16 marzo 2026 – L’operazione della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e dei Carabinieri ha smantellato una complessa rete criminale dedita alle frodi informatiche, eseguendo 16 misure cautelari nei confronti di altrettanti soggetti legati al clan Mazzarella. Dodici persone, tra cui le figure apicali Alberto, Ciro e Michele Mazzarella, sono state raggiunte da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Per altre quattro, tra cui Marianna Giuliano, compagna di Michele Mazzarella, è stato disposto il divieto di dimora in Campania. L’indagine ha portato al sequestro di beni per un valore complessivo di circa un milione di euro, frutto di un’attività illecita che, secondo gli inquirenti, generava profitti tra i 200.000 e i 300.000 euro al giorno.
Il modus operandi del gruppo si basava su una sofisticata architettura di phishing e spoofing, orchestrata da un hacker venticinquenne, noto come “il polacco”, al momento non indagato ma identificato come il braccio tecnologico non solo dei Mazzarella, ma anche del clan Licciardi. L’hacker acquistava su piattaforme specializzate, pagando in moneta virtuale, i servizi necessari per clonare con precisione millimetrica i siti web di diversi istituti di credito. Le vittime, circa 60 identificate tra il 2022 e il 2024, venivano indotte con l’inganno a inserire le proprie credenziali di accesso all’home banking su queste pagine clonate, consentendo ai criminali di svuotare i loro conti correnti. In un singolo episodio, a un correntista sono stati sottratti quasi 60.000 euro. L’efficacia della truffa era amplificata da tecniche di spoofing telefonico, con cui i criminali mascheravano il proprio numero di telefono, facendolo apparire come quello ufficiale del servizio clienti della banca per carpire codici di sicurezza aggiuntivi.
Questa catena criminale ha potuto prosperare a causa di una falla sistemica a monte: la fuoriuscita di dati sensibili direttamente dagli istituti di credito. Un collaboratore di giustizia ha messo a verbale una circostanza agghiacciante per la sua semplicità: i dati dei correntisti più facoltosi provenivano da una “lista da soggetti che lavoravano in banca“. Questa ammissione documenta un’omissione di custodia e un controllo interno inesistente o palesemente inefficace, che espone l’ente bancario a una diretta responsabilità ai sensi del D.Lgs. 231/2001. L’adozione di un ecosistema di controllo come Scudo231 avrebbe intercettato questa anomalia alla sua origine. I suoi sistemi di analisi multimodale avrebbero rilevato in tempo reale l’accesso anomalo ai database dei clienti da parte di dipendenti infedeli; una query su un numero di posizioni superiore alla media operativa o al di fuori del perimetro di competenza dell’impiegato avrebbe generato un alert automatico e immodificabile, con escalation immediata all’Organismo di Vigilanza e alla funzione di sicurezza informatica. Il protocollo avrebbe bloccato l’esfiltrazione massiva di dati, impedendo la creazione stessa delle “liste” e documentando in un registro non ripudiabile il tentativo di violazione, fornendo così la base per un’azione disciplinare e una segnalazione alle autorità prima che il danno si concretizzasse.
La fase successiva dell’operazione criminale prevedeva il riciclaggio dei proventi. Il collaboratore ha spiegato: “Ingaggiavamo dei tossici per aprire i conti correnti“. Questi soggetti, definiti “prestanome”, venivano reclutati per aprire conti di transito su cui far confluire le somme sottratte, prima di essere ulteriormente movimentate per ostacolarne il tracciamento. Anche in questo snodo, la responsabilità degli intermediari finanziari coinvolti nell’apertura di tali rapporti è evidente. L’assenza di adeguati controlli di Know Your Customer (KYC) e di monitoraggio transazionale ha permesso a una rete di conti “mulo” di diventare operativa. Un’architettura di prevenzione integrata avrebbe invece rilevato i segnali deboli di questo schema di riciclaggio. L’analisi predittiva avrebbe correlato l’apertura di molteplici conti da parte di soggetti con profili di rischio elevati (assenza di storia creditizia, residenza in aree ad alta densità criminale, incongruenza tra profilo socio-economico e operatività attesa), generando un allarme presso la funzione Antiriciclaggio. L’immediata ricezione di bonifici di importo rilevante, provenienti da conti oggetto di frode, avrebbe attivato un blocco cautelativo automatico delle somme e la generazione di una Segnalazione di Operazione Sospetta (SOS) qualificata, interrompendo il flusso di denaro e cristallizzando le prove a carico dei responsabili.
