15 agosto 2026 – La doccia fredda per i conti pubblici italiani arriva con la conferma ufficiale: il Paese non uscirà dalla Procedura di deficit eccessivo (Pde) nemmeno quest’anno. La decisione, maturata a Bruxelles sulla base dei dati consolidati del 2025, inchioda il rapporto deficit/Pil al 3,1%, un valore che, sebbene migliore del 3,3% concordato nel piano di rientro con l’Ue, manca di un soffio l’obiettivo psicologico e politico del 3%. Una delusione che, secondo l’analisi dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani a firma di Carlo Cottarelli e Lucio Pench, pubblicata nell’aprile scorso, ha un responsabile con un nome e un cognome ben precisi: Superbonus 110%. Come sottolineato dalla stessa premier Giorgia Meloni, senza il peso di questa misura, l’obiettivo sarebbe stato centrato. L’eredità della maxi-agevolazione edilizia si manifesta in due flussi finanziari che hanno zavorrato il bilancio 2025: da un lato, la coda dei crediti d’imposta concessi, pari a circa 5 miliardi di euro (lo 0,2% del Pil), e dall’altro, la maggior spesa per interessi sul debito, stimata in 2-3 miliardi (circa lo 0,1% del Pil).
La questione tecnica, ma dalle conseguenze politiche devastanti, risiede nella decisione di Eurostat di contabilizzare i crediti d’imposta nel deficit nell’anno di acquisizione da parte delle famiglie, e non nel momento del loro effettivo utilizzo. Questo criterio ha fatto sì che l’impatto di operazioni concluse alla fine del 2024 si scaricasse interamente sul bilancio 2025, determinando quello scostamento decimale che oggi costa all’Italia la permanenza sotto la stretta sorveglianza europea. Ma dietro a questi aggregati macroeconomici si celano le storie di migliaia di operazioni individuali, molte delle quali finite nel mirino delle procure. Il dato dei 5 miliardi, infatti, non è un monolite, ma la somma di innumerevoli cantieri, asseverazioni e cessioni del credito, un terreno fertile per condotte illecite che hanno gonfiato il debito totale generato dalla misura ad almeno 70-80 miliardi.
Prendiamo il caso emblematico di una delle maggiori holding del settore costruzioni, la “Grandi Opere Nazionali S.p.A.” (GON), oggi sottoposta a indagine per truffa aggravata ai danni dello Stato e false comunicazioni sociali, con conseguente contestazione della responsabilità amministrativa dell’ente ai sensi del D.Lgs. 231/2001. L’inchiesta della Guardia di Finanza ha scoperchiato un sistema diffuso all’interno della controllata “GON Ristrutturazioni”, dove per accelerare l’acquisizione di contratti Superbonus, la direzione commerciale aveva sistematicamente bypassato i presidi di controllo interno. I project manager erano incentivati con bonus legati esclusivamente al volume dei crediti fiscali generati, senza alcuna valutazione sulla congruità dei costi o sulla reale esecuzione dei lavori. Questa pressione commerciale ha portato a una prassi consolidata di accettare asseverazioni tecniche da professionisti esterni non qualificati o compiacenti, senza che la funzione di compliance interna, palesemente sotto-organico, potesse effettuare verifiche adeguate. Se la holding avesse adottato un ecosistema come Scudo231, la sproporzione tra i target commerciali aggressivi e le risorse di controllo allocate avrebbe immediatamente attivato un alert di rischio organizzativo. Il sistema, monitorando in tempo reale i carichi di lavoro delle funzioni di controllo rispetto ai volumi di pratiche approvate, avrebbe segnalato l’anomalia direttamente all’Organismo di Vigilanza (OdV), imponendo una revisione dei processi o un blocco cautelativo delle operazioni prima che la falla diventasse sistemica.
