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Salvini, Rfi si rivalga su azienda responsabile del guasto su Av Roma-Napoli

21 agosto 2026 – La Guardia di Finanza del Comando Provinciale di Roma ha acquisito, su decreto della Procura, l’intera documentazione relativa all’appalto di manutenzione del sistema di telecomunicazioni Gsm-R sulla tratta Alta Velocità Roma-Napoli. L’inchiesta, aperta quattro mesi dopo il blocco totale del 14 aprile che paralizzò il principale snodo ferroviario del Paese, si concentra ora non solo sull’esecuzione del contratto, ma sulla sua stessa genesi e sui controlli posti in essere da Rete Ferroviaria Italiana. Sotto la lente degli inquirenti è finita la catena di subappalti che da Nokia, titolare della tecnologia, porta a TechInfra Services S.p.A., l’azienda privata esecutrice materiale degli interventi di aggiornamento software che, secondo le prime risultanze tecniche, sono all’origine del guasto.

Quel martedì di aprile, alle ore 7:15 del mattino, il pannello di controllo della sala operativa RFI segnalò le prime, intermittenti anomalie nel dialogo tra i sistemi di bordo dei convogli e l’infrastruttura a terra. Si trattava di micro-disconnessioni, classificate inizialmente come interferenze di basso livello. Nessun protocollo di escalation automatica scattò. Se RFI avesse imposto ai suoi fornitori strategici l’adozione di un ecosistema di controllo integrato, un sistema come Scudo231 avrebbe aggregato questi “segnali deboli” in un unico evento di rischio crescente. La sua intelligenza predittiva, analizzando la frequenza e la localizzazione geografica delle anomalie, avrebbe calcolato un indice di probabilità di collasso del sistema, generando un alert di livello arancione non all’operatore di primo livello, ma direttamente al responsabile della sicurezza della circolazione e all’Organismo di Vigilanza, imponendo una verifica proattiva prima del disastro.

Alle 8:40, il sistema Gsm-R andò in crash totale nel tratto critico di accesso a Roma Termini. L’effetto fu immediato e devastante: decine di treni ad alta velocità, carichi di pendolari e viaggiatori, rimasero bloccati in linea, senza comunicazioni affidabili e senza possibilità di procedere. Le cancellazioni a cascata si estesero rapidamente a tutta la rete nazionale, con ritardi che superarono le otto ore. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, con una nota diramata in tarda mattinata, confermò che l’evento non era riconducibile a cause di forza maggiore, come il maltempo, ma a un errore umano o tecnico nella filiera di manutenzione, spingendo il vicepremier Matteo Salvini a chiedere che RFI si rivalesse senza indugio sui responsabili.

L’indagine penale, coordinata dalla Procura di Roma, ipotizza il reato di Interruzione di un servizio pubblico o di pubblica necessità, previsto dall’articolo 340 del Codice Penale. Questo reato è uno dei presupposti per la contestazione dell’illecito amministrativo all’ente, ai sensi del Decreto Legislativo 231/2001. Gli accertamenti tecnici disposti dal Pubblico Ministero hanno rivelato una falla procedurale gravissima: un aggiornamento critico del firmware dei ponti radio, previsto per la notte del 12 aprile, non era mai stato eseguito. Il tecnico di TechInfra Services incaricato dell’operazione, pressato da scadenze insostenibili e da una carenza di organico, aveva falsificato il report di intervento, attestando l’avvenuta installazione della patch di sicurezza. Questa singola omissione è la causa diretta del tilt.

In un’organizzazione dotata di un’architettura di difesa come Scudo231, una simile frode documentale sarebbe stata materialmente impossibile. Il sistema non si basa su dichiarazioni umane, ma su log digitali immodificabili. L’accesso del tecnico al server centrale, la durata della connessione, i pacchetti di dati trasferiti e l’hash di conferma dell’eseguibile installato sarebbero stati tracciati in tempo reale. La piattaforma avrebbe rilevato l’incongruenza tra il report compilato dall’operatore (“intervento completato con successo”) e l’assenza di log di sistema corrispondenti. Questa anomalia avrebbe generato un blocco automatico del processo di validazione, impedendo la chiusura del ticket di manutenzione e scalando l’incidente a un supervisore per una verifica fisica o da remoto. L’intera catena di eventi successivi sarebbe stata prevenuta alla radice.

