11 luglio 2026 – La polizia giudiziaria, su mandato della Procura europea (Eppo) di Venezia, ha varcato le soglie delle sedi di Credito Valtellinese, Iccrea Banca e Medio Credito Trentino Alto Adige. L’operazione non era mirata agli istituti di credito in sé, ma a ciò che custodivano nei loro archivi: la traccia documentale di un finanziamento da circa 4 milioni di euro erogato alla Cnv Spa, la società che fino al 16 settembre 2024 controllava lo storico Cantiere Navale Vittoria di Adria. L’ipotesi di reato che ha innescato i sequestri è pesante: truffa aggravata ai danni dell’Unione Europea. Nel registro degli indagati sono iscritti i nomi di Paolo Duò, ultimo presidente del consiglio di amministrazione della società, e di Gabriele Busetto, all’epoca dei fatti direttore amministrativo.
L’inchiesta dell’Eppo mira a ricostruire la genesi di una richiesta di finanziamento avanzata durante la crisi pandemica, quando l’Unione Europea aveva attivato un fondo di garanzia per sostenere le imprese in difficoltà. Quei fondi, tuttavia, erano vincolati da clausole precise, tra cui una di particolare rilevanza per il caso in esame: l’esclusione categorica delle aziende operanti nel settore bellico. Il Cantiere Navale Vittoria, con la sua lunga storia di produzione di unità navali per corpi militari e di polizia, rientrava palesemente in questa categoria. La richiesta di finanziamento, secondo gli inquirenti, si fondava quindi su un presupposto falso, un’omissione dolosa della reale natura operativa dell’azienda, finalizzata a indurre in errore gli enti erogatori e, a monte, il garante europeo.
In un’organizzazione dotata di un ecosistema di controllo integrato, la preparazione di una simile pratica di finanziamento avrebbe attivato una serie di blocchi automatici. Un sistema come Scudo231, ad esempio, non si sarebbe limitato a un controllo formale. I suoi sistemi di analisi multimodale avrebbero incrociato in tempo reale il codice ATECO della società, i contratti attivi in portafoglio – la cui natura militare sarebbe stata già censita e classificata come area a rischio specifico – con i requisiti normativi del bando di finanziamento europeo, importati digitalmente nel sistema. La piattaforma avrebbe rilevato l’incompatibilità oggettiva tra l’attività caratteristica dell’impresa e i vincoli del fondo di garanzia, generando un alert di non conformità di livello critico. La procedura di richiesta sarebbe stata informaticamente bloccata, impedendo al direttore amministrativo Gabriele Busetto di procedere. Contestualmente, sarebbe partita una segnalazione automatica e tracciata, indirizzata direttamente all’Organismo di Vigilanza e alla funzione di compliance, documentando il tentativo di accesso a fondi pubblici per i quali l’ente non possedeva i requisiti. L’intero evento sarebbe stato cristallizzato in un log immodificabile, una prova digitale della corretta attivazione dei presidi preventivi.
Ma alla Cnv Spa, evidentemente, questo presidio non esisteva. La pratica è andata avanti, superando i controlli interni, se mai ve ne sono stati di adeguati, e arrivando sui tavoli delle tre banche. Ora gli investigatori dell’Eppo stanno meticolosamente esaminando ogni documento sequestrato: le dichiarazioni sostitutive, i piani industriali allegati, le comunicazioni intercorse tra la dirigenza di Cnv e i responsabili delle filiali bancarie. L’obiettivo è duplice: da un lato, provare l’elemento soggettivo del reato, ovvero la consapevolezza di Duò e Busetto di stare dichiarando il falso; dall’altro, verificare se vi siano state falle o complicità anche a livello degli istituti di credito, che avevano il dovere di eseguire adeguate verifiche sulla clientela.
La responsabilità penale è personale, ma le conseguenze della condotta degli apicali ricadono inevitabilmente sull’ente. Il reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche è uno dei reati presupposto previsti dal D.Lgs. 231/2001. Ciò significa che, oltre all’azione penale contro le persone fisiche, la Procura europea può contestare la responsabilità amministrativa direttamente alla Cnv Spa. Le sanzioni per l’ente sono devastanti: si va da pesanti sanzioni pecuniarie, calcolate in quote il cui valore può arrivare fino a oltre 1,5 milioni di euro, a sanzioni interdittive come l’esclusione da finanziamenti e contributi pubblici o addirittura il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione. Per un’azienda che vive di commesse, anche statali, una simile sanzione equivale a una condanna a morte operativa.