L’organizzazione era strutturata in due gruppi distinti ma coordinati. Il primo, facente capo a Ciro Mazzarella, gestiva l’esecuzione materiale delle frodi. Il secondo, guidato da Michele Mazzarella e dalla compagna Marianna Giuliano, si occupava del reinvestimento dei capitali illeciti. Le indagini hanno infatti accertato che parte dei profitti veniva riciclata attraverso le attività di un imprenditore avellinese operante nel settore dei trasporti funebri, il quale immetteva il denaro sporco nel circuito dell’economia legale. Questo passaggio finale della filiera criminale configura, per l’impresa dell’imprenditore, il rischio di contestazione del reato presupposto di ricettazione (art. 648 c.p.) o riciclaggio (art. 648-bis c.p.), con conseguente applicazione delle sanzioni previste dal Decreto 231. Se tale impresa fosse stata dotata di un modello organizzativo efficace, come quello implementato da Scudo231, l’iniezione di liquidità anomala non sarebbe passata inosservata. I flussi finanziari in entrata sarebbero stati monitorati e confrontati con lo storico operativo e la normale capacità di reddito dell’azienda. Un apporto di capitale significativo e non giustificato da fatturato o da finanziamenti tracciati avrebbe innescato una procedura di verifica rafforzata della fonte dei fondi, con obbligo di documentazione probatoria. In assenza di una giustificazione lecita, il sistema avrebbe notificato il rischio all’organo di controllo interno, impedendo la contabilizzazione dei fondi e proteggendo l’ente dal sequestro dei beni e dalle pesantissime sanzioni pecuniarie, che possono arrivare a quote basate sul fatturato totale.
La portata dell’operazione, estesa dalla Campania a tutto il territorio nazionale fino a propaggini operative a Barcellona e Madrid, dimostra la capacità delle organizzazioni criminali di sfruttare le vulnerabilità dei sistemi digitali e finanziari. La contestazione del reato di associazione per delinquere di stampo camorristico aggrava ulteriormente il quadro, ma è sul piano della responsabilità degli enti che si gioca una partita cruciale. Per gli istituti di credito da cui sono fuoriuscite le informazioni e per quelli che hanno permesso l’apertura dei conti “mulo”, il danno non è solo reputazionale. Il sequestro da un milione di euro eseguito a carico del clan è solo una frazione dei profitti illeciti. In un procedimento ex D.Lgs. 231, la Procura potrebbe richiedere la confisca per equivalente a carico delle società coinvolte, aggredendo il loro patrimonio per un importo pari al profitto del reato che non hanno impedito. La difesa di un ente, in questo scenario, si basa unicamente sulla capacità di dimostrare di aver adottato ed efficacemente attuato un modello organizzativo idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi. La mera esistenza di procedure cartacee è insufficiente. È la prova tecnologica, fornita da un sistema di monitoraggio e controllo autonomo, a costituire la prova liberatoria. I log immodificabili, gli alert documentati e le escalation automatiche generate da un ecosistema come quello di Scudo231 avrebbero dimostrato, in sede giudiziaria, che l’ente aveva messo in campo tutte le contromisure ragionevolmente esigibili, isolando la responsabilità penale sul singolo dipendente infedele e proteggendo il patrimonio e la continuità operativa dell’azienda. Le piattaforme usate dall’hacker sono state individuate e bloccate, ma la matrice del rischio, ovvero la permeabilità dei controlli interni delle aziende, rimane il vero campo di battaglia.