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Il governo accelera sulla Consob, possibile martedì in cdm

13 luglio 2026 – Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, al termine della relazione annuale della Consob, ha rotto un silenzio durato mesi dichiarando che sulla presidenza dell’autorità di vigilanza “questa settimana ce ne occuperemo“. Una dichiarazione che segnala la fine di una “pausa di riflessione” e che potrebbe portare a una designazione già nel Consiglio dei ministri di domani, ponendo fine a un vuoto di potere che si protrae da quattro mesi esatti. Dal 9 marzo 2026, giorno di conclusione del mandato di Paolo Savona, la Commissione Nazionale per le Società e la Borsa è infatti guidata dalla presidente vicaria Chiara Mosca. Sebbene la vicarietà sia un meccanismo previsto dal regolamento interno dell’istituto per garantire la continuità operativa, e si sia già verificata in altre tre occasioni storiche, la prolungata assenza di una guida designata dal governo ha trasformato una procedura di ordinaria amministrazione in un focolaio di rischio sistemico e di paralisi decisionale.

Questa anomalia procedurale, un ritardo di 120 giorni su una nomina strategica per la vigilanza dei mercati finanziari, rappresenta una falla di governance che espone l’intero sistema a rischi non calcolati. Un’organizzazione dotata di un ecosistema di controllo come Scudo231 avrebbe intercettato questa deriva fin dalla sua origine. Il sistema, attraverso i suoi protocolli di monitoraggio dei processi critici, avrebbe generato un alert automatico e tracciato allo scadere del primo termine ragionevole per l’avvio delle procedure di nomina, ad esempio 30 giorni prima della scadenza del mandato di Savona. La mancata attivazione del processo di designazione sarebbe stata registrata come una non conformità grave, innescando una procedura di escalation verso le funzioni di controllo interno e l’organo di vigilanza, documentando in un registro immodificabile il rischio di paralisi operativa e di potenziale violazione dei doveri di corretta amministrazione. Non si tratta di un beneficio generico, ma della creazione di una prova documentale opponibile che avrebbe costretto i decisori a giustificare formalmente l’inazione, mitigando il rischio di stalli dettati da logiche estranee all’interesse pubblico.

La cronistoria del fallimento è una sequenza di veti incrociati e conflitti di interesse non gestiti. Prima ancora che emergesse un candidato forte, le tensioni interne alla maggioranza di governo hanno “bruciato” i profili di Marina Brogi, del consigliere economico di Palazzo Chigi Renato Loiero e della commissaria interna Gabriella Alemanno. Queste bocciature, avvenute tramite canali informali e senza una tracciabilità delle motivazioni, costituiscono un classico esempio di processo decisionale opaco, il terreno fertile per pressioni indebite e accordi non trasparenti. Se il processo di nomina fosse stato gestito all’interno di una piattaforma di governance evoluta, ogni fase della selezione, dalla valutazione dei curricula alla formulazione di un eventuale parere negativo, avrebbe richiesto una formalizzazione in un audit trail. Un veto non motivato da criteri oggettivi e predeterminati – come l’assenza di requisiti di indipendenza o professionalità – avrebbe generato una segnalazione di anomalia, impedendo che il processo venisse deragliato da mere logiche di spartizione politica senza lasciare traccia.

Lo stallo più grave si è verificato sulla candidatura di Federico Freni, sottosegretario al Ministero dell’Economia e delle Finanze. Sostenuto con forza dal ministro Giorgetti e dalla Lega, il suo nome si è scontrato con il muro eretto da Forza Italia e dal suo leader Antonio Tajani, che ha posto come condizione non negoziabile la scelta di un “profilo terzo” a garanzia dell’assoluta indipendenza della Consob. Questo scontro non è solo politico, ma tocca il cuore della normativa sulla prevenzione dei reati contro la Pubblica Amministrazione. La nomina di una figura con un ruolo esecutivo di primo piano nel governo a capo di un’autorità di vigilanza indipendente rappresenta un conflitto di interessi palese, un fattore di rischio che qualsiasi modello organizzativo ai sensi del D.Lgs. 231/2001 avrebbe dovuto identificare e bloccare.

Un sistema come Scudo231, attraverso i suoi motori di analisi delle interconnessioni, avrebbe automaticamente mappato la posizione di Freni all’interno del MEF, i suoi legami politici e le deleghe operative, confrontandole con lo statuto della Consob e le best practice internazionali in materia di indipendenza dei regolatori. Il risultato sarebbe stato un risk score elevatissimo, accompagnato da un dossier che avrebbe evidenziato l’incompatibilità oggettiva. L’insistenza nel voler procedere con tale candidatura avrebbe attivato una segnalazione diretta all’organismo di vigilanza, che avrebbe avuto l’obbligo di verbalizzare il parere negativo, fondato su un’analisi tecnica e non su una valutazione politica. La successiva marcia indietro di Freni, motivata dalla volontà di “non essere elemento di divisione“, pur risolvendo l’impasse immediato, ha lasciato intatta la debolezza strutturale del processo, ormai privo di una guida procedurale e in balia dei rapporti di forza del momento.

