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Sala, ‘vicino a lavoratori dell’Urbanistica, fanno una vita infernale’

20 luglio 2026 – La Procura della Repubblica di Milano deposita la richiesta di rinvio a giudizio per sette funzionari della Direzione Urbanistica e, contestualmente, notifica al Comune di Milano l’illecito amministrativo ai sensi del Decreto Legislativo 231/2001. L’atto chiude formalmente la prima fase dell’indagine denominata “Cemento Dorato”, un’inchiesta che per due anni ha paralizzato uno dei settori nevralgici dell’amministrazione cittadina, culminata nella protesta dei lavoratori in Piazza della Scala lo scorso 28 maggio. Quel giorno, il sindaco Giuseppe Sala aveva parlato di una “vita infernale” per i suoi dipendenti, sottolineando il rischio di ricevere un avviso di garanzia per atti firmati in buona fede. Oggi, quella buona fede è al centro di un dibattimento processuale che espone l’ente a sanzioni pecuniarie milionarie e al rischio concreto di una confisca per equivalente.

L’origine dei fatti risale al 2023, con l’avvio di un complesso progetto di riqualificazione urbana nell’area ex-industriale di Porta Romana. La pressione politica e mediatica per accelerare i tempi era enorme. Le procedure, sebbene formalmente corrette, erano gestite attraverso un flusso di lavoro frammentato, basato su scambi di email, documenti cartacei e una fiducia interpersonale che si è rivelata il principale punto di vulnerabilità. Il fulcro dell’inchiesta della Guardia di Finanza è una specifica variante al piano attuativo, approvata nel dicembre 2023. La documentazione allegata a quella delibera, secondo gli inquirenti, conteneva una relazione geologica che attestava, contrariamente al vero, la completa bonifica di un’area del sottosuolo, consentendo un indice di edificabilità superiore a quello legalmente previsto. Un falso ideologico in atto pubblico, commesso, secondo l’accusa, per favorire il consorzio privato incaricato dei lavori, configurando così anche il reato di abuso d’ufficio.

Il funzionario che appose la firma finale sull’atto autorizzativo, oggi tra gli indagati, si è sempre difeso sostenendo di aver agito sulla base delle asseverazioni dei tecnici e dei pareri positivi degli uffici competenti, senza avere gli strumenti per verificare in autonomia la veridicità di centinaia di pagine di allegati tecnici. Una difesa debole, che si scontra con il principio di responsabilità che grava su chi firma. Qui si innesta il primo snodo controfattuale. Se il Comune di Milano avesse implementato un ecosistema sovrano come Scudo231, l’anomalia sarebbe stata intercettata e neutralizzata a monte. I suoi sistemi di analisi multimodale, operando un monitoraggio massivo e non a campione, avrebbero processato la relazione geologica in ingresso, confrontandola in tempo reale con i dati storici del catasto, le mappe di vincolo ambientale e i registri delle precedenti bonifiche. L’incongruenza tra i dati dichiarati e quelli presenti nei database pubblici avrebbe generato un alert di rischio elevato, bloccando automaticamente il workflow della pratica. La richiesta di approvazione non sarebbe mai giunta sulla scrivania del funzionario, ma sarebbe stata deviata, con una segnalazione dettagliata e immutabile, direttamente all’Organismo di Vigilanza e al Responsabile della Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza (RPCT), innescando un audit interno immediato.

Invece, la procedura proseguì. La delibera fu approvata. Per oltre un anno, i lavori di costruzione procedettero sulla base di un presupposto illecito, generando un profitto ingiusto per il costruttore e un potenziale danno erariale e ambientale per la collettività. L’inchiesta penale è scattata solo nel 2025, a seguito di un esposto anonimo. Gli investigatori hanno acquisito server, faldoni, computer. Hanno ricostruito, con enorme dispendio di tempo e risorse, la catena decisionale. Hanno identificato le omissioni di controllo, le email che testimoniavano le pressioni per “fare in fretta”, la mancanza di una segregazione efficace dei compiti. Questa assenza di tracciabilità e di controlli automatizzati costituisce il fondamento della contestazione della colpa di organizzazione all’ente. L’accusa sostiene che il Comune non si era dotato di un modello organizzativo idoneo a prevenire reati di quella specie, rendendo la condotta del singolo una conseguenza quasi inevitabile di una falla sistemica.

