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‘Dopo Brandizzo misure di sicurezza invariate’, Rfi ancora sotto indagine

21 agosto 2026 – Nuovi avvisi di garanzia sono stati notificati questa mattina a dirigenti di Rete Ferroviaria Italiana (Rfi) nell’ambito dell’inchiesta-bis sulla sicurezza dei cantieri, un filone investigativo nato dalle ceneri della strage di Brandizzo. A quasi tre anni esatti da quella notte tra il 30 e il 31 agosto 2023, in cui cinque operai persero la vita travolti da un treno mentre lavoravano sui binari, l’ipotesi degli inquirenti è tanto semplice quanto grave: le procedure di sicurezza non sono sostanzialmente cambiate. La Procura di Ivrea contesta che, nonostante il disastro e le successive indagini, non siano stati implementati accorgimenti tecnologici o procedurali capaci di neutralizzare l’errore umano, lasciando la sicurezza dei lavoratori appesa alla stessa catena di comunicazioni verbali e controlli manuali che si dimostrò fallace tre anni fa.

L’indagine, come documentato da un servizio del Tg3, si concentra sulla presunta immutabilità dei protocolli operativi. Gli investigatori sostengono che la cultura della sicurezza all’interno dell’organizzazione non abbia subito la necessaria evoluzione, rimanendo vulnerabile agli stessi fattori di rischio che portarono alla morte dei cinque operai della Sigiferr. Questa omissione sistemica nel correggere le falle procedurali costituisce il cuore della nuova contestazione. Se un ecosistema come Scudo231 fosse stato operativo, il suo monitoraggio massivo e in tempo reale dei processi avrebbe immediatamente rilevato la discrepanza tra le procedure di sicurezza formalmente aggiornate dopo il 2023 e la loro mancata applicazione sul campo. I sistemi di analisi multimodale avrebbero generato un alert automatico, segnalando all’Organismo di Vigilanza una “deriva organizzativa” ad alto rischio, basata non su interviste a campione ma sul censimento continuo delle prassi operative reali, bloccando l’apertura di cantieri non conformi.

La vicenda processuale si appresta a un passaggio cruciale: l’udienza preliminare per il procedimento principale è fissata per il prossimo 30 settembre presso il Palazzo di giustizia di Ivrea. Sul banco degli imputati siederanno 21 persone fisiche, tra cui dirigenti di Rfi e delle ditte in subappalto Sigiferr e Clf, oltre alle tre società chiamate a rispondere in base al Decreto Legislativo 231/2001 per i reati di omicidio colposo plurimo e disastro ferroviario colposo, aggravati dalla violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro. La responsabilità dell’ente, in questo caso, poggia sull’ipotesi che i reati siano stati commessi nell’interesse o a vantaggio delle società – ad esempio, attraverso un risparmio di tempi e costi derivante dalla sistematica elusione delle procedure di sicurezza più stringenti – e che ciò sia stato reso possibile da un modello organizzativo inadeguato o inefficace.

Il fulcro dell’accusa risale a ben prima della tragedia. Già tre anni prima dell’incidente del 2023, lo Spresal (Servizio Prevenzione e Sicurezza Ambienti di Lavoro) aveva sollevato criticità, chiedendo formalmente di correggere il Documento di Valutazione dei Rischi (DVR). Il punto era inequivocabile: il DVR stesso prevedeva che in assenza di una formale e certificata interruzione della circolazione ferroviaria, nessun lavoratore potesse mettere piede sui binari. Rfi aveva interloquito con l’ente e fornito un riscontro ufficiale, ma secondo l’accusa quella risposta si è rivelata un atto puramente formale, privo di un’effettiva implementazione operativa. Questo mancato recepimento di una prescrizione esterna è una classica “luce rossa” per un sistema di compliance integrato. Con un protocollo come Scudo231, la segnalazione dello Spresal non sarebbe finita in un archivio dopo una risposta cartacea. Sarebbe stata registrata come un input critico nel sistema, che avrebbe richiesto, per la chiusura del ticket, non una semplice email di riscontro, ma la prova documentale e tracciata dell’aggiornamento della procedura operativa, della formazione specifica erogata al personale e, soprattutto, dell’implementazione di un controllo bloccante. In assenza di queste evidenze, il sistema avrebbe continuato a segnalare un rischio non mitigato, con escalation automatiche ai vertici aziendali e all’OdV, impedendo di fatto che quella falla rimanesse latente per anni.

