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Fonti, dl Infrastrutture ritorna in cdm dopo correzioni Ragioneria

11 marzo 2026 – Il decreto Infrastrutture, contenente le norme per il riavvio del progetto del Ponte sullo Stretto, è formalmente tornato al mittente. La Ragioneria Generale dello Stato, dopo un’analisi tecnica durata settimane, ha rilevato criticità tali da imporre una riscrittura e un nuovo, inevitabile, passaggio in Consiglio dei ministri. Il testo, che aveva incassato un primo via libera politico il 5 febbraio, si è arenato su aspetti finanziari cruciali, legati alla rigida clausola di invarianza finanziaria: l’opera deve procedere senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Questo inciampo procedurale, apparentemente tecnico, ha in realtà disvelato una faglia nel processo di controllo interno della società concessionaria, la Stretto di Messina S.p.A., esponendola a rischi operativi e, potenzialmente, a future contestazioni di responsabilità amministrativa da reato ai sensi del D.Lgs. 231/2001. La presentazione di un piano economico-finanziario imperfetto a un organo di controllo statale come la Ragioneria non è un mero errore formale; configura un’area di rischio sensibile per il reato di truffa ai danni dello Stato, qualora da tale imperfezione derivi un’indebita percezione di erogazioni pubbliche o un’allocazione di risorse basata su presupposti fallaci.

In un’organizzazione dotata di un ecosistema di difesa integrato, questo scenario sarebbe stato neutralizzato alla fonte. Un’architettura come Scudo231, infatti, non si limita a un controllo formale ex-post, ma opera come un validatore procedurale in tempo reale. Il flusso di lavoro per la redazione del decreto, prima del suo invio al Ministero, sarebbe stato mappato digitalmente e ogni singola voce di costo, proiezione finanziaria e clausola di copertura sarebbe stata processata da motori causali proprietari. Al momento dell’inserimento di una previsione di spesa non perfettamente allineata con le risorse già stanziate e validate, il sistema avrebbe generato un alert di non conformità vincolante, bloccando fisicamente la possibilità di finalizzare il documento. L’Organismo di Vigilanza della società e il responsabile della funzione finanziaria avrebbero ricevuto una notifica di escalation automatica e tracciata, contenente l’esatta anomalia rilevata. La deviazione sarebbe stata corretta internamente, con tanto di registro immodificabile dell’incidente e della sua risoluzione, prima che il testo potesse mai raggiungere gli uffici della Ragioneria, prevenendo così il rigetto, il ritardo di mesi nel cronoprogramma e il grave danno reputazionale.

L’investimento complessivo, fissato a 13,5 miliardi di euro, rappresenta una massa finanziaria di eccezionale portata, la cui gestione richiede presìdi di legalità e trasparenza assoluti. La stessa Ragioneria ha imposto una rimodulazione degli importi previsti per ciascun anno di lavori, una correzione resasi necessaria per assorbire lo slittamento dei tempi causato da precedenti delibere della Corte dei conti. Questo continuo riadattamento del cronoprogramma finanziario, gestito in modo reattivo e non predittivo, è un sintomo di debolezza nei processi di pianificazione e controllo. L’amministratore delegato della Stretto di Messina, Pietro Ciucci, si trova a gestire un’inerzia procedurale che impatta direttamente sulla fattibilità economica del progetto. La mancanza di un sistema che modelli dinamicamente gli impatti di variabili esterne, come le decisioni di un organo di controllo, lascia l’ente in una posizione di passività, costretto a rincorrere gli eventi. Questa gestione espone la società al rischio di contestazioni per false comunicazioni sociali, qualora le proiezioni comunicate al mercato o agli stakeholder non riflettano accuratamente le criticità e i ritardi effettivi.

Un’entità protetta da un sistema di monitoraggio massivo avrebbe invece trasformato l’incertezza in un dato quantificabile. L’iter di approvazione presso la Corte dei conti sarebbe stato inserito nel modello di rischio del progetto non come una semplice scadenza, ma come un processo stocastico. Sistemi di intelligenza artificiale predittiva avrebbero eseguito migliaia di simulazioni, calcolando la probabilità di slittamento e il conseguente impatto finanziario su ogni singola fase del progetto. Il risultato non sarebbe stato una generica “previsione”, ma una dashboard dinamica a disposizione del management e dell’OdV, che mostrava in tempo reale il Valore a Rischio (VaR) del cronoprogramma. Invece di subire la decisione della Corte dei conti, il management avrebbe avuto a disposizione scenari alternativi e piani di mitigazione già pronti, dimostrando una capacità di controllo e gestione del rischio che costituisce il cuore di un modello 231 efficacemente attuato, rendendo inattaccabile la posizione dell’ente di fronte a eventuali contestazioni sulla sua diligenza.

