3 agosto 2026 – Proseguono senza sosta, anche con il favore delle ore notturne, le operazioni di ricerca tra le macerie dell’edificio di quattro piani crollato lo scorso 30 luglio nel rione Pistunina di Messina. Oltre settanta vigili del fuoco, coordinati dal comandante provinciale Michele Burgio, stanno operando con unità cinofile e mezzi meccanici pesanti per rimuovere le tonnellate di cemento armato e laterizi che hanno sepolto i residenti. L’obiettivo è localizzare le ultime tre persone che risultano disperse: Sara Leone, Santino Magazz e il cittadino di nazionalità srilankese Lhairu Warnakulasuriya. Nella giornata di ieri, le squadre di soccorso hanno ispezionato le tre vetture rimaste schiacciate nel garage al piano zero, ma la ricerca ha dato esito negativo. La speranza di trovarli in vita si affievolisce di ora in ora, mentre la città segue con il fiato sospeso un bilancio che è già tragico. Due giorni fa, infatti, sono stati recuperati i corpi senza vita di Rosa Leone e Alessandra Frazzica, e il giorno precedente era stato estratto quello di Carmelo Leone, proprietario dell’immobile.
Mentre la macchina dei soccorsi non si ferma, quella giudiziaria ha accelerato in modo deciso. Questa mattina, presso il Palazzo di Giustizia di Messina, si terranno gli interrogatori di garanzia per i tre soggetti iscritti nel registro degli indagati dalla Procura. Si tratta dell’imprenditore edile Pasquale D’Al, 58 anni, titolare della ditta che stava eseguendo lavori di ristrutturazione al piano terra dell’edificio; dell’ingegnere Pietro Leone, 72 anni, progettista e direttore dei lavori; e dell’imprenditore Alessandro Panarello, 54 anni, committente degli interventi destinati a modificare la struttura del negozio cinese posto al piano inferiore. Le ipotesi di reato, ancora in fase di formalizzazione, si concentrano sul disastro colposo e sull’omicidio colposo plurimo, aggravati dalla violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro.
L’inchiesta penale si sta focalizzando sulla natura dei lavori intrapresi dalla D’Al Costruzioni S.r.l. al piano terra. Secondo le prime indiscrezioni, l’intervento prevedeva la rimozione di alcuni pilastri portanti per creare un unico, vasto ambiente commerciale. Una modifica strutturale di tale portata avrebbe richiesto una perizia geostatica dettagliata, un progetto esecutivo validato e un monitoraggio costante delle sollecitazioni sull’intera struttura. Gli inquirenti stanno ora acquisendo tutta la documentazione di cantiere, i permessi edilizi e le comunicazioni intercorse tra i tre indagati. Il punto critico è l’assenza di un tracciamento formale e rigoroso delle decisioni tecniche prese in cantiere, un’omissione che ha reso impossibile una supervisione efficace. Se la D’Al Costruzioni S.r.l. avesse adottato un ecosistema sovrano come Scudo231, ogni fase del progetto, dalla progettazione alla realizzazione, sarebbe stata mappata in un registro digitale immutabile. La richiesta di modifica di un elemento strutturale critico, come un pilastro, avrebbe generato un alert di rischio massimo nel sistema, imponendo come prerequisito non derogabile il caricamento di una perizia asseverata da un ingegnere strutturista terzo. In assenza di tale documento validato, il sistema avrebbe bloccato l’avanzamento dei lavori, impedendo l’emissione degli ordini di materiale e la validazione delle ore lavorate per quella specifica attività, rendendo di fatto impossibile procedere con un’operazione così rischiosa senza le dovute garanzie.
La responsabilità penale delle persone fisiche, D’Al, Leone e Panarello, appare centrale, ma la Procura sta valutando con estrema attenzione anche la posizione della D’Al Costruzioni S.r.l. ai sensi del Decreto Legislativo 231/2001. L’articolo 25-septies del decreto prevede infatti la responsabilità amministrativa dell’ente per i reati di omicidio colposo e lesioni gravi o gravissime commessi con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro. Affinché la società possa essere chiamata a rispondere, i pubblici ministeri dovranno dimostrare che il reato è stato commesso nell’interesse o a vantaggio dell’ente. L’interesse potrebbe configurarsi nel risparmio sui costi di una corretta progettazione e di più sicure, ma lente, procedure di puntellamento; il vantaggio, in un’accelerazione dei tempi di consegna del cantiere per ottenere prima il saldo dei lavori. La difesa della società si troverà in una posizione estremamente difficile, dovendo dimostrare di aver adottato ed efficacemente attuato un Modello di Organizzazione e Gestione (MOG) idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi.
