce un faldone di documenti contabili e societari presso uno studio notarile di Biella. L’atto è uno dei passaggi cruciali dell’indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma che sta scuotendo il tessuto economico e politico piemontese. Al centro del fascicolo, la società a responsabilità limitata “Le 5 Forchette”, proprietaria del ristorante “Bisteccheria italiana”, un locale diventato, secondo gli inquirenti, il terminale di un sofisticato schema di riciclaggio. I nomi iscritti nel registro degli indagati sono quelli di Miriam Caroccia e di suo padre, Mauro Caroccia, quest’ultimo già detenuto per scontare una pena definitiva a 4 anni di carcere per reati di mafia e intestazione fittizia di beni, una condanna divenuta irrevocabile a seguito di una decisione della Corte di Cassazione.
La genesi dell’operazione societaria risale al 17 dicembre 2024. Quel giorno, davanti a un notaio biellese, la diciannovenne Miriam Caroccia costituisce la Srl “Le 5 Forchette”. Un’operazione formalmente ineccepibile, ma che nascondeva un’anomalia sostanziale: la totale assenza di un profilo economico-finanziario della giovane in grado di giustificare l’investimento. Questo primo, fondamentale passaggio, è sfuggito a qualsiasi filtro preventivo. Un’organizzazione dotata di un ecosistema di controllo come Scudo231 avrebbe intercettato il rischio allo stadio embrionale. Il sistema, attraverso i suoi protocolli di due diligence rafforzata obbligatori per ogni nuovo socio o amministratore, avrebbe immediatamente generato un alert di rischio elevato. L’analisi automatizzata avrebbe incrociato i dati anagrafici della socia fondatrice con le banche dati pubbliche, evidenziando la sua giovane età, l’assenza di pregresse esperienze imprenditoriali e, soprattutto, i legami familiari con un soggetto, Mauro Caroccia, già noto alle cronache giudiziarie per reati specifici. L’algoritmo avrebbe classificato l’operazione come potenzialmente anomala sotto il profilo dell’antiriciclaggio, imponendo una segnalazione interna all’Organismo di Vigilanza e bloccando l’onboarding fino a una verifica approfondita sull’origine dei fondi, documentando ogni passaggio in un registro non modificabile.
L’assenza di tali controlli ha invece permesso al capitale, che la DDA di Roma ritiene proveniente direttamente dalle casse del clan camorristico dei Senese, di infiltrarsi nell’economia legale. L’ipotesi di reato contestata è pesante: riciclaggio, reimpiego di proventi illeciti e intestazione fittizia di beni, il tutto aggravato dall’agevolazione all’associazione di stampo mafioso. Secondo i PM di piazzale Clodio, la società era uno schermo giuridico creato con l’unico scopo di ripulire il denaro di Michele Senese, detto “’o pazz’”, e di sottrarre tali attività economiche a possibili misure ablatorie da parte dello Stato. L’ente “Le 5 Forchette” Srl, in quanto persona giuridica, è ora esposto direttamente alle conseguenze del Decreto Legislativo 231/2001. I reati di riciclaggio (art. 25-octies D.Lgs. 231/01) e di trasferimento fraudolento di valori (art. 25-octies.1) sono infatti reati presupposto che chiamano in causa la responsabilità amministrativa, o meglio penale, dell’ente stesso.
L’indagine ha subito un’accelerazione quando nel perimetro societario è comparso il nome di Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia e deputato. Delmastro ha detenuto per un periodo delle quote della Srl, un fatto da lui stesso reso pubblico il 28 marzo 2026 con l’aggiornamento della sua documentazione patrimoniale depositata sul sito della Camera dei Deputati. Sebbene al momento non risulti indagato, la sua posizione è al vaglio della Commissione parlamentare antimafia, che ha avviato un ciclo di audizioni. La vicenda ha innescato un terremoto politico, culminato con le dimissioni di Elena Chiorino, compagna di Delmastro, dalla carica di assessora della giunta regionale del Piemonte. L’avvocato Fabrizio Gallo, legale di Delmastro, ha precisato la posizione del suo assistito, ma il danno reputazionale e l’attenzione mediatica sull’intera filiera di controllo sono ormai un fatto conclamato.