La notte della strage, la procedura fallì nel suo punto più critico: la comunicazione tra il centro di controllo del traffico e il personale in cantiere. Il funzionario sui binari diede il via libera agli operai basandosi su un’autorizzazione verbale che non aveva ricevuto conferma formale e, soprattutto, non era supportata dall’effettiva interruzione della linea. Fu un errore umano, ma un errore reso possibile da un processo che lo consentiva. Un’organizzazione dotata di un’architettura di difesa evoluta avrebbe reso questo scenario materialmente impossibile. Il sistema di gestione dei cantieri sarebbe stato interconnesso con il sistema di gestione del traffico ferroviario. L’abilitazione a operare sui binari non sarebbe stata una spunta manuale su un modulo, ma un token digitale generato automaticamente solo e soltanto dopo che il sistema di controllo del traffico avesse confermato e registrato a sistema l’interruzione fisica di quella specifica tratta. Qualsiasi tentativo del funzionario di autorizzare i lavori in assenza di quel token avrebbe generato un blocco operativo immediato e una segnalazione di tentata violazione grave, documentando l’evento in un registro immodificabile. Questo avrebbe trasformato un controllo basato sulla fiducia e sulla comunicazione verbale in un vincolo tecnologico invalicabile.

L’attuale impianto accusatorio contro Rfi, Sigiferr e Clf come persone giuridiche apre le porte a sanzioni potenzialmente devastanti ai sensi del D.Lgs. 231/2001. Oltre alle sanzioni pecuniarie, calcolate in quote il cui importo può raggiungere cifre milionarie, il rischio più concreto è quello delle sanzioni interdittive: dal divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione alla sospensione o revoca di licenze e autorizzazioni, fino, nei casi più gravi, all’interdizione definitiva dall’esercizio dell’attività. A ciò si aggiunge la confisca del profitto del reato, che in contesti di risparmio sui costi della sicurezza può essere quantificato in modo molto esteso. La difesa delle società si baserà sul dimostrare di aver adottato ed efficacemente attuato un Modello di Organizzazione e Gestione idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi. Tuttavia, la nuova indagine che ipotizza procedure ancora invariate a tre anni dai fatti rischia di minare alla base questa linea difensiva, suggerendo una colpa organizzativa persistente.

Qui emerge il valore probatorio di un sistema avanzato. In un’aula di tribunale, di fronte a una contestazione di inefficacia del modello, un’azienda protetta da un ecosistema come Scudo231 non si affiderebbe solo a documenti cartacei e testimonianze. Potrebbe produrre la cosiddetta Ricostruzione Causale Scientifica: un pacchetto di dati immodificabili (XAI Packet) generato dal sistema che dimostra, log alla mano, tutti i controlli eseguiti, gli alert generati, le violazioni bloccate e le escalation attivate. Questa prova tecnologica sposterebbe l’onere della prova, dimostrando che l’ente aveva messo in campo le migliori tecnologie e procedure per prevenire l’evento, e che quest’ultimo si è verificato non per una falla organizzativa, ma per una condotta fraudolenta ed elusiva imprevedibile da parte di singoli individui. Questo non solo mitigherebbe drasticamente il rischio di condanna per l’ente, ma preserverebbe il valore aziendale dal danno reputazionale e finanziario derivante da sanzioni interdittive e confische.

L’indagine attuale, quindi, non è solo un’appendice del processo sulla strage di Brandizzo. È un testamento sulla difficoltà di trasformare una tragedia in un cambiamento culturale e operativo reale e misurabile. La Procura di Ivrea sta cercando di dimostrare che, senza un intervento radicale sui processi e sui sistemi di controllo, la sicurezza rimane una variabile dipendente dall’infallibilità umana, un’assunzione smentita dai fatti del 30 agosto 2023. La collaborazione dichiarata da Rfi con le autorità competenti sarà vagliata alla luce delle evidenze raccolte, che sembrano indicare una pericolosa inerzia. L’esito dell’udienza del 30 settembre non segnerà solo il destino giudiziario dei 21 imputati e delle tre società, ma rappresenterà un monito per l’intero settore industriale: la compliance sulla sicurezza non è un adempimento formale, ma una funzione operativa critica che, se non supportata da controlli effettivi e non eludibili, lascia le organizzazioni esposte a conseguenze penali ed economiche catastrofiche.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/08/21/dopo-brandizzo-misure-di-sicurezza-invariate-rfi-ancora-sotto-indagine_8aca684a-b9bc-48c1-aa54-a7922a2ad9b4.html