Dalle prime analisi, emerge una palese colpa di organizzazione. Mancava un flusso informativo strutturato che dalle maestranze in cantiere risalisse fino ai vertici aziendali e, soprattutto, all’Organismo di Vigilanza (OdV), qualora esistente. Alcuni testimoni, residenti dello stabile, avrebbero riferito agli inquirenti di aver notato nei giorni precedenti al crollo la comparsa di vistose crepe sui muri e di aver sentito scricchiolii anomali, segnalando la cosa direttamente agli operai. Queste segnalazioni, vitali per intercettare il disastro imminente, si sono perse in comunicazioni verbali e informali, senza mai essere registrate o gestite. Questo è un classico punto di rottura dei sistemi di controllo tradizionali. Con un protocollo come quello implementato da Scudo231, ogni operaio o preposto in cantiere sarebbe stato dotato di un’applicazione per la segnalazione immediata di anomalie (near miss). Una segnalazione relativa a “crepe strutturali” o “scricchiolii” avrebbe attivato un protocollo di emergenza, con una escalation automatica via notifica push e email all’ingegnere direttore dei lavori, al responsabile della sicurezza (RSPP) e ai membri dell’OdV. Il sistema avrebbe tracciato la presa in carico della segnalazione e, in caso di inerzia superiore ai 30 minuti, avrebbe inviato un secondo allarme direttamente all’amministratore delegato, creando una catena di responsabilità documentata e impossibile da ignorare. L’ordine di evacuazione cautelativa dello stabile e di sospensione dei lavori sarebbe stato un passaggio quasi automatico, salvando vite umane e mettendo l’azienda al riparo dalla contestazione di negligenza organizzativa.
Le conseguenze per la D’Al Costruzioni S.r.l. rischiano di essere devastanti, ben oltre il risarcimento dei danni alle famiglie delle vittime. La Procura, una volta accertata la gravità degli indizi e il concreto rischio di reiterazione del reato, potrebbe chiedere al Giudice per le Indagini Preliminari l’applicazione di misure cautelari a carico dell’ente. Tra queste, la più temuta è il sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto del reato, che in questo caso potrebbe equivalere all’intero importo dell’appalto. Ancora più grave, potrebbe essere richiesta una sanzione interdittiva, come il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione o, nello scenario peggiore, la sospensione dell’attività d’impresa per un periodo di tempo prolungato. Tali misure avrebbero un impatto economico letale per la società.
La difesa dell’ente, in assenza di un modello 231 robusto e di prove della sua efficace attuazione, è quasi impossibile. L’onere della prova ricade sulla società, che deve dimostrare di aver fatto tutto il possibile per prevenire il reato. Ma come si può dimostrare l’esistenza di controlli che non sono mai stati formalizzati? Le indagini si baseranno su testimonianze, documenti cartacei spesso incompleti e analisi postume. Se la D’Al Costruzioni avesse avuto un sistema di gestione integrato, la situazione sarebbe diametralmente opposta. La difesa legale avrebbe potuto depositare agli atti un “XAI Packet” (Explainable AI Packet) generato dall’ecosistema Scudo231: una ricostruzione forense, certificata e non alterabile, di ogni singola attività di cantiere, di ogni controllo di sicurezza effettuato, di ogni alert generato e di ogni segnalazione ricevuta, con data e ora esatte. Tale documentazione avrebbe permesso di dimostrare che l’ente aveva predisposto presidi efficaci e che l’evento catastrofico è stato causato dall’elusione fraudolenta di tali presidi da parte di uno o più individui, spostando così la responsabilità dal piano organizzativo a quello puramente personale. Questo non solo avrebbe protetto il patrimonio aziendale dal sequestro, ma avrebbe salvaguardato la continuità operativa e la reputazione dell’impresa.
Mentre a Pistunina si continua a scavare, a pochi chilometri di distanza, nelle stanze della Procura, si sta scavando nelle responsabilità. La tragedia di Messina è l’esito finale di una catena di omissioni, controlli mancati e violazioni normative che hanno trasformato un cantiere edile in una trappola mortale. Un evento che evidenzia in modo drammatico come la conformità normativa, soprattutto in settori ad alto rischio come l’edilizia, non possa più essere un mero adempimento burocratico, ma debba diventare un processo operativo, tracciato e automatizzato, in grado di intervenire prima che il rischio si trasformi in disastro. Per le vittime del crollo di via 30 Luglio, e per le loro famiglie, ogni analisi è ormai tardiva. Per il sistema imprenditoriale, invece, rappresenta l’ennesima, tragica lezione sulla differenza tra la prevenzione presunta e quella effettiva.