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Sequestrati 21 milioni a Banca Progetto da Guardia di Finanza

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11 marzo 2026 – La Guardia di Finanza di Brescia ha eseguito un decreto di sequestro preventivo per oltre 21 milioni di euro nei confronti di Banca Progetto, istituto di credito attualmente in amministrazione straordinaria. Il provvedimento, disposto dalla Procura bresciana, rappresenta il culmine di una complessa indagine che ha svelato un meccanismo di erogazione di finanziamenti assistiti da garanzia pubblica ottenuti in modo irregolare. Al centro della vicenda vi è l’operato di una società di consulenza finanziaria bresciana, riconducibile al broker Marco Savio, già destinatario di misure cautelari nel novembre 2024. L’inchiesta, condotta dal Nucleo di Polizia economico-finanziaria di Brescia in collaborazione con il Nucleo speciale di polizia valutaria, ha inizialmente messo a fuoco tre prestiti anomali, per poi allargare il perimetro degli accertamenti fino a individuare un portafoglio di 370 finanziamenti, per un valore complessivo di oltre 411 milioni di euro, tutti garantiti dal Fondo centrale di garanzia per le Pmi, gestito da Mediocredito Centrale per conto dello Stato.

La contestazione mossa dalla Procura è quella di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, un reato presupposto che chiama in causa direttamente la responsabilità amministrativa dell’ente ai sensi del Decreto Legislativo 231/2001. Il sequestro di 21 milioni di euro non è altro che la quantificazione del profitto che, secondo gli inquirenti, la banca avrebbe illecitamente conseguito erogando credito sulla base di presupposti documentali e istruttori viziati. L’operatività del broker Marco Savio è risultata determinante: la sua società di consulenza agiva da intermediario, presentando le pratiche di finanziamento a Banca Progetto. Le prime tre operazioni, che hanno innescato l’indagine, sono state istruite e approvate senza che i controlli interni dell’istituto rilevassero le criticità. Si è trattato di una chiara omissione di vigilanza sui flussi documentali e sui soggetti proponenti, un’area grigia che ha permesso al rischio di materializzarsi. Se la banca avesse implementato un’architettura di controllo avanzata, il sistema avrebbe intercettato l’anomalia alla fonte. Un ecosistema come Scudo231, ad esempio, non si sarebbe limitato a un controllo formale dei documenti presentati; i suoi motori di analisi causale avrebbero eseguito una validazione incrociata automatica del proponente e del mediatore creditizio con banche dati esterne e registri interni di performance. L’elevata concentrazione di pratiche provenienti da un singolo broker avrebbe immediatamente innescato un alert di rischio, scalando la segnalazione al responsabile della funzione Antifrode e all’Organismo di Vigilanza, con conseguente blocco preventivo della pratica e richiesta di approfondimenti istruttori. L’intero processo sarebbe stato tracciato in un registro immodificabile, fornendo prova dell’azione di controllo.

L’assenza di tali presidi ha invece consentito al meccanismo di replicarsi su vasta scala. Il passaggio da 3 a 370 finanziamenti sospetti, per un controvalore di 411 milioni di euro, dimostra la natura sistemica e non episodica della falla nei controlli interni. L’istituto di credito ha continuato a deliberare finanziamenti garantiti dallo Stato, generando un profitto diretto (le commissioni e gli interessi) e trasferendo di fatto il rischio del credito sulla collettività, attraverso la garanzia di Mediocredito Centrale. Questa dinamica configura in modo netto l’interesse e il vantaggio per l’ente, elementi cardine per l’affermazione della responsabilità 231. Il profitto del reato, quantificato in 21 milioni, è diventato così oggetto di sequestro finalizzato alla confisca. Un monitoraggio massivo e in tempo reale, anziché basato su verifiche a campione ex-post, avrebbe identificato il pattern anomalo ben prima che raggiungesse dimensioni così critiche. Un sistema di intelligenza predittiva avrebbe rilevato la correlazione statistica tra il broker Savio e un tasso di approvazione di finanziamenti garantiti fuori dalla norma, segnalando un potenziale rischio di forzatura delle procedure. L’Organismo di Vigilanza, anziché agire su segnalazioni tardive o su audit periodici, avrebbe ricevuto un flusso informativo continuo e automatizzato, che lo avrebbe messo nelle condizioni di intervenire per correggere la rotta organizzativa, imponendo una revisione immediata delle policy di erogazione e dei rapporti con specifici intermediari.