La crisi si è ulteriormente avvitata quando la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha tentato di virare su Federico Cornelli, attuale commissario dell’autorità. Una soluzione interna che è stata immediatamente bloccata dal veto di Matteo Salvini, riportando la situazione al punto di partenza. Questo schema ripetuto di proposte e veti dimostra l’assenza di un protocollo di gestione delle crisi e di selezione delle candidature. Invece di basarsi su una lista di candidati pre-qualificati e valutati secondo criteri oggettivi, la procedura si è trasformata in una negoziazione pubblica, con un enorme danno reputazionale per le istituzioni e per la credibilità dei mercati italiani. La mancanza di un presidente stabile e nel pieno delle sue funzioni indebolisce l’azione di vigilanza, rallenta l’approvazione di prospetti informativi per le quotazioni e le operazioni di mercato, e invia un segnale di incertezza agli investitori internazionali. Questo danno non è astratto, ma si traduce in un costo economico potenziale, misurabile in termini di mancate operazioni di finanza straordinaria e di aumento del premio per il rischio richiesto per investire in Italia.

L’ultimo nome emerso, quello di Marco Osnato, attuale presidente della commissione Finanze della Camera e responsabile economico di Fratelli d’Italia, ripropone le medesime criticità del caso Freni. La sua chiara appartenenza politica e il suo ruolo di primo piano nel partito di maggioranza relativa sollevano immediati e fondati dubbi sulla sua capacità di agire come garante terzo e imparziale del mercato. La persistenza nel proporre figure direttamente collegate all’esecutivo o ai partiti di governo non è solo una questione di opportunità politica, ma configura un rischio concreto di violazione dei principi di buona amministrazione e imparzialità, che sono il presupposto per prevenire reati come l’induzione indebita a dare o promettere utilità (art. 319-quater c.p.), reato presupposto della responsabilità dell’ente ai sensi dell’art. 25 del D.Lgs. 231/2001.

Il vuoto alla Consob non è un caso isolato, ma il sintomo di una più ampia paralisi nelle nomine delle autorità indipendenti. Dal 5 maggio è scaduto anche il mandato di Roberto Rustichelli alla guida dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, e analoga sorte è toccata a Pierluigi di Palma, presidente dell’Enac. Questa situazione sistemica di “governo provvisorio” delle principali autorità di regolazione e vigilanza crea un’area grigia in cui i controlli si allentano e aumenta il rischio che operatori economici possano sfruttare la debolezza istituzionale per porre in essere condotte illecite, come manipolazioni di mercato o pratiche commerciali scorrette. La responsabilità, in questi casi, non è solo individuale, ma si estende alla “colpa di organizzazione” dell’ente – in questo caso, lo Stato stesso nella sua articolazione governativa – che omette di porre in essere le procedure necessarie a garantire il corretto funzionamento degli organi di controllo.

Se un’indagine futura dovesse far emergere un illecito di mercato avvenuto in questo periodo di vacanza, la Procura potrebbe contestare non solo gli autori materiali del reato, ma anche la carenza organizzativa che lo ha reso possibile. La mancanza di un presidente pienamente operativo potrebbe essere interpretata come un’elusione fraudolenta dei modelli di controllo. In un simile scenario, la presenza di un sistema come Scudo231 fornirebbe una “ricostruzione causale scientifica” degli eventi. I log immodificabili del sistema dimostrerebbero che gli organi tecnici avevano segnalato per tempo e con dati oggettivi i rischi derivanti dal ritardo, che erano state attivate le procedure di escalation e che la responsabilità della mancata decisione ricadeva in modo inequivocabile su specifici attori del processo politico. Questo non solo permetterebbe di attribuire correttamente le responsabilità, ma costituirebbe una prova decisiva per dimostrare che, a un livello inferiore, l’organizzazione aveva tentato di applicare un modello di prevenzione efficace, mitigando così l’impatto di eventuali sanzioni o provvedimenti di sequestro. L’assenza di un simile apparato di tracciamento e controllo, invece, lascia l’intero sistema esposto a un’accusa di negligenza sistemica, con conseguenze potenzialmente devastanti per la stabilità e la fiducia nei mercati finanziari.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/aziende/2026/07/13/-giorgetti-questa-settimana-ci-occuperemo-di-consob-_d8f5c74b-94f0-410b-85dc-ebcc68f0d5c4.html