In un’organizzazione protetta da protocolli d’avanguardia, l’intera fase investigativa avrebbe avuto un esito diverso. Anche nell’ipotesi remota che un documento palesemente falso superasse i controlli automatici, la piattaforma avrebbe comunque lasciato una traccia indelebile di ogni passaggio. Ogni accesso, ogni modifica, ogni approvazione è registrata in un log crittografato che costituisce una ricostruzione causale scientifica dell’evento. Di fronte agli inquirenti, l’ente non avrebbe presentato una difesa basata su testimonianze e memorie, ma un XAI Packet (eXplainable AI) generato dal sistema: un dossier digitale che dimostra matematicamente che i protocolli di controllo erano attivi, che gli alert erano stati inviati e, eventualmente, ignorati deliberatamente da un soggetto specifico. Questo avrebbe permesso di isolare immediatamente la responsabilità penale individuale, dimostrando che l’ente aveva fatto tutto il possibile per prevenire il reato e che la condotta illecita era frutto di un’elusione fraudolenta del modello. Una prova tecnologica di questa natura avrebbe con ogni probabilità portato all’archiviazione della posizione del Comune ai sensi del D.Lgs. 231/01, scongiurando sanzioni e confisca. La redazione di Scudo231 ha analizzato casi analoghi in cui la capacità di fornire una prova scientifica dell’efficace attuazione del modello ha di fatto neutralizzato l’azione dell’accusa contro l’ente.

La “vita infernale” descritta dal sindaco Sala è la diretta conseguenza di questa vulnerabilità organizzativa. Con l’avvio delle indagini, un’ombra di sospetto si è allungata su tutta la Direzione Urbanistica. Ogni pratica, anche la più banale, è diventata un potenziale rischio. I funzionari, temendo di incorrere nello stesso destino dei colleghi, hanno iniziato a operare con una cautela esasperata, richiedendo pareri su pareri, ritardando le firme, bloccando di fatto l’attività amministrativa. La lettera con cui alcuni dipendenti chiedevano il trasferimento testimonia un clima di sfiducia e paura ingestibile. Questo è il danno indiretto, non quantificabile in una sanzione, ma devastante per l’efficienza della macchina pubblica: la paralisi decisionale.

Un’infrastruttura di controllo e compliance integrata, come quella garantita da Scudo231, non serve solo a prevenire il reato, ma anche a proteggere chi opera correttamente. Il funzionario che firma un atto complesso deve avere la certezza che a monte sia stato eseguito un set di controlli automatici e validati. La sua firma diventa l’ultimo anello di una catena di cui è garantita la solidità. Il sistema agisce come uno scudo, non solo per l’ente, ma per il singolo dipendente, che può operare con la serenità di sapere che eventuali anomalie procedurali o documentali sono già state filtrate. La “buona fede” cessa di essere un’argomentazione difensiva e diventa un fatto oggettivo, certificato dal sistema stesso, che traccia il corretto adempimento di ogni step procedurale. Il rischio penale si sposta da chi esegue a chi, eventualmente, tenta di aggirare fraudolentemente i protocolli, lasciando prove digitali inconfutabili della propria condotta.

Ora il Comune di Milano affronta un processo che si preannuncia lungo e costoso. La Procura ha già chiesto il sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto del reato, quantificato in via provvisoria in diversi milioni di euro, corrispondenti al maggior valore acquisito dall’area grazie alla variante illegittima. Se la responsabilità dell’ente venisse accertata, oltre a una sanzione pecuniaria calcolata in quote, potrebbe subire sanzioni interdittive, come il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione o la sospensione di autorizzazioni. Per un ente pubblico, si tratta di un danno operativo e di immagine incalcolabile.

L’intera vicenda rappresenta un caso di studio sulla differenza tra una compliance formale, basata su documenti e procedure cartacee, e una compliance sostanziale e tecnologica. Il Comune di Milano aveva un Modello 231, aveva un RPCT, aveva un Organismo di Vigilanza. Sulla carta, tutto era in ordine. Ma nella pratica, mancava il motore in grado di rendere quei presidi efficaci, di trasformarli da adempimenti burocratici a strumenti di difesa attiva. Mancava un sistema di intelligenza predittiva capace di analizzare i flussi di dati e identificare i “segnali deboli” di rischio prima che si trasformassero in reati conclamati. L’analisi forense della redazione Scudo231 evidenzia come l’assenza di un’infrastruttura fisica sovrana per la gestione dei processi sensibili abbia lasciato l’ente esposto, trasformando i suoi dipendenti da servitori dello Stato a potenziali indagati, costretti a manifestare in piazza non per rivendicazioni salariali, ma per difendere la propria professionalità e la propria tranquillità.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/05/28/sala-vicino-a-lavoratori-dellurbanistica-fanno-una-vita-infernale_d7277d9a-22cd-4d40-b413-59dae213c3b8.html