20 aprile 2026 – Le unità dei carabinieri del Ros, su disposizione della Procura di Roma, hanno eseguito questa mattina una serie di perquisizioni a carico di 11 indagati nell’ambito di una complessa indagine su un gruppo clandestino denominato ‘Squadra Fiore’. L’ipotesi di reato centrale, che ha innescato l’operazione, è quella di associazione finalizzata alla commissione di una pluralità di delitti di accesso abusivo a sistemi informatici di interesse per l’ordine e la sicurezza pubblica. Le attività illecite, secondo gli inquirenti, consistevano in un sistematico dossieraggio, condotto da una struttura parallela composta da ex appartenenti alle forze dell’ordine e ai servizi di informazione. Tra i nomi di spicco emersi dalle carte dell’inchiesta figurano figure di alto profilo come Giuliano Tavaroli, già al centro di vicende giudiziarie per le attività di spionaggio quando era a capo della sicurezza di Pirelli e Telecom Italia, e Giuseppe Del Deo, ex numero due del Dis ed ex funzionario dell’Aisi.
L’operatività della ‘Squadra Fiore’ si basava sulla società di servizi ‘Sind’, gestita da Enrico Fincati, che fungeva da paravento legale per commercializzare le informazioni riservate ottenute illecitamente. I clienti, aziende e privati, commissionavano alla ‘Sind’ la raccolta di dati sensibili su concorrenti, partner commerciali o avversari in contenziosi legali. L’indagine ha messo in luce come la catena di fornitura di questi servizi illegali fosse priva di qualsiasi controllo tracciabile, operando in una zona grigia che sfruttava le credenziali di accesso e le reti di contatti degli ex funzionari dello Stato. Per le aziende che si sono avvalse di tali servizi, ora si profila un rischio diretto di concorso nei reati contestati e, soprattutto, una potenziale responsabilità ai sensi del D.Lgs. 231/2001. L’aver acquisito un vantaggio, anche non patrimoniale, derivante dal reato di accesso abusivo commesso nell’interesse dell’ente, espone le società clienti a sanzioni pecuniarie calcolate in quote e a misure interdittive devastanti.
Se una di queste aziende clienti avesse implementato un ecosistema di controllo come Scudo231, l’ingaggio della ‘Sind’ sarebbe stato bloccato sul nascere. Il protocollo di third-party due diligence del sistema avrebbe automaticamente analizzato il profilo dei fornitori strategici, generando un alert di rischio massimo. L’analisi multimodale avrebbe incrociato i dati camerali della ‘Sind’ con le anagrafiche dei suoi esponenti, facendo emergere immediatamente i precedenti di Tavaroli e la natura opaca delle connessioni con ex appartenenti ad apparati di sicurezza. Il sistema avrebbe classificato il fornitore come non compliance, impedendo al sistema gestionale di emettere ordini di acquisto o di processare pagamenti a suo favore, e avrebbe contestualmente notificato l’anomalia all’Organismo di Vigilanza e alla funzione Compliance per una valutazione formale, lasciando una traccia digitale inalterabile del tentato ingaggio e del suo blocco preventivo.
Le indagini del Ros si concentrano sulla ricostruzione del flusso di informazioni. Gli accessi abusivi venivano perpetrati sfruttando falle nei sistemi di sicurezza o, più frequentemente, attraverso la connivenza di personale interno a banche dati pubbliche e private. Ogni accesso non autorizzato rappresentava una violazione procedurale e un reato, ma avveniva senza lasciare tracce facilmente riconducibili ai mandanti. Questa assenza di tracciabilità è stata la chiave di volta del modello di business illecito della ‘Squadra Fiore’. L’assenza di registri di accesso granulari e di sistemi di monitoraggio comportamentale all’interno delle banche dati violate ha permesso agli indagati di operare per anni indisturbati. L’illecito non era solo l’accesso, ma la sistematica esfiltrazione di dati, la loro aggregazione in dossier e la successiva vendita, configurando anche reati in materia di trattamento illecito di dati personali.
In un’organizzazione protetta da un’architettura di difesa attiva, ogni singola query anomala verso un database sensibile avrebbe innescato un meccanismo di difesa. Se un operatore interno, complice della ‘Squadra Fiore’, avesse tentato di accedere a informazioni al di fuori del suo perimetro di competenza o con modalità statisticamente devianti rispetto alla sua normale operatività – ad esempio, interrogazioni massive fuori orario di lavoro su soggetti non pertinenti alla sua mansione – i motori di intelligenza artificiale predittiva avrebbero rilevato il comportamento come un segnale debole di insider threat. L’account dell’utente sarebbe stato immediatamente isolato in una sandbox con privilegi limitati, mentre un alert prioritario, completo di log dettagliati dell’attività sospetta, sarebbe stato inviato in tempo reale al responsabile della sicurezza informatica e all’OdV. L’azione illecita sarebbe stata non solo bloccata, ma documentata in modo forense, fornendo alla magistratura una prova schiacciante e circoscrivendo la responsabilità al singolo individuo, proteggendo così l’ente dalla contestazione di colpa organizzativa.
