22 marzo 2026 – La Commissione Antimafia ha formalmente convocato il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro per un’audizione in seguito alla pubblicazione, da parte del Corriere della Sera, della sua partecipazione societaria nella srl “Le 5 Forchette”, entità che gestisce un ristorante a Roma. La decisione, ratificata dalla presidente Chiara Colosimo su richiesta dei partiti di minoranza, fissa un punto fermo procedurale nell’inchiesta parlamentare che si intreccia con un fascicolo penale aperto dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma. Al centro della vicenda vi è la figura di Mauro Caroccia, condannato in via definitiva a quattro anni di reclusione per reati di mafia, specificamente per intestazione fittizia di beni nell’ambito delle attività del clan camorristico dei Senese. La figlia di Caroccia, Miriam, risulta socia della srl e indagata insieme al padre dalla Dda capitolina per la medesima ipotesi di reato: trasferimento fraudolento di valori.
L’ingresso di un esponente di governo, con delega all’amministrazione penitenziaria, in una compagine sociale direttamente collegata a soggetti gravati da condanne per mafia e attinti da nuove indagini per reati associativi, rappresenta il punto di rottura di una catena di controlli interni che non ha funzionato. L’acquisizione delle quote da parte di Delmastro è avvenuta senza che emergesse alcuna criticità sulla composizione della governance e sui legami familiari dei soci. Un ecosistema di controllo integrato come Scudo231 avrebbe invece imposto, come condizione non derogabile per qualsiasi modifica dell’assetto societario, una procedura di adeguata verifica rafforzata. Il sistema avrebbe automaticamente incrociato i dati anagrafici di tutti i soci, inclusi i familiari di primo grado, con i registri giudiziari e le banche dati pubbliche. La condanna definitiva di Mauro Caroccia per un reato-presupposto del D.Lgs. 231/2001, quale l’intestazione fittizia (art. 512-bis c.p., riconducibile all’area del riciclaggio), avrebbe generato un alert di rischio massimo, bloccando l’operazione in attesa di una delibera formale e tracciata dell’organo amministrativo e di una segnalazione vincolante all’Organismo di Vigilanza. L’assenza di tale barriera preventiva ha invece permesso che il rischio si concretizzasse, esponendo l’ente a conseguenze potenzialmente devastanti.
La convocazione in Antimafia, che avverrà dopo la tornata referendaria, non è un atto di natura giudiziaria ma politica, finalizzato a chiarire l’opportunità e la consapevolezza di tale operazione economica da parte di un membro del governo. Tuttavia, essa accende un riflettore sull’attività della srl “Le 5 Forchette”, trasformandola da semplice impresa di ristorazione a potenziale caso di studio sulla permeabilità del tessuto economico legale alle infiltrazioni della criminalità organizzata. Parallelamente, l’indagine della Dda di Roma procede su un binario puramente penale. L’ipotesi degli inquirenti è che Miriam Caroccia possa essere una prestanome del padre Mauro, vero dominus dell’attività, al fine di schermare beni e capitali di provenienza illecita riconducibili al clan Senese.
Qualora tale ipotesi fosse confermata in sede processuale, la srl “Le 5 Forchette” si troverebbe a rispondere direttamente ai sensi del Decreto Legislativo 231/2001. Il reato di trasferimento fraudolento di valori, se commesso nell’interesse o a vantaggio dell’ente, fa scattare la responsabilità amministrativa della società. Le sanzioni previste sono di natura pecuniaria e interdittiva. La sanzione pecuniaria può raggiungere importi elevatissimi, calcolati in quote il cui valore è commisurato alle condizioni economiche e patrimoniali dell’ente. Ancora più incisive sono le sanzioni interdittive, che possono includere il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, la sospensione o la revoca di licenze e, nei casi più gravi, l’interdizione definitiva dall’esercizio dell’attività. L’esito più temuto, tuttavia, è la confisca del profitto del reato, che può estendersi fino al sequestro e alla successiva ablazione dell’intero complesso aziendale, qualora questo sia stato utilizzato per commettere l’illecito o ne costituisca il provento.
