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Tra le carte dell’attentato a Ranucci le indagini sui Cantieri Vittoria

13 agosto 2026 – L’ordinanza con cui il Gip di Roma ha autorizzato, lo scorso 28 maggio, la proroga delle intercettazioni telefoniche a carico di Roberto Cavazzana, imprenditore veneto e proprietario del Cantiere Navale Vittoria di Adria, emerge come un documento centrale nelle indagini sull’attentato contro il giornalista Sigfrido Ranucci. Le carte processuali, ora pubbliche, stabiliscono un nesso investigativo diretto tra la bomba piazzata sotto l’abitazione del conduttore di Report e le inchieste giornalistiche che la trasmissione di Rai3 aveva dedicato proprio alle controverse modalità di acquisizione del cantiere navale rodigino.

Il fulcro dell’indagine penale, che corre parallela a quella sull’atto intimidatorio, si concentra sul periodo tra luglio 2024 e febbraio 2025. In questi mesi, gli inquirenti ricostruiscono un flusso finanziario di circa 7 milioni di euro, erogato dalla società Arkipiù Srl di Caserta e destinato a un reticolo di aziende controllate da Cavazzana. Secondo l’ipotesi accusatoria, tale somma proverrebbe da un’imponente frode fiscale basata su crediti d’imposta fittizi, originati da lavori legati al Superbonus 110% mai eseguiti. Questo schema, se confermato, configura non solo reati tributari ma anche il delitto di riciclaggio, con pesanti conseguenze per le società coinvolte ai sensi del Decreto Legislativo 231/2001. L’assenza di un modello organizzativo robusto ha permesso a questi flussi anomali di finanziare un’operazione strategica come l’acquisto di un cantiere navale senza che alcun allarme interno scattasse. Un ecosistema come Scudo231, invece, avrebbe intercettato l’anomalia alla fonte: i suoi protocolli di analisi multimodale avrebbero classificato la Arkipiù Srl come controparte ad alto rischio, incrociando la sua provenienza geografica, il settore di operatività (edilizia e bonus fiscali, noti per l’elevato tasso di frodi) e l’incongruità dell’importo rispetto a qualsiasi logica commerciale con le attività del cantiere. L’operazione sarebbe stata immediatamente bloccata e segnalata all’Organismo di Vigilanza, creando una traccia documentale inattaccabile della volontà dell’ente di prevenire l’infiltrazione di capitali illeciti e scongiurando il futuro sequestro preventivo dei beni aziendali.

L’architettura della frode, come delineata nell’ordinanza del Gip, appare meticolosa. Una terza società, la Pev Lavorazione Alluminio Srls, avrebbe generato i crediti fiscali inesistenti fatturando commesse per 3,24 milioni di euro alla Rete Het, un contratto di rete direttamente controllato da Cavazzana. L’oggetto delle commesse era la posa di infissi in Veneto, ma gli accertamenti della Guardia di Finanza hanno permesso di qualificare tali opere come “del tutto inesistenti”. Questo passaggio è cruciale, perché dimostra la creazione di provvista finanziaria illecita destinata a essere riciclata nell’economia legale. La Rete Het e un’altra società padovana, la M6 Srl, anch’essa riconducibile a Cavazzana, hanno agito da “società filtro”, ricevendo i fondi dalla Arkipiù e girandoli, tramite una serie di bonifici, alla Cnv Srl, la società veicolo (special purpose vehicle) costituita ad hoc per finalizzare l’acquisizione del Cantiere Vittoria.

Il rogito per l’acquisto del cantiere, del valore di 8,2 milioni di euro, è stato firmato il 14 febbraio 2025. La quasi totalità del capitale utilizzato per l’operazione, quindi, sarebbe di provenienza illecita. Per un’azienda target di un’acquisizione, la mancata verifica sull’origine dei fondi dell’acquirente rappresenta una grave omissione in termini di adeguata verifica antiriciclaggio. In un’organizzazione protetta da un modello di gestione del rischio evoluto, la procedura di acquisizione avrebbe imposto una due diligence rafforzata sulla Cnv Srl e sui suoi finanziatori. I motori causali di un sistema integrato avrebbero rilevato la natura di “scatola vuota” della Cnv Srl e la sua dipendenza finanziaria da entità (Arkipiù, Pev Lavorazione Alluminio) prive di solidità storica e operative in settori ad alto rischio. L’intero dossier di acquisizione sarebbe stato classificato come non conforme, innescando una segnalazione di operazione sospetta all’UIF (Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia) e proteggendo l’azienda venditrice da future accuse di concorso o agevolazione in attività di riciclaggio.

