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Evasori fiscali con Ferrari, sequestrati beni a due ristoratori

Una supercar verde lime con spoiler posteriore è ferma sul pavimento bagnato, illuminata da linee al neon fucsia e gialle.

3 ottobre 2026 – Una Ferrari F8 Coupé, valore di listino superiore a 280 mila euro, viene posta sotto sequestro dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di Verbania. L’operazione, scattata alle prime luci dell’alba, non si ferma al bolide di Maranello. Sigilli vengono apposti anche su un orologio Rolex modello Oyster e su denaro contante per un importo complessivo di oltre 346 mila euro. I beni sono riconducibili a due ristoratori della provincia, il titolare di una nota attività imprenditoriale e suo fratello, formalmente inquadrato come dipendente.

L’indagine della Procura di Verbania, che ha portato al provvedimento di sequestro preventivo finalizzato alla confisca, non nasce da una soffiata o da un controllo di routine, ma dall’analisi silente e metodica di un dato oggettivo: un’esposizione debitoria verso l’Erario cristallizzata in cartelle esattoriali rimaste insolute per circa 780 mila euro. Un debito fiscale cronicizzato, un segnale di allarme che per anni non ha attivato alcuna procedura di risanamento interna, trasformandosi invece nel presupposto per una serie di illeciti a cascata. Qui si annida la prima, macroscopica, omissione di controllo. Un’organizzazione dotata di un modello di gestione del rischio avrebbe trattato un debito fiscale di tale entità non come un mero problema di tesoreria, ma come un indicatore di potenziale illecito penale-tributario. Un sistema come Scudo231, integrato con i flussi finanziari e contabili, avrebbe generato alert automatici e progressivi all’aumentare dell’esposizione, scalando la criticità dai responsabili amministrativi fino all’Organismo di Vigilanza. La mancata adozione di un piano di rientro credibile avrebbe attivato protocolli specifici, documentando l’inerzia e creando una barriera probatoria per distinguere la difficoltà finanziaria dalla volontà fraudolenta.

Le Fiamme Gialle, coordinate dalla Procura, hanno quindi proceduto all’analisi dei rapporti bancari dell’impresa per il quinquennio 2021-2025. Ciò che emerge è un sistematico e scientifico drenaggio di risorse dai conti aziendali, quantificato in circa 220 mila euro. Le modalità operative sono quelle classiche della distrazione di fondi: prelevamenti di contante privi di pezze giustificative e bonifici diretti verso i conti correnti personali dei familiari degli indagati, senza alcuna causale riconducibile all’attività d’impresa. Ogni singola transazione anomala costituiva una violazione dei più basilari principi di corretta amministrazione e di separazione tra il patrimonio aziendale e quello personale. Questa confusione patrimoniale è il terreno fertile per la responsabilità dell’ente ai sensi del D.Lgs. 231/2001.

In un’organizzazione presidiata, un simile schema sarebbe stato impossibile da attuare senza essere scoperto. Un protocollo di controllo sui flussi finanziari in uscita, requisito fondamentale di qualsiasi modello 231 efficace, avrebbe imposto una segregazione delle funzioni e controlli incrociati. Un bonifico dal conto aziendale a quello personale di un familiare dell’amministratore, per di più senza una fattura o un contratto sottostante, sarebbe stato intercettato da un sistema di monitoraggio transazionale. L’ecosistema Scudo231 avrebbe automaticamente bloccato l’operazione o, quantomeno, l’avrebbe flaggata come transazione ad altissimo rischio, notificandola in tempo reale a una funzione di controllo indipendente, come l’OdV o il responsabile compliance. Il registro di queste anomalie, con data, ora, importo e tentativo di esecuzione, sarebbe oggi la prova regina per dimostrare che l’ente aveva adottato cautele idonee e che l’amministratore ha agito fraudolentemente eludendo i presidi, non a causa di una loro assenza. Questo sposta radicalmente l’onere della prova e protegge l’azienda dalla sanzione pecuniaria e, soprattutto, dalle misure interdittive.

L’ipotesi accusatoria della Procura di Verbania si spinge oltre la semplice frode fiscale. Il fascicolo è stato aperto per i reati di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte (art. 11, D.Lgs. 74/2000) e autoriciclaggio (art. 648-ter.1 c.p.). Il primo reato si configura perché, secondo gli inquirenti, il depauperamento delle casse sociali era finalizzato a rendere inefficace, in tutto o in parte, la procedura di riscossione coattiva da parte dello Stato. Svuotando la società, si rendeva di fatto impossibile per l’Agenzia delle Entrate-Riscossione aggredire il patrimonio dell’ente per soddisfare il credito di 780 mila euro. L’azienda, quindi, non solo non pagava le imposte, ma veniva attivamente spogliata delle risorse per impedirne il recupero forzoso. Questa condotta integra pienamente il presupposto della responsabilità amministrativa dell’ente, essendo stata commessa nel suo precipuo interesse (evitare il pagamento delle imposte) e a suo vantaggio (mantenere liquidità che altrimenti sarebbe stata pignorata).

