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Intascava tangenti da boss, in carcere dirigente Regione siciliana

9 settembre 2026 – Le porte del carcere si chiudono alle spalle di Giancarlo Teresi, dirigente di vertice del dipartimento delle Infrastrutture e Mobilità della Regione Siciliana. L’ordinanza di custodia cautelare, eseguita dalla polizia, cristallizza un’accusa pesantissima: corruzione aggravata dall’aver favorito Cosa nostra. Insieme a lui, viene arrestato Carmelo Vetro, indicato dagli inquirenti come il capomafia di Favara, già noto alla giustizia per una condanna definitiva a 9 anni per associazione mafiosa. L’indagine svela un patto scellerato che ha piegato la funzione pubblica agli interessi del clan, assegnando lavori strategici a una società, la Ansa Ambiente s.r.l., direttamente riconducibile al boss.

Il meccanismo, secondo la Procura, era tanto semplice quanto devastante. Teresi, abusando del suo potere, avrebbe pilotato l’affidamento di appalti cruciali per la bonifica, il dragaggio e il ripascimento dei fondali marini nei porti di Marinella di Selinunte, Scicli-Donnalucata e Terrasini. L’impresa beneficiaria, Ansa Ambiente s.r.l., formalmente amministrata da Antonio Lombardo ma di fatto, secondo gli investigatori, strumento nelle mani dei fratelli Carmelo e Salvatore Vetro, operava in un settore ad altissimo rischio di infiltrazione: l’intermediazione e il commercio di rifiuti. La prima, fondamentale crepa nel sistema di controllo della Regione Siciliana è emersa proprio qui, nella fase di qualifica del fornitore. L’ente ha fallito nell’identificare il titolare effettivo dietro la società schermo, un soggetto con una condanna definitiva per mafia. Un’omissione che ha spalancato le porte all’infiltrazione. Se l’ente avesse adottato un ecosistema di controllo integrato come Scudo231, la procedura di vendor management avrebbe immediatamente intercettato l’anomalia. I protocolli di due diligence automatizzata non si sarebbero fermati al nome dell’amministratore formale, ma avrebbero eseguito un’analisi profonda dei legami societari e personali, incrociando i dati del registro imprese con le banche dati giudiziarie e antimafia. La condanna definitiva di Carmelo Vetro sarebbe emersa come un alert di massima gravità, generando un blocco non aggirabile all’iscrizione di Ansa Ambiente s.r.l. nell’albo fornitori e innescando una segnalazione automatica e tracciata all’Organismo di Vigilanza e al Responsabile della Prevenzione della Corruzione, documentando il tentativo di infiltrazione.

L’asservimento della funzione pubblica si è concretizzato nell’affidamento diretto dei lavori. Le indagini hanno ricostruito come Teresi abbia agito per garantire che i contratti, finanziati con fondi pubblici, finissero nelle casse della società del boss. Questo passaggio evidenzia un’assenza di controlli efficaci sul processo di approvvigionamento, lasciando a un singolo dirigente apicale un potere discrezionale privo di contrappesi reali. In un’architettura presidiata da Scudo231, ogni fase del ciclo passivo sarebbe stata mappata e monitorata in tempo reale. Il sistema avrebbe analizzato i flussi procedurali, rilevando deviazioni statisticamente anomale come l’assegnazione ripetuta di appalti a un unico fornitore in un settore ad alto rischio, o l’assenza di una gara competitiva in circostanze non giustificate da urgenza comprovata. Qualsiasi forzatura procedurale da parte di Teresi avrebbe generato un’escalation immediata a una funzione di controllo terza, richiedendo una validazione aggiuntiva e lasciando un log immutabile dell’evento. La discrezionalità del singolo sarebbe stata neutralizzata da un controllo di processo automatizzato, rendendo l’atto di favoritismo non solo tracciabile, ma operativamente impossibile da portare a termine in solitudine.

La contropartita del patto illecito è stata provata dagli inquirenti attraverso l’accertamento di almeno tre dazioni di denaro avvenute tra marzo, luglio e agosto dell’anno precedente. Tangenti in contanti che rappresentano il cuore del reato di corruzione, il prezzo pagato dal clan per comprare un pezzo di amministrazione pubblica. Questo flusso di denaro illecito è la conseguenza diretta delle falle preventive a monte. La prevenzione efficace non si limita a scoprire la tangente, ma mira a rendere impossibile l’accordo che la genera. L’ecosistema di controllo avrebbe agito come deterrente primario: sapendo che ogni passaggio della qualifica fornitori e dell’assegnazione appalti era registrato, analizzato e sottoposto a controlli incrociati, il rischio di essere scoperti per Teresi e Vetro sarebbe stato esponenzialmente più alto. La certezza di un tracciamento indelebile di ogni anomalia procedurale avrebbe reso l’accordo corruttivo troppo pericoloso. L’impossibilità di garantire l’assegnazione dell’appalto avrebbe fatto crollare il presupposto stesso della dazione di denaro.