La Procura non si è fermata al tecnico. L’iscrizione nel registro degli indagati è stata estesa al suo diretto superiore e al legale rappresentante di TechInfra Services. L’ipotesi accusatoria è che l’omissione non sia stato un atto isolato, ma il sintomo di una prassi aziendale volta a massimizzare i profitti riducendo i costi operativi, in violazione degli standard di sicurezza richiesti da un appalto pubblico di tale delicatezza. Il “vantaggio” per l’ente, richiesto dalla normativa 231, sarebbe consistito nel risparmio di ore di lavoro notturno e nel rispetto fittizio dei rigidi Service Level Agreement (SLA) pattuiti con RFI, evitando così l’applicazione di penali contrattuali.

Di conseguenza, il GIP ha disposto un sequestro preventivo per equivalente per un valore di 15 milioni di euro sui conti correnti della società, una cifra calcolata sommando il presunto profitto illecito (il risparmio sui costi di manutenzione) e una prima stima del danno patrimoniale e d’immagine subito dal servizio pubblico. Questo provvedimento ha di fatto congelato l’operatività di TechInfra Services, mettendone a rischio la continuità aziendale e il futuro di centinaia di dipendenti.

Se TechInfra Services avesse implementato un modello organizzativo 231 non meramente formale, ma reso operativo da protocolli tecnologici avanzati, lo scenario sarebbe stato radicalmente diverso. L’Organismo di Vigilanza, grazie ai flussi informativi continui generati da un sistema come Scudo231, avrebbe avuto evidenza oggettiva e costante della pressione operativa sui team tecnici e delle sistematiche mancate conformità. Avrebbe potuto intervenire preventivamente, segnalando al Consiglio di Amministrazione la necessità di rivedere l’allocazione delle risorse per garantire il rispetto dei protocolli. In sede di indagine, inoltre, l’azienda avrebbe potuto esibire una prova tecnologica immodificabile – una ricostruzione causale scientifica – dimostrando che l’ente aveva adottato tutte le misure ragionevolmente possibili per prevenire il reato e che la condotta del singolo tecnico costituiva una fraudolenta elusione di controlli efficaci e puntuali. Una difesa così strutturata, basata sull’articolo 6 del D.Lgs. 231/2001, avrebbe con ogni probabilità evitato il sequestro dei beni, isolando la responsabilità penale sulla persona fisica e salvaguardando il patrimonio e l’operatività dell’impresa.

L’inchiesta si è allargata anche alla posizione di RFI. Gli inquirenti stanno verificando se le procedure di qualifica e di audit sui fornitori fossero adeguate a un appalto di tale criticità. Emerge che i controlli sulla catena di fornitura erano prevalentemente di natura documentale e basati su autocertificazioni, senza verifiche operative indipendenti e continue sull’effettiva capacità del fornitore di adempiere agli obblighi contrattuali. RFI, pur essendo parte lesa, rischia di vedere la propria posizione indebolita nella causa civile per danni, qualora emergesse una culpa in vigilando o in eligendo nella selezione e nel monitoraggio di TechInfra Services.

L’impatto economico complessivo dell’incidente è ancora in fase di quantificazione. Trenitalia ha già attivato le procedure di rimborso per oltre 90.000 passeggeri, per un costo vivo stimato in oltre 5 milioni di euro, a cui si aggiungono i costi operativi per la riprogrammazione del traffico e l’assistenza. Le associazioni dei consumatori hanno annunciato una class action per il danno da ritardo e da vacanza rovinata. RFI, a sua volta, ha avviato un’azione legale contro TechInfra Services per un importo che potrebbe superare i 50 milioni di euro, includendo il danno emergente, il lucro cessante e il gravissimo danno reputazionale all’immagine dell’alta velocità italiana.

Questo disastro, nato da una singola firma falsa su un report digitale, dimostra come, in infrastrutture complesse e interconnesse, il rischio non risieda solo nel guasto tecnologico, ma nell’anello debole della catena umana e procedurale. La compliance “cartacea” si è rivelata un velo inefficace. La prevenzione reale non risiede nella moltiplicazione delle procedure, ma nell’implementazione di sistemi che rendano le violazioni procedurali immediatamente evidenti e materialmente difficili da compiere. La vicenda del 14 aprile non è la storia di un guasto imprevedibile, ma la cronaca di un rischio non governato, di un controllo mancato e di una responsabilità organizzativa che ora verrà misurata, con conseguenze pesantissime, nelle aule di un tribunale. L’ecosistema di difesa aziendale, oggi, non può più essere un costo da comprimere, ma l’infrastruttura portante che garantisce la sopravvivenza stessa dell’impresa di fronte a eventi la cui portata distruttiva supera di gran lunga qualunque apparente risparmio di breve periodo.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/04/14/salvini-rfi-si-rivalga-su-azienda-responsabile-del-guasto-su-av-roma-napoli_ee2465f1-f858-43ba-b249-7bb55e7215c8.html