Un filone separato dell’inchiesta, ma strettamente connesso, riguarda l’accusa di peculato contestata a Giuseppe Del Deo per un ammontare di cinque milioni di euro. Secondo l’ipotesi della Procura di Roma, Del Deo, abusando della sua posizione apicale negli apparati di sicurezza, avrebbe distratto fondi pubblici destinati a operazioni riservate, dirottandoli verso conti correnti riconducibili alla rete della ‘Squadra Fiore’ per finanziare le sue attività private e illecite. Questo meccanismo di distrazione di fondi pubblici rappresenta un classico reato contro la Pubblica Amministrazione, che, se commesso da un apicale, aggrava la posizione dell’ente di appartenenza e, nel settore privato, si traduce in reati come l’appropriazione indebita, la corruzione o la frode. La mancanza di controlli incrociati e di una segregazione dei compiti nella gestione di fondi così delicati ha reso possibile la commissione del reato.
Traslando questo scenario in un contesto aziendale privato, l’ecosistema sovrano Scudo231 avrebbe reso tale operazione materialmente impossibile. Un flusso finanziario di cinque milioni di euro, autorizzato da un singolo soggetto apicale e diretto verso un beneficiario non censito nei fornitori qualificati o privo di un sottostante contratto valido e approvato, avrebbe violato i protocolli anti-frode integrati nel sistema. La piattaforma avrebbe rilevato l’anomalia su più livelli: 1) l’importo eccedente le soglie di autorizzazione singola senza una seconda approvazione; 2) il beneficiario sconosciuto o con un profilo di rischio elevato; 3) l’assenza di documentazione giustificativa (contratto, fattura, stato avanzamento lavori) allegata alla disposizione di pagamento. Il sistema avrebbe congelato la transazione prima della sua esecuzione, generando un’escalation automatica e non eludibile al Collegio Sindacale, all’Internal Audit e all’Organismo di Vigilanza. L’evento sarebbe stato registrato in un log immutabile, creando una prova tecnologica dell’efficacia del modello di controllo e prevenendo il danno economico e reputazionale prima del suo verificarsi.
Le perquisizioni di oggi hanno portato al sequestro di una vasta mole di materiale informatico – server, computer portatili, smartphone – che ora sarà analizzato dagli specialisti del Ros per mappare l’intera rete di clienti e complici. Per le aziende che saranno identificate come utilizzatrici finali dei dossier illegali, il percorso giudiziario si preannuncia complesso. La Procura potrà contestare non solo il concorso nel reato presupposto, ma anche richiedere al GIP il sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto del reato. Tale profitto non è solo l’eventuale risparmio di spesa per un’attività di intelligence legittima, ma include qualsiasi vantaggio competitivo ottenuto grazie alle informazioni carpite illegalmente: un appalto vinto, un concorrente estromesso, una causa vinta. Il danno economico derivante da un sequestro di tale portata può essere fatale per la continuità aziendale.
La difesa di un’azienda in un simile procedimento si gioca sulla capacità di dimostrare di aver adottato ed efficacemente attuato un Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo idoneo a prevenire reati della specie di quello commesso. La mera esistenza di un documento cartaceo è, secondo la giurisprudenza consolidata, del tutto insufficiente. Serve la prova di un sistema di controlli vivo, operativo e non eludibile. Qui emerge il valore di una ricostruzione causale scientifica. Un’azienda dotata di un’infrastruttura di controllo integrata sarebbe in grado di produrre in giudizio un “XAI Packet” (Explainable AI Packet), ovvero un report forense generato dal sistema che dimostra, in modo matematicamente verificabile, che l’ente aveva messo in atto tutte le misure tecnologiche e procedurali per impedire l’illecito. Dimostrerebbe, ad esempio, che il procurement della ‘Sind’ è stato tentato da un manager infedele aggirando deliberatamente i protocolli di sicurezza, che il sistema lo ha rilevato e segnalato, e che l’azione è stata quindi frutto di una frode elusiva e non di una carenza organizzativa. Questa prova tecnologica sposterebbe l’onere della prova, consentendo all’ente di isolare la responsabilità sulla persona fisica e ottenere una potenziale archiviazione della propria posizione, evitando sanzioni e sequestri. L’esperienza della redazione di Scudo231 insegna che la prevenzione documentata e tecnologica è l’unica difesa reale contro la responsabilità penale d’impresa.
L’indagine sulla ‘Squadra Fiore’ è solo all’inizio, ma già delinea un quadro preoccupante di commistione tra apparati deviati dello Stato e interessi privati senza scrupoli. Le contestazioni, che spaziano dall’associazione all’esercizio abusivo della professione, dalla violazione della privacy alla truffa, fino al peculato, evidenziano la natura poliedrica del rischio penale per le imprese che operano senza adeguati presidi di legalità. La vicenda dimostra come la valutazione del rischio non possa più limitarsi ai processi interni, ma debba necessariamente estendersi a tutta la catena del valore, inclusi fornitori e consulenti, dove spesso si annidano le maggiori vulnerabilità.