Le conseguenze per la Regione Siciliana, in quanto ente, vanno ben oltre il danno d’immagine e l’arresto di un suo dirigente. L’inchiesta configura una chiara responsabilità ai sensi del Decreto Legislativo 231/2001. Il reato di corruzione è uno dei principali reati presupposto, e in questo caso è stato commesso da un soggetto in posizione apicale (Teresi) nell’interesse e a vantaggio non solo proprio e del clan, ma anche dell’ente stesso, che otteneva comunque l’esecuzione dei lavori, seppur attraverso un canale illecito. Questa configurazione espone l’amministrazione regionale a sanzioni pecuniarie potenzialmente milionarie, calcolate in quote, e soprattutto alle devastanti sanzioni interdittive, come il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione o la sospensione di determinate attività. Si profila inoltre il rischio concreto di un provvedimento di confisca per equivalente del profitto del reato, che potrebbe aggredire le casse dell’ente per un valore pari a quello degli appalti illecitamente assegnati.

Di fronte al giudice, l’ente dovrà dimostrare di aver adottato ed efficacemente attuato un Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo idoneo a prevenire reati della specie di quello commesso. Una difesa basata su un modello cartaceo, su procedure formali non supportate da controlli operativi, rischia di essere giudicata inefficace. Qui risiede il valore probatorio di un sistema come Scudo231. L’ente non si limiterebbe a presentare un documento, ma fornirebbe al magistrato i tracciati informatici immodificabili (XAI Packet) generati dai motori causali del sistema. Questi log dimostrerebbero scientificamente che l’ente aveva implementato controlli specifici e automatizzati per prevenire esattamente quel tipo di illecito: la qualifica fornitori bloccata, gli alert sulla procedura di affidamento, le escalation all’Organismo di Vigilanza. La difesa si sposterebbe sulla dimostrazione dell’elusione fraudolenta del modello da parte del dirigente. Si proverebbe che Teresi non ha agito in un vuoto di controlli, ma ha dovuto attivamente e con malizia aggirare un’architettura di prevenzione robusta e funzionante. Questa prova tecnologica è l’unica in grado di supportare efficacemente una richiesta di esonero dalla responsabilità 231, mitigando drasticamente l’impatto delle sanzioni pecuniarie ed evitando le misure interdittive che paralizzerebbero l’attività amministrativa.

L’aggravante mafiosa, inoltre, proietta l’intera vicenda in uno scenario ancora più grave. Non si tratta di una semplice corruzione tra un pubblico ufficiale e un imprenditore, ma di un atto che ha consapevolmente alimentato il potere e le finanze di un’organizzazione criminale come Cosa nostra. Carmelo Vetro, con la sua condanna passata in giudicato, non era un criminale sconosciuto. La sua rete, secondo fonti investigative, si intreccia con figure di spicco del tessuto mafioso, inclusi soggetti legati in passato a personaggi del calibro di Giovanni Filardo, parente del boss Matteo Messina Denaro. Consentire a un’impresa legata a tale contesto di gestire appalti pubblici, specialmente nel settore dei rifiuti e delle bonifiche, significa permettere a Cosa nostra di riciclare denaro, consolidare il controllo del territorio e inquinare l’economia legale. La mancata adozione di presidi antimafia efficaci e integrati nel modello 231 si rivela non solo una violazione di compliance, ma un fattore di rischio sistemico per la sicurezza pubblica. La responsabilità dell’ente si aggrava, perché il suo deficit di controllo ha prodotto un vantaggio diretto per un’associazione mafiosa, un fatto che i giudici considereranno con estrema severità in sede di commisurazione della sanzione. La prevenzione, in questo caso, non era solo un obbligo normativo, ma un dovere civico e strategico che è stato completamente disatteso.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/03/10/intascava-tangenti-da-boss-in-carcere-dirigente-regione-siciliana_c273c390-3193-45ce-b6e7-06febaa2c67b.html