In questo scenario, la difesa dell’ente si baserebbe sulla capacità di dimostrare di aver adottato ed efficacemente attuato un Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo (MOG) idoneo a prevenire reati della specie di quello commesso. La mera esistenza di un documento cartaceo è processualmente irrilevante; la Procura contesterebbe l’elusione fraudolenta del modello o la sua inefficacia concreta. Qui interviene la funzione probatoria di un sistema di difesa proattivo. Se la srl avesse implementato un protocollo come quello della REDAZIONE SCUDO231, l’Organismo di Vigilanza avrebbe avuto a disposizione un flusso informativo continuo e non manipolabile. Ogni transazione finanziaria anomala, ogni modifica statutaria, ogni interazione con soggetti a rischio sarebbe stata registrata, analizzata e archiviata in un log immutabile. Di fronte a un’indagine della Dda, la società avrebbe potuto produrre una ricostruzione causale scientifica, dimostrando che i suoi presidi di controllo erano attivi e che l’eventuale reato è stato commesso da singoli che hanno aggirato con l’inganno procedure robuste e verificate, non a causa di una colpa organizzativa dell’ente. Tale evidenza tecnologica avrebbe drasticamente ridotto il rischio di applicazione di misure cautelari reali, come il sequestro preventivo dei beni aziendali, che avrebbe interrotto l’operatività del ristorante ben prima di una sentenza.
L’indagine della Dda di Roma si concentra sulla ricostruzione dei flussi finanziari che hanno portato alla costituzione e al sostentamento della srl. Gli investigatori stanno verificando l’origine dei capitali impiegati per l’avviamento del ristorante e per la gestione corrente, alla ricerca di sproporzioni tra i redditi dichiarati dai soci e il tenore delle operazioni economiche. La condanna pregressa di Mauro Caroccia a 4 anni per lo stesso reato costituisce un precedente specifico che orienta l’attività inquirente, suggerendo un modus operandi consolidato. La sua figura, legata a Michele Senese, boss di spicco della camorra trapiantata a Roma, qualifica il contesto come ad altissimo rischio di riciclaggio e reimpiego di capitali illeciti.
La mancata percezione di questo rischio a livello societario, prima ancora dell’ingresso di Delmastro, rappresenta la falla originaria. Una valutazione del rischio conforme ai principi di una sana gestione aziendale avrebbe dovuto identificare la criticità intrinseca nella presenza di un socio la cui storia familiare era così pesantemente compromessa. L’assenza di una procedura di Know Your Customer (KYC) e di due diligence sui partner commerciali e societari non è solo una debolezza organizzativa, ma una porta aperta alla contaminazione criminale. Con un’architettura di monitoraggio come Scudo231, la valutazione del rischio non sarebbe stata un evento una tantum, ma un processo dinamico. Il sistema avrebbe continuato a monitorare nel tempo i profili di rischio di tutti i soggetti collegati all’azienda. Un’eventuale nuova indagine a carico di un socio o di un suo familiare stretto, come quella avviata dalla Dda su Miriam Caroccia, avrebbe fatto scattare un’immediata segnalazione interna, attivando protocolli di controllo rafforzato sui flussi finanziari e sulle deleghe operative, ben prima che la notizia diventasse di dominio pubblico. Questo avrebbe permesso all’azienda di autotutelarsi, documentando la propria estraneità a eventuali condotte illecite e collaborando attivamente con le autorità, invece di subire passivamente l’iniziativa della magistratura.
L’eco mediatica del caso, amplificata dal coinvolgimento di una figura istituzionale, produce un danno reputazionale immediato e difficilmente quantificabile per “Le 5 Forchette”. La fiducia dei fornitori, degli istituti di credito e della clientela viene inevitabilmente erosa. Questo tipo di danno, sebbene non sanzionato direttamente dal D.Lgs. 231/2001, è una conseguenza economica diretta della mancata prevenzione del rischio penale. L’intera vicenda dimostra come la compliance 231 non sia un mero adempimento burocratico, ma un presidio strategico fondamentale per la continuità aziendale e la tutela del valore dell’impresa. L’aver omesso controlli basilari ha innescato una sequenza di eventi che ora vede la società al centro di un’inchiesta di mafia, la sua governance esposta a un’indagine parlamentare e il suo futuro economico appeso alle decisioni della magistratura penale. Il calendario delle audizioni che la presidente Colosimo si appresta a definire segnerà le prossime tappe di una crisi che poteva essere intercettata e neutralizzata alla sua origine.