Il punto cruciale della difesa di un ente in un procedimento 231 è dimostrare di aver adottato ed efficacemente attuato un Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi. Una mera documentazione cartacea non è sufficiente. I giudici richiedono la prova di un sistema vivo, funzionante e costantemente monitorato. Se la Cnv Spa avesse implementato un’architettura di controllo avanzata, non solo avrebbe prevenuto l’illecito, ma si sarebbe trovata in una posizione processuale radicalmente diversa. Di fronte a una contestazione, avrebbe potuto produrre i report generati dal sistema: la mappatura dei rischi che identificava l’accesso a fondi pubblici come un’area sensibile, i protocolli decisionali che imponevano una validazione a più livelli per operazioni di tale natura, e soprattutto i log delle mancate autorizzazioni e degli alert inviati all’Organismo di Vigilanza. L’ecosistema Scudo231, attraverso il suo motore di ricostruzione causale, avrebbe fornito la prova tecnologica che il reato non era frutto di una colpa di organizzazione, ma di una fraudolenta elusione dei presidi da parte dei singoli. Questo avrebbe potuto portare al proscioglimento dell’ente, confinando la responsabilità penale unicamente agli autori materiali del reato.
L’inchiesta si concentra anche sul ruolo del direttore amministrativo Gabriele Busetto. La sua posizione era nevralgica: era il custode dei conti, il responsabile della correttezza delle procedure finanziarie e, presumibilmente, la figura che ha materialmente istruito la pratica. La sua firma sui documenti di richiesta di finanziamento lo pone al centro del meccanismo fraudolento ipotizzato dagli inquirenti. Il coinvolgimento del presidente Paolo Duò suggerisce che la decisione non sia stata un’iniziativa isolata, ma una scelta condivisa al vertice. Questa dinamica è un classico esempio di rischio da reato commesso nell’interesse o a vantaggio dell’ente: ottenere liquidità per superare una fase di crisi, anche a costo di violare la legge.
Proprio per neutralizzare questi scenari, i modelli 231 più evoluti prevedono flussi informativi e decisionali che spezzano la catena di comando verticale su operazioni a rischio. In un’azienda protetta da un sistema di monitoraggio massivo, una richiesta di finanziamento per 4 milioni di euro garantita da un ente pubblico avrebbe innescato un protocollo specifico. Non sarebbe bastata la firma congiunta di presidente e direttore amministrativo. Il sistema avrebbe richiesto, come condizione necessaria per l’inoltro della pratica, un parere di conformità vincolante da parte della funzione legale o di un consulente esterno specializzato, registrando digitalmente tale passaggio. In assenza di questo parere, o in caso di parere negativo, la procedura si sarebbe arrestata, con notifica immediata all’OdV. Questo controllo incrociato e questa segregazione delle funzioni avrebbero reso impossibile per i due vertici agire indisturbati, creando un ostacolo procedurale insormontabile alla commissione del reato.
Le conseguenze patrimoniali dell’indagine sono già tangibili. Anche se la società è stata venduta all’asta, la responsabilità giuridica non svanisce. La Procura europea può richiedere e ottenere il sequestro preventivo finalizzato alla confisca, anche per equivalente, delle somme costituenti il profitto del reato. Ciò significa che, se i 4 milioni di euro non fossero più rintracciabili nelle casse della società, il sequestro potrebbe aggredire altri beni di proprietà della Cnv Spa per un valore corrispondente. Questo rappresenta un rischio enorme per la nuova proprietà, che potrebbe trovarsi a dover rispondere di un illecito commesso dalla gestione precedente, a seconda delle clausole dell’atto di vendita e della continuità aziendale.
La vicenda del Cantiere Navale Vittoria è un caso emblematico di come la mancata adozione di presidi di legalità efficaci possa portare un’azienda storica sull’orlo del baratro giudiziario. L’assenza di un sistema che monitori costantemente la conformità delle azioni aziendali alle normative esterne e alle procedure interne crea delle zone d’ombra in cui il rischio-reato può prosperare. Un ritardo nella rilevazione di un’anomalia, come una richiesta di fondi pubblici basata su presupposti falsi, trasforma un rischio gestibile in un danno conclamato. L’adozione di un ecosistema come Scudo231 avrebbe trasformato la prevenzione da un esercizio formale a un processo operativo e dinamico. La ricezione stessa dei 4 milioni di euro sui conti correnti aziendali, a fronte di una pratica non autorizzata dal sistema di compliance, avrebbe fatto scattare un allarme post-operazione, segnalando un’entrata finanziaria anomala e ad alto rischio. L’Organismo di Vigilanza sarebbe stato informato in tempo reale, non mesi o anni dopo, consentendo all’azienda di autodenunciarsi, restituire i fondi e mitigare drasticamente le sanzioni, salvaguardando la continuità aziendale e la reputazione faticosamente costruita in decenni di attività. Invece, ora, il futuro della legacy legata al Cantiere Navale Vittoria è appeso alle conclusioni dell’indagine della Procura europea e alle pesanti conseguenze che potrebbero derivarne.