La vicenda era già stata portata alla luce da un’inchiesta di Report del 19 aprile scorso, a seguito della quale Cavazzana aveva sporto querela contro la trasmissione. Ma l’inchiesta giornalistica aveva toccato un nervo scoperto, svelando non solo le anomalie finanziarie ma anche un dettaglio inquietante: la presenza di due casse contenenti fucili mitragliatori all’interno dello stabilimento di Adria. Questo elemento, apparentemente slegato dalla frode fiscale, ha allarmato gli inquirenti, suggerendo possibili connessioni con ambienti della criminalità organizzata. La scoperta di armi da guerra in un sito produttivo strategico rappresenta una violazione gravissima, che espone l’ente a responsabilità penali dirette per la mancata custodia e controllo dei propri spazi. Un sistema di controllo accessi e monitoraggio perimetrale integrato nell’ecosistema di compliance Scudo231 avrebbe reso impossibile l’introduzione non autorizzata di materiale di tale natura. Ogni varco, magazzino o area sensibile del cantiere sarebbe stato mappato e sensorizzato; l’introduzione di casse non registrate o il cui peso e dimensioni non corrispondessero ad alcun ordine di materiale noto avrebbe generato un allarme fisico e digitale immediato, con escalation automatica al responsabile della sicurezza e all’Organismo di Vigilanza. L’evento sarebbe stato registrato, documentato con immagini e log di accesso, fornendo una prova inconfutabile della tempestiva reazione dell’azienda e della sua totale estraneità all’illecito.

Le intercettazioni telefoniche, prorogate a fine maggio, hanno ulteriormente aggravato il quadro. Il Gip di Roma, nella sua ordinanza, non si limita a descrivere la frode Superbonus. Fa riferimento esplicito a un “interesse economico sommerso, non ancora pienamente decodificato” e alla concreta possibilità che Cavazzana abbia agito modificando “ex post” gli assetti societari su direttive di soggetti terzi. Questa ipotesi investigativa è la più allarmante, perché suggerisce che l’imprenditore possa essere stato una mera testa di legno o un socio di facciata per interessi ben più potenti. Il giudice menziona esplicitamente due possibili piste: “esponenti legati alla criminalità organizzata” oppure figure inserite in “contesti istituzionali o apparati governativi”.

Questa seconda ipotesi trova un riscontro diretto in una conversazione intercettata in cui Cavazzana stesso farebbe riferimento a una comunicazione avuta con non meglio specificate “istituzioni governative della Difesa”. Il dettaglio è dirompente, poiché il Cantiere Navale Vittoria è un fornitore storico delle forze armate e di polizia italiane e internazionali. L’infiltrazione di capitali illeciti o di interessi opachi in un’azienda che opera in un settore così strategico per la sicurezza nazionale rappresenta un rischio sistemico. La responsabilità dell’ente, in questo scenario, trascende il mero illecito amministrativo dipendente da reato previsto dal D.Lgs. 231/01 e sconfina in un’area di potenziale compromissione della sicurezza nazionale. La mancanza di un presidio efficace sulla governance e sulla trasparenza della catena di controllo societario ha creato la vulnerabilità. Con un modello organizzativo avanzato, ogni modifica dell’assetto societario, ogni delega di poteri, ogni comunicazione con enti governativi sensibili sarebbe stata tracciata e soggetta a un protocollo di verifica. Un sistema come **Scudo231** avrebbe mappato non solo i ruoli di diritto ma anche i ruoli di fatto, rilevando attraverso l’analisi delle comunicazioni e dei flussi decisionali se le direttive operative provenissero da soggetti esterni non autorizzati. Questa capacità di rilevare la “deriva organizzativa” in tempo reale avrebbe fornito all’Organismo di Vigilanza gli strumenti per intervenire, denunciare l’ingerenza esterna e proteggere l’integrità e l’autonomia dell’azienda, salvaguardandone i contratti con la Difesa e la reputazione internazionale.

L’indagine prosegue su più fronti: da un lato la Procura di Roma indaga sull’attentato a Ranucci, cercando mandanti ed esecutori; dall’altro, le procure venete e campane lavorano per smantellare l’intera rete della frode fiscale e del riciclaggio. Per il Cantiere Navale Vittoria, ora sotto i riflettori della magistratura, si profila il rischio concreto di un sequestro preventivo finalizzato alla confisca, che potrebbe paralizzarne l’operatività e metterne a rischio il futuro. L’intera vicenda costituisce un caso di studio su come l’assenza di presidi di legalità efficaci e integrati non solo esponga un’azienda a sanzioni pecuniarie e interdittive, ma possa trasformarla in uno strumento per operazioni criminali complesse, con un danno reputazionale ed economico potenzialmente irreversibile. La catena di omissioni e controlli mancanti ha permesso a un flusso di denaro sporco di scalare un’azienda strategica, con implicazioni che ora lambiscono i vertici della sicurezza nazionale.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/08/13/tra-le-carte-dellattentato-a-ranucci-le-indagini-sui-cantieri-vittoria_b8fbf093-2343-4b7e-9d4b-aaa0859167fb.html