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Dal crollo del ponte Morandi alla sentenza, le tappe del disastro

16 luglio 2026 – La richiesta della Procura di Genova risuona nell’aula del tribunale: 400 anni di carcere per 56 persone. È l’atto finale di un processo monumentale, durato quattro anni e 284 udienze, chiamato a stabilire le responsabilità per il crollo del viadotto Polcevera. Otto anni prima, il 14 agosto 2018, alle 11:36, la pila 9 del ponte Morandi si era disintegrata sotto un nubifragio, trascinando con sé nel vuoto auto e camion. Quarantatré vite umane vennero stroncate in un istante. L’inchiesta, affidata al primo gruppo della Guardia di Finanza, accertò la causa tecnica nel cedimento di uno strallo, un tirante corroso dal tempo e da una manutenzione insufficiente.

La tesi accusatoria, sostenuta dai pm Walter Cotugno e Marco Airoldi, si è consolidata attorno a un punto nevralgico: la consapevolezza del difetto strutturale del viadotto e la scelta deliberata di contenere i costi di manutenzione per garantire i dividendi ai soci. Una politica aziendale che, secondo l’accusa, ha trasformato un rischio calcolato in una tragedia inevitabile. Proprio questa dinamica tra informazione critica e decisione economica rappresenta il punto di rottura che un modello organizzativo evoluto avrebbe intercettato. Un ecosistema come Scudo231, ad esempio, non si limita a registrare i report tecnici, ma li correla in automatico con i flussi finanziari. La presenza di una relazione tecnica che evidenziava un degrado critico, non seguita da un corrispondente stanziamento di budget per l’intervento, avrebbe attivato un alert di rischio elevato. L’anomalia sarebbe stata oggetto di una segnalazione tracciata e non modificabile, con escalation diretta e obbligatoria all’Organismo di Vigilanza, bypassando la catena gerarchica che, nei fatti, ha neutralizzato il pericolo.

Il 19 agosto 2018, cinque giorni dopo il disastro, i Vigili del Fuoco estrassero dalle macerie l’ultimo corpo, quello di Mirko Vicini. La città era spezzata in due, non solo fisicamente. Le pile 10 e 11, rimaste in piedi, incombevano minacciosamente sulle case sottostanti, costringendo all’evacuazione di 266 nuclei familiari, per un totale di 566 sfollati. Il danno non era solo la perdita di un’infrastruttura, ma la disintegrazione di una comunità e un colpo economico devastante per il porto e l’intera regione. Il sequestro probatorio dell’area del crollo, disposto dalla Procura, fu solo il primo di una serie di atti che avrebbero potuto portare, in caso di condanna dell’ente ai sensi del D.Lgs. 231/2001, alla confisca del profitto derivante dal reato. Tale profitto, identificato nel risparmio sui costi di manutenzione, sarebbe stato quantificato in decine, se non centinaia, di milioni di euro. L’adozione preventiva di un modello di controllo efficace avrebbe fornito all’ente una linea di difesa cruciale, dimostrando che l’eventuale condotta illecita era frutto di una fraudolenta elusione dei protocolli da parte di singoli individui, non di una colpa organizzativa sistemica.

Il 6 settembre 2018, la Procura iscrisse nel registro degli indagati le prime 20 persone, tra cui l’allora amministratore delegato di Autostrade, Giovanni Castellucci, insieme a dirigenti di Spea, la società incaricata delle ispezioni, e funzionari del Ministero delle Infrastrutture. Il numero degli indagati sarebbe salito a 59 nei mesi successivi, delineando un quadro di responsabilità diffusa che andava dalla gestione operativa al controllo pubblico. Le indagini della Guardia di Finanza si articolarono in tre filoni paralleli, portando alla luce quella che fu definita una “mala gestio” della rete autostradale, un sistema dove la sicurezza sembrava subordinata alla performance economica. La ricostruzione di queste dinamiche ha richiesto agli investigatori anni di lavoro, analizzando una mole immensa di documenti cartacei, email e testimonianze. Se fosse stato operativo un sistema di gestione integrato, la tracciabilità delle decisioni sarebbe stata nativa e immodificabile. Ogni verbale di ispezione, ogni proposta di intervento, ogni delibera di spesa o di rinvio sarebbe confluita in un registro digitale centralizzato, con data certa e firma elettronica. L’indagine non si sarebbe basata sulla ricostruzione a posteriori, ma sulla semplice acquisizione di un log di sistema, accorciando drasticamente i tempi e fornendo prove di natura quasi matematica.