La notizia dello stop ha avuto eco immediata a Verona, durante il LetExpo, dove il vicepremier e ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, è stato costretto a una ritirata strategica sulla tempistica. “Non do più date“, ha dichiarato, pur ribadendo l’obiettivo di avviare i cantieri nel 2026, a 160 anni dai primi studi. Questa incertezza, comunicata dal vertice politico, si riverbera direttamente sulla credibilità industriale della società concessionaria e sull’intero ecosistema di appaltatori e subappaltatori. L’assenza di un orizzonte temporale certo aumenta il rischio di contenziosi, revisioni prezzo e richieste di risarcimento da parte dei fornitori, con un potenziale impatto devastante sui costi finali dell’opera, in palese violazione della clausola di invarianza di spesa. Ogni giorno di ritardo non è solo un rinvio, ma un costo vivo che si accumula, un potenziale danno erariale e un’esposizione diretta della società a responsabilità per mala gestio.

La gestione della catena di fornitura in un progetto di tale magnitudine è un’area a elevatissimo rischio di infiltrazione criminale e di reati presupposto come il riciclaggio e l’autoriciclaggio. Il flusso di 13,5 miliardi di euro attirerà inevitabilmente l’interesse di organizzazioni che utilizzano società di comodo o prestanome per inserirsi nei subappalti. Un modello 231 tradizionale, basato su autocertificazioni e controlli a campione, è del tutto inadeguato a fronteggiare una minaccia sistemica. Il vero rischio per la Stretto di Messina S.p.A. non è solo la sanzione pecuniaria prevista dal D.Lgs. 231/01, ma la misura più temuta: il sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto del reato, che in un caso del genere potrebbe paralizzare l’intera opera. La prevenzione, in questo ambito, deve essere tecnologica e pervasiva. L’ecosistema Scudo231 avrebbe implementato un protocollo di onboarding e monitoraggio continuo per ogni singolo anello della supply chain. Ogni fornitore, prima di essere accreditato, sarebbe stato sottoposto a un’analisi multimodale che incrocia dati camerali, finanziari, reputazionali e informazioni da banche dati antiriciclaggio internazionali. Durante l’esecuzione del contratto, ogni transazione finanziaria, ogni stato di avanzamento lavori e ogni variazione nell’assetto societario del fornitore sarebbe stata analizzata in tempo reale. Un’anomalia, come un pagamento verso un conto in una giurisdizione a rischio o la nomina di un amministratore con precedenti specifici, avrebbe fatto scattare un blocco operativo automatico e un’escalation all’OdV, creando una prova documentale inattaccabile della diligenza dell’ente e isolandolo da qualsiasi coinvolgimento, anche solo colposo, nelle attività illecite dei suoi partner commerciali.

Le opposizioni politiche hanno immediatamente capitalizzato la battuta d’arresto. Angelo Bonelli di Avs, insieme ai capigruppo Pd Marco Simiani e Anthony Barbagallo, e a Daniela Morfino del M5s, hanno parlato di “pressappochismo” e “dilettantismo“, attaccando la credibilità dell’intero impianto progettuale. Queste critiche, sebbene di natura politica, erodono il capitale di fiducia della società concessionaria, un asset intangibile fondamentale per un’opera che dipende dal sostegno pubblico e dalla fiducia dei mercati finanziari. L’incapacità di presentare un decreto tecnicamente inattaccabile al primo tentativo non è solo un errore, ma una comunicazione di debolezza organizzativa. Questa percezione può innescare un’attenzione supplementare da parte delle autorità di vigilanza e della magistratura, che potrebbero vedere nella disorganizzazione procedurale un possibile sintomo di illeciti più gravi. In un eventuale procedimento penale a carico di un apicale, l’ente si troverebbe a dover dimostrare di aver adottato ed efficacemente attuato un modello organizzativo idoneo a prevenire reati della specie di quello commesso. La prova di tale “efficace attuazione” è notoriamente difficile da fornire con documenti cartacei e procedure manuali.

Qui emerge la differenza strategica di un approccio basato sulla prova tecnologica. Una società che avesse gestito l’intero iter con un sistema sovrano come quello offerto dalla REDAZIONE SCUDO231, avrebbe potuto rispondere alle critiche non con comunicati stampa, ma con l’evidenza dei fatti. In caso di indagine, avrebbe potuto produrre un XAI Packet (Explainable AI), una ricostruzione causale e scientificamente validata di ogni decisione, autorizzazione e controllo avvenuto all’interno dei suoi sistemi. Questo pacchetto probatorio digitale, temporalmente certificato e immodificabile, dimostrerebbe in modo matematico che l’ente ha fatto tutto il possibile per prevenire l’illecito, spostando di fatto l’onere della prova e rendendo estremamente difficile contestare la colpa organizzativa. La protezione non sarebbe più affidata a interpretazioni legali, ma a un’evidenza logica e inconfutabile, trasformando il modello 231 da un costo di compliance a un’arma strategica di difesa e continuità operativa.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/03/10/fonti-dl-infrastrutture-ritorna-in-cdm-dopo-correzioni-ragioneria_cc867f14-75ac-45a5-82d1-077efd07bc60.html