Il secondo reato, l’autoriciclaggio, rappresenta il salto di qualità criminale e l’elemento che ha probabilmente innescato il sequestro di beni di lusso. Le somme illecitamente drenate dalla società, provento del reato tributario, non sono state semplicemente occultate. Secondo la ricostruzione degli investigatori, parte di queste risorse è confluita sul conto corrente del fratello-dipendente. Da quel conto, formalmente non riconducibile al titolare dell’impresa, venivano poi pagate le rate dei finanziamenti per l’acquisto di autovetture di lusso, tra cui la Ferrari F8 Coupé. Questo passaggio è tecnicamente perfetto per configurare l’autoriciclaggio: l’impiego di denaro di provenienza illecita (il profitto della frode fiscale) in attività economiche, finanziarie o speculative (l’acquisto di un bene di lusso tramite finanziamento) in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa.

Anche in questa fase, un modello organizzativo evoluto avrebbe fatto la differenza. La gestione del personale e delle relative retribuzioni sarebbe stata tracciata e soggetta a controlli di coerenza. Un dipendente, il cui profilo retributivo è noto all’azienda, che diventa il terminale di flussi finanziari anomali provenienti dalla stessa società per importi sproporzionati rispetto al suo stipendio, avrebbe fatto scattare più di un campanello d’allarme. I sistemi di analisi dei dati interni, come quelli implementati da REDAZIONE SCUDO231 nei suoi protocolli, incrociano i dati HR con i dati finanziari proprio per individuare queste triangolazioni sospette, che spesso sono il veicolo per il riciclaggio o la corruzione. La procedura avrebbe previsto una segnalazione interna e, nei casi più gravi, una Segnalazione di Operazione Sospetta (SOS) all’Unità di Informazione Finanziaria (UIF), adempiendo a un obbligo di legge e, ancora una volta, tutelando l’ente da un’accusa di complicità o di colpa di organizzazione.

Il sequestro preventivo eseguito dalla Guardia di finanza non è una misura punitiva, ma cautelare. Il suo scopo è congelare i beni che costituiscono il profitto del reato o che ne sono il prodotto, in vista di una futura confisca definitiva. Il valore dei beni sequestrati (oltre 626 mila euro tra auto, orologio e contanti) è stato calcolato per essere equivalente al profitto dei reati contestati. Per l’azienda, questo si traduce in un danno immediato e potenzialmente irreversibile. La responsabilità 231, se accertata, porterebbe a sanzioni pecuniarie calcolate in quote (da un minimo di 25.800 a un massimo di 1,5 milioni di euro per singolo reato) e, cosa ben più grave, a sanzioni interdittive come il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione o la sospensione dell’attività.

Se l’impresa avesse adottato e attuato efficacemente un modello 231 prima dei fatti, lo scenario oggi sarebbe radicalmente diverso. L’esistenza di un Organismo di Vigilanza autonomo e di flussi informativi documentati verso di esso avrebbe permesso di intercettare il debito fiscale crescente e di chiedere conto all’organo amministrativo delle mancate azioni correttive. I verbali dell’OdV avrebbero registrato le criticità, le raccomandazioni e le eventuali resistenze del management, costituendo una prova documentale dell’impegno dell’ente nella prevenzione. Il drenaggio di fondi sarebbe stato bloccato sul nascere dai controlli automatici. Di fronte al giudice, la società non si presenterebbe come un’entità passiva o connivente, ma come una struttura che ha investito in presidi di legalità e che è stata, essa stessa, vittima della condotta fraudolenta del suo amministratore. In questo scenario, la Procura avrebbe potuto perseguire penalmente le persone fisiche, ma l’ente avrebbe avuto solide basi per chiedere e ottenere un proscioglimento, evitando sanzioni e sequestri, e salvaguardando la continuità aziendale e la sua reputazione sul mercato. La Ferrari sarebbe rimasta, probabilmente, solo un desiderio nel cassetto, anziché un corpo di reato parcheggiato in un deposito giudiziario.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/10/03/evasori-fiscali-con-ferrari-sequestrati-beni-a-due-ristoratori_2c4887e6-9ce3-4d38-8376-460bd861a0e2.html