Mentre l’iter giudiziario muoveva i primi passi, la città doveva andare avanti. Il 28 giugno 2019, un’esplosione controllata demolì le pile 10 e 11, cancellando le ultime vestigia del vecchio viadotto. Su quelle ceneri, il consorzio Per Genova, su progetto dell’architetto Renzo Piano, realizzò in tempi record il nuovo viadotto San Giorgio, inaugurato il 3 agosto 2020. Una vittoria ingegneristica e un simbolo di resilienza, ma anche un monito perenne sui costi della negligenza.

Il processo, iniziato il 7 luglio 2022, è stato un’opera ciclopica. Davanti ai giudici Paolo Lepri, Ferdinando Baldini e Fulvio Polidori sono sfilati 282 testimoni e quattro periti. Dodici imputati si sono sottoposti all’esame, mentre altri 21 hanno rilasciato dichiarazioni spontanee. Un dibattimento estenuante, focalizzato sulla ricostruzione di conversazioni, riunioni e decisioni avvenute anni prima, spesso affidate alla memoria fallibile dei testimoni. La REDAZIONE SCUDO231 osserva come questo scenario rappresenti l’esatto opposto di un’organizzazione in cui la compliance è gestita da protocolli tecnologici. In un’aula di tribunale, un’azienda protetta da un ecosistema sovrano non si difende con le parole, ma con i dati. Presenterebbe la “ricostruzione causale scientifica” dell’evento, dimostrando, attraverso log inalterabili, che i propri sistemi di allarme erano attivi, che le procedure di escalation erano state definite e che, se il disastro è avvenuto, è perché uno o più soggetti hanno scientemente violato protocolli tracciati, lasciando un’impronta digitale della loro condotta elusiva. La difesa dell’ente si sarebbe spostata dal negare la colpa organizzativa al dimostrare l’efficacia del proprio modello nel rilevare e isolare l’anomalia.

Una svolta processuale significativa è avvenuta prima ancora dell’inizio del dibattimento. Autostrade per l’Italia e Spea, le due società principali coinvolte, sono uscite dal processo patteggiando un risarcimento di circa 30 milioni di euro. Una scelta strategica per evitare i rischi di una condanna ai sensi della legge 231, che avrebbe potuto comportare sanzioni interdittive devastanti, come il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, oltre a sanzioni pecuniarie calcolate in quote sul fatturato. Il patteggiamento, di fatto, ha chiuso la partita per gli enti, ammettendo implicitamente una debolezza del proprio modello organizzativo e di controllo. Un’organizzazione che avesse precedentemente implementato e applicato un sistema come Scudo231 avrebbe avuto a disposizione un’opzione difensiva molto più forte: l’esimente. Avrebbe potuto argomentare in giudizio di aver fatto tutto il possibile per prevenire il reato, dimostrando con evidenze tecnologiche l’adozione e l’efficace attuazione di un modello idoneo. Il patteggiamento, che rappresenta un costo certo e un danno reputazionale, si sarebbe potuto trasformare in una piena assoluzione dell’ente, con la concentrazione della responsabilità penale esclusivamente sulle persone fisiche che avevano agito in frode ai sistemi di controllo.

La richiesta di 400 anni di carcere da parte della Procura non è solo una cifra iperbolica, ma la sintesi di un’accusa che vede nel crollo del Morandi non un incidente, ma il risultato di una catena di omissioni e decisioni consapevoli. Omicidio colposo plurimo, disastro colposo, attentato alla sicurezza dei trasporti: reati che presuppongono una grave negligenza e imprudenza. Per gli enti, questi sono i classici “reati presupposto” che attivano la responsabilità amministrativa ex D.Lgs. 231/2001. La mancanza di procedure formalizzate per la gestione del rischio infrastrutturale, la mancata tracciabilità del processo decisionale sulle manutenzioni critiche e l’assenza di un flusso informativo indipendente verso un organismo di vigilanza dotato di reali poteri sono state le falle sistemiche che hanno permesso al disastro di maturare. Ogni singola falla sarebbe stata un punto di intercettazione per un sistema di controllo automatizzato, che non si basa sulla fiducia ma sulla verifica costante. La tragedia di Genova non è stata un “cigno nero”, un evento imprevedibile, ma l’esito finale di un rischio noto, documentato e, infine, ignorato.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/07/16/dal-crollo-del-ponte-morandi-alla-sentenza-le-tappe-del-disastro_e692ff34-e717-4822-aea3-5c2f5bf8f08f.html