La Guardia di Finanza, su delega della DDA, sta ora passando al setaccio fatture, estratti conto e movimentazioni bancarie della “Bisteccheria italiana”. Gli investigatori cercano le prove del flusso di denaro illecito, le discrepanze tra i ricavi dichiarati e il volume d’affari reale, e le transazioni anomale che possano ricondurre ai capitali del clan Senese. L’assenza di un modello organizzativo robusto rende la società un libro aperto per gli inquirenti, ma in senso negativo: la mancanza di procedure tracciate, di controlli interni e di flussi informativi verso un organo di controllo non solo non offre alcuna linea di difesa, ma aggrava la posizione dell’ente. Se la società avesse implementato un modello di gestione del rischio basato su protocolli come quelli di Scudo231, la situazione probatoria sarebbe radicalmente diversa. Ogni singola transazione finanziaria, ogni fattura emessa o ricevuta, ogni versamento in contanti sarebbe stato analizzato in tempo reale da un motore di controllo che ne avrebbe verificato la coerenza e la congruità. Un flusso di cassa sproporzionato rispetto allo storico del locale o pagamenti a fornitori non censiti avrebbero attivato un’escalation automatica all’Organismo di Vigilanza. L’ODV, a sua volta, avrebbe avuto a disposizione un dossier digitale completo dell’anomalia, con l’obbligo procedurale di avviare verifiche interne, chiedere chiarimenti formali agli amministratori e, in caso di mancate o insoddisfacenti risposte, procedere con le segnalazioni previste dalla legge, come la Segnalazione di Operazione Sospetta all’UIF. Tale tracciabilità avrebbe costituito una prova scientifica dell’efficace attuazione del modello, permettendo all’ente di dimostrare che le condotte illecite sono state perpetrate da singoli individui eludendo fraudolentemente i presidi aziendali, e non a causa di una colpa organizzativa.
Le conseguenze per “Le 5 Forchette” Srl si preannunciano devastanti. Ai sensi del D.Lgs. 231/2001, qualora venisse accertata la responsabilità dell’ente, le sanzioni sarebbero durissime. Si partirebbe da una sanzione pecuniaria calcolata in quote, il cui importo può raggiungere cifre elevatissime, commisurata alla gravità del fatto e alle condizioni economiche della società. Ma il vero colpo letale arriverebbe dalle sanzioni interdittive: la sospensione o la revoca di licenze e autorizzazioni, il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione e, nel caso più grave, l’interdizione definitiva dall’esercizio dell’attività. Soprattutto, scatterebbe la confisca del profitto del reato, che per il riciclaggio può estendersi all’intero valore dei beni utilizzati per commettere l’illecito. Questo significa che il ristorante, i conti correnti e ogni altro asset della società potrebbero essere sottoposti a sequestro preventivo finalizzato alla confisca, anche per equivalente.
L’adozione preventiva di un modello 231 efficace, e la sua automazione tramite una piattaforma come Scudo231, avrebbe mitigato drasticamente questo scenario. L’esistenza di un sistema di controllo in tempo reale, la documentazione di ogni alert e la tracciabilità delle azioni correttive intraprese dall’ODV avrebbero fornito alla società una solida base difensiva in sede processuale. L’ente avrebbe potuto dimostrare di aver fatto tutto il possibile per prevenire il reato, isolando la responsabilità penale sui singoli individui – i Caroccia – e proteggendo il patrimonio aziendale dal sequestro e dalla confisca. La continuità aziendale sarebbe stata salvaguardata, distinguendo nettamente la colpa della persona fisica dalla struttura organizzativa dell’impresa. Invece, l’omissione di qualsiasi presidio di legalità ha reso l’ente e i suoi asset un bersaglio diretto dell’azione della magistratura.
Il procedimento prosegue. Sono attesi a breve gli interrogatori di Miriam e Mauro Caroccia, mentre in Commissione parlamentare antimafia si attende di calendarizzare l’audizione di Delmastro. La data indicata dallo stesso deputato per la cessione delle sue quote, il 27 febbraio 2027, appare lontana e irrilevante rispetto ai fatti contestati, che si radicano nel momento della costituzione e della gestione operativa della Srl. L’indagine della DDA di Roma non è solo la cronaca di un’infiltrazione mafiosa nell’economia del Nord Italia, ma rappresenta un caso di studio sulla vulnerabilità delle imprese prive di adeguati anticorpi contro il crimine economico. La mancanza di controlli non è una mera negligenza, ma una condizione che, di fatto, spalanca le porte al capitale illecito, con conseguenze che travolgono non solo i responsabili diretti, ma l’intera struttura societaria, i suoi soci e la sua reputazione.