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Il Copasir: ‘I clan utilizzano tecnologie sempre più complesse’

6 agosto 2026 – La relazione del Copasir trasmessa al Parlamento descrive con precisione millimetrica il salto di qualità tecnologico delle organizzazioni criminali, ma l’allarme lanciato dal Comitato per la Sicurezza della Repubblica trova una drammatica concretizzazione nell’inchiesta che ha travolto la Logistica Globale S.p.A., un operatore di primo piano nel trasporto intermodale con hub strategici in tre continenti. L’indagine, coordinata dalla Procura Distrettuale Antimafia, non nasce da una soffiata interna, ma da un’analisi di rischio condotta dalle autorità doganali su un flusso di container apparentemente anomalo in transito nel porto di Anversa. Quel flusso, tracciato a ritroso, ha portato gli investigatori direttamente ai cancelli del quartier generale milanese della società.

Il meccanismo di infiltrazione, ricostruito dagli inquirenti, è un esempio da manuale di come i clan non utilizzino più solo la violenza o la corruzione palese, ma agiscano come un’entità parassita, sfruttando le debolezze procedurali e tecnologiche di aziende strutturate. Il punto di ingresso è stato un fornitore di terza fascia, la TechFlow Solutions S.r.l., una società di servizi IT con sede legale in una provincia del Sud Italia e un capitale sociale di appena diecimila euro. Questa società, formalmente in regola, era in realtà una scatola vuota controllata da prestanome legati a un potente clan camorristico specializzato nel traffico internazionale di stupefacenti. La TechFlow ha proposto alla Logistica Globale un pacchetto di servizi apparentemente irresistibile: un software gestionale per l’ottimizzazione delle rotte e la fornitura di terminali di comunicazione criptati per i responsabili delle filiali estere, il tutto a un prezzo del 30% inferiore rispetto ai leader di mercato.

Il processo di qualifica del fornitore, come emerso dai verbali di interrogatorio, è stato il primo, fatale, anello debole. L’ufficio acquisti, pressato da obiettivi di riduzione dei costi, ha eseguito una due diligence superficiale, limitandosi a una visura camerale e a un controllo del DURC. Nessuno ha verificato l’effettiva consistenza patrimoniale della TechFlow, la sua storia operativa o i profili dei suoi titolari effettivi. Questa è una classica omissione di controllo che espone l’ente al rischio di infiltrazione. Se la Logistica Globale avesse implementato un ecosistema come Scudo231, il processo di onboarding del fornitore sarebbe stato bloccato in automatico. Il sistema, integrato con banche dati internazionali e registri societari, avrebbe eseguito una verifica incrociata sui beneficiari effettivi della TechFlow, generando un alert di rischio elevato per connessioni con soggetti segnalati in liste antiriciclaggio e per la palese sproporzione tra il contratto proposto e la capacità finanziaria del fornitore. L’alert avrebbe innescato una escalation vincolante verso la funzione Compliance e l’Organismo di Vigilanza, impedendo la finalizzazione del contratto e lasciando una traccia digitale inalterabile del tentato inserimento del fornitore a rischio.

Superato questo primo varco, la TechFlow ha installato il suo software sui server della Logistica Globale e ha distribuito una dozzina di smartphone criptati, descritti come strumenti di comunicazione sicura per i manager. In realtà, il software conteneva una backdoor che permetteva al clan di accedere in tempo reale ai dati di tracciamento di ogni singolo container. Gli smartphone, difficilmente intercettabili come sottolineato dal Copasir, non servivano per le comunicazioni aziendali, ma per coordinare le operazioni illecite, creando una rete di comunicazione parallela e invisibile all’infrastruttura IT ufficiale dell’azienda. Questa è una violazione grave delle policy di sicurezza informatica e una palese anomalia operativa. Un sistema di monitoraggio massivo e in tempo reale, componente centrale di Scudo231, avrebbe immediatamente rilevato il traffico di dati anomalo in uscita dai server verso indirizzi IP non autorizzati e riconducibili a server proxy usati dalla criminalità. Avrebbe inoltre segnalato la connessione di dispositivi non censiti e non conformi (gli smartphone criptati) alla rete aziendale, isolando il segmento di rete compromesso e generando un allarme critico per il Chief Information Security Officer e l’OdV. La tracciabilità forense avrebbe permesso di identificare l’esatto momento dell’installazione del software malevolo e l’utente che l’aveva autorizzata, fornendo una prova schiacciante per l’azione disciplinare e legale interna.