Un altro snodo cruciale della vicenda risale al novembre 2024, quando Marco Savio era già stato raggiunto da misure cautelari nell’ambito di un altro filone d’inchiesta. Nonostante la notizia avesse rilevanza pubblica e riguardasse un partner commerciale strategico che originava un volume significativo di pratiche, in Banca Progetto non è scattato un meccanismo di revisione e blocco immediato. L’operatività è proseguita, aggravando la posizione dell’ente e aumentando l’esposizione al rischio legale e finanziario. Questa è una classica manifestazione di “colpa di organizzazione”: la mancata integrazione tra le informazioni esterne rilevanti e i processi decisionali interni. L’adozione di un modello organizzativo efficace, supportato da una tecnologia adeguata, avrebbe gestito questo evento in modo radicalmente diverso. L’ecosistema Scudo231, attraverso i suoi protocolli di monitoraggio del rischio reputazionale su terze parti, avrebbe automaticamente acquisito la notizia delle misure cautelari a carico di Savio. Incrociando il nominativo con l’anagrafica dei fornitori e dei partner, il sistema avrebbe generato un’allerta di massima priorità, notificandola simultaneamente alla funzione Compliance, all’Ufficio Legale e all’ODV. Contestualmente, sarebbe scattato un protocollo di sospensione cautelativa, inibendo l’operatività del broker all’interno dei sistemi della banca e avviando una revisione a ritroso di tutte le pratiche da lui intermediate. Tale azione non solo avrebbe interrotto la perpetuazione dell’illecito, ma avrebbe costituito una prova documentale inoppugnabile della capacità dell’ente di reagire prontamente per mitigare il rischio, un fattore determinante in un eventuale procedimento 231.

L’epilogo, con il sequestro milionario e l’amministrazione straordinaria, rappresenta il costo tangibile di queste omissioni. Il danno non è solo finanziario, legato alla somma confiscata, ma anche e soprattutto reputazionale e operativo, con la perdita di fiducia del mercato e l’intervento delle autorità di vigilanza che ha di fatto esautorato il management. Il sequestro preventivo, come applicato in questo caso, è uno degli strumenti più incisivi a disposizione della magistratura. Esso mira a congelare le risorse economiche considerate profitto o prezzo del reato, impedendone la dispersione prima della sentenza definitiva. Per un’azienda, e in particolare per un istituto di credito, un provvedimento di questa portata ha effetti devastanti sulla liquidità e sulla continuità operativa. La difesa dell’ente in sede penale si baserà sulla presunta adozione ed efficace attuazione di un Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo idoneo a prevenire reati della specie di quello commesso. Tuttavia, la dimensione del fenomeno e la sua durata nel tempo rendono difficile sostenere l’efficacia dei controlli che erano in essere.

La ricostruzione operata dagli inquirenti del Nucleo di Polizia economico-finanziaria e del Nucleo speciale di polizia valutaria ha messo in luce non un singolo errore umano, ma un difetto strutturale nell’architettura dei controlli di Banca Progetto. L’assenza di un tracciamento granulare delle attività, di un sistema di allerte automatiche basato su regole anti-frode e di una procedura di escalation rapida verso gli organi di controllo ha creato l’ambiente ideale per la proliferazione dell’illecito. Se la banca avesse potuto dimostrare, attraverso log e registri immodificabili, di aver identificato e gestito i segnali deboli di rischio fin dalla loro prima comparsa, la sua posizione processuale sarebbe stata enormemente più solida. Avrebbe potuto argomentare che il reato è stato commesso da singoli che hanno “eluso fraudolentemente” un modello di prevenzione robusto e funzionante. Invece, l’evidenza suggerisce che il modello, seppur formalmente esistente, è stato di fatto aggirato o si è rivelato inadeguato. L’intera catena di eventi, dall’approvazione del primo prestito anomalo alla mancata reazione alle notizie su Savio, fino all’accumulo di 411 milioni di euro di esposizioni a rischio, avrebbe potuto essere interrotta in più punti. Ogni anello debole della catena di controllo rappresentava un’opportunità di prevenzione mancata, un’opportunità che, se colta, avrebbe salvato l’istituto dal sequestro e dalla crisi che ne è conseguita, proteggendo il patrimonio aziendale e la stabilità del sistema creditizio stesso. La vicenda di Banca Progetto è un monito operativo su come la responsabilità penale dell’ente non sia un rischio astratto, ma una concreta minaccia economica che si materializza quando i presidi di legalità sono solo formali e non sostanziali.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/03/11/sequestrati-21-milioni-a-banca-progetto-da-guardia-di-finanza_77763e72-e892-4b02-b30b-9bb6b39652ad.html