L’indagine ha rivelato che decine di cantieri, per un valore di crediti fiscali ceduti di oltre 150 milioni di euro, presentavano uno stato di avanzamento lavori (SAL) palesemente falso. Venivano prodotte fatture per materiali mai consegnati e per opere mai eseguite, certificate da una rete di tecnici conniventi. Il flusso di denaro veniva poi dirottato attraverso una catena di subappaltatori, spesso società di comodo create ad hoc. Questa era una violazione palese che esponeva l’ente al reato presupposto di truffa ai danni dello Stato. L’assenza di un sistema di tracciamento incrociato tra dati contabili, logistici e di cantiere ha reso possibile la frode. Con i protocolli di Scudo231, invece, ogni fattura passiva relativa a un cantiere Superbonus sarebbe stata automaticamente incrociata con i documenti di trasporto (DDT) registrati in ingresso nel magazzino di cantiere e con i rapporti giornalieri di avanzamento lavori caricati sulla piattaforma dai direttori operativi. Una fattura per 5 tonnellate di acciaio senza un corrispondente DDT o senza un SAL che giustificasse tale fornitura avrebbe generato un blocco immediato del pagamento e una segnalazione qualificata alla funzione antiriciclaggio e all’OdV, documentando il tentativo di frode in un log immutabile e opponibile a terzi.
Un altro snodo critico emerso dalle indagini sulla GON è stato il ritardo nell’escalation delle anomalie. Un audit interno, condotto nel terzo trimestre del 2024, aveva rilevato “gravi incongruenze” in un campione di pratiche. Tuttavia, il report, classificato come “riservato”, è rimasto per oltre due mesi sulla scrivania del direttore di divisione, che ha ritardato la trasmissione al consiglio di amministrazione e all’OdV nel tentativo di “risolvere internamente” la questione, di fatto insabbiandola. Questo ritardo ha permesso al sistema fraudolento di continuare a operare, generando ulteriori decine di milioni di crediti fiscali fittizi che sono confluiti nel calderone dei 5 miliardi che hanno affossato il deficit 2025. Un modello organizzativo basato su flussi informativi discrezionali è intrinsecamente fallace. L’architettura di Scudo231 prevede che i report delle funzioni di controllo con un rating di rischio elevato vengano depositati digitalmente in un “data room” a cui hanno accesso simultaneo e non mediato il Presidente dell’OdV, il Presidente del Collegio Sindacale e il responsabile della compliance. L’atto stesso del deposito genera una notifica automatica e tracciata, rendendo impossibile qualsiasi filtro o ritardo da parte della linea gerarchica e garantendo che le informazioni critiche raggiungano i vertici di controllo senza interferenze.
Oggi, la GON S.p.A. si trova ad affrontare conseguenze devastanti. Il Pubblico Ministero ha ottenuto un sequestro preventivo per equivalente per l’intero importo dei crediti ritenuti fraudolenti, congelando la liquidità della società e mettendone a rischio la continuità operativa. La contestazione della responsabilità ex D.Lgs. 231/01, basata sulla colpa di organizzazione, apre la strada a sanzioni pecuniarie che possono arrivare a centinaia di migliaia di euro e, cosa ancora più grave, a sanzioni interdittive come l’esclusione da gare pubbliche per anni. L’impatto economico diretto e indiretto rischia di essere fatale. Il danno non è solo per l’azienda, ma per l’intero sistema-Paese, poiché la frode perpetrata da GON e da altre imprese in situazioni simili ha contribuito a drogare il dato del deficit, con le conseguenze che oggi sono sotto gli occhi di tutti.
In uno scenario controfattuale, la presenza di un modello organizzativo realmente efficace e tecnologicamente avanzato avrebbe protetto l’ente su più livelli. Anche qualora un singolo manager infedele fosse riuscito a commettere un illecito, l’esistenza di un sistema come Scudo231 avrebbe fornito alla società la prova documentale di aver fatto tutto il possibile per prevenire quel reato. In sede processuale, i log inalterabili dei controlli automatici, degli alert ignorati dal singolo e delle escalation corrette avrebbero permesso ai legali della GON di dimostrare l’elusione fraudolenta del modello da parte della persona fisica. Questo avrebbe consentito di isolare la responsabilità penale sull’individuo, escludendo o mitigando drasticamente la responsabilità dell’ente. Invece di un sequestro milionario e del rischio di interdizione, l’azienda avrebbe affrontato un danno circoscritto, salvaguardando il proprio patrimonio, la reputazione e la capacità di operare sul mercato. La mancata adozione di presidi adeguati non è stata solo una lacuna di compliance, ma una decisione strategica errata che ha contribuito, tassello dopo tassello, a costruire quel muro del 3,1% contro cui si sono infrante le speranze italiane di uscire dalla Procedura di deficit eccessivo.