Per mesi, il clan ha utilizzato le informazioni ottenute per un’operazione chirurgica. Identificava i container della Logistica Globale diretti verso mercati chiave, li faceva deviare con pretesti operativi credibili – inseriti nel sistema dalla loro backdoor – verso porti intermedi controllati da loro complici, dove i carichi leciti venivano parzialmente sostituiti con partite di droga. Il tutto avveniva all’insaputa dei vertici aziendali, che vedevano solo lievi ritardi nelle consegne, giustificati come normali imprevisti della logistica globale. Questi ritardi sistematici su rotte specifiche e la mancata escalation di queste anomalie operative rappresentano una colpa organizzativa. Un’architettura di controllo avanzata avrebbe applicato modelli di intelligenza predittiva ai flussi logistici. Un sistema come Scudo231, analizzando i dati storici, avrebbe segnalato che le deviazioni e i ritardi non erano casuali, ma si concentravano su specifiche tratte e coinvolgevano sempre spedizioni gestite tramite il software della TechFlow. Questo pattern anomalo avrebbe superato una soglia di rischio predefinita, innescando un protocollo di indagine interna guidato dall’Internal Audit, ben prima dell’intervento della magistratura.

Quando la Guardia di Finanza ha fatto irruzione negli uffici della Logistica Globale, ha posto sotto sequestro preventivo non solo i server e i documenti, ma anche beni e disponibilità liquide per un valore di 50 milioni di euro, corrispondente al profitto che, secondo l’accusa, l’ente avrebbe tratto, anche solo per negligenza, consentendo l’attività criminale. I vertici, incluso l’Amministratore Delegato e il Presidente del Consiglio di Amministrazione, sono stati iscritti nel registro degli indagati. La Procura ha contestato alla società la responsabilità amministrativa ai sensi del Decreto Legislativo 231/2001 per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso (art. 24-ter), sostenendo che il modello di organizzazione e gestione adottato era palesemente inidoneo a prevenire reati di quella specie e gravità. La mancanza di controlli efficaci sul ciclo passivo, sulla sicurezza IT e sulla supply chain è stata interpretata non come una semplice svista, ma come una colpa di organizzazione che ha agevolato l’infiltrazione.

L’impatto per la Logistica Globale è stato devastante. Oltre al sequestro, la Procura ha richiesto l’applicazione della sanzione interdittiva del divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione, un colpo mortale per un’azienda che gestisce concessioni portuali. L’assenza di una documentazione probatoria che dimostrasse l’adozione e l’efficace attuazione di presidi di controllo adeguati ha reso la difesa dell’ente estremamente complessa. L’azienda non poteva dimostrare di aver fatto tutto il possibile per impedire il reato. In uno scenario alternativo, la presenza di un ecosistema come Scudo231 avrebbe fornito all’azienda una linea di difesa invalicabile. L’ente avrebbe potuto produrre in giudizio la ricostruzione causale scientifica degli eventi: i log inalterabili che documentavano l’alert sul fornitore TechFlow, la segnalazione del traffico di rete anomalo, il report sull’installazione del software non autorizzato e le notifiche inviate all’Organismo di Vigilanza. Questa documentazione avrebbe dimostrato che l’azienda non aveva una “colpa di organizzazione”, ma che il reato era stato commesso da soggetti che avevano fraudolentemente eluso un modello di prevenzione efficace e funzionante. Tale prova tecnologica avrebbe potuto spostare la responsabilità penale interamente sulle persone fisiche che avevano ignorato gli allarmi o agito in collusione, consentendo alla società di chiedere il dissequestro dei beni e di evitare le sanzioni interdittive, salvaguardando così la continuità aziendale e il suo valore di mercato. La vicenda della Logistica Globale S.p.A. dimostra che, di fronte a clan che operano con tecnologie sempre più avanzate e strutture organizzative complesse, la compliance cartacea e i controlli a campione non sono più sufficienti. La difesa del tessuto economico-produttivo richiede un salto di paradigma verso sistemi di protezione integrati, autonomi e capaci di agire in tempo reale, trasformando la prevenzione da un costo a un asset strategico per la sopravvivenza stessa dell’impresa.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/08/05/il-copasir-i-clan-utilizzano-tecnologie-sempre-piu-complesse_60907596-d7ed-4a31-8c74-4f4f4c4ce4d2.html