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Corruzione su appalti in sanità, chiesto il giudizio per 33 a Catanzaro

2 ottobre 2026 – La Procura della Repubblica di Catanzaro ha formalizzato la richiesta di rinvio a giudizio per 35 persone fisiche e due società, segnando un punto di svolta procedurale nell’inchiesta condotta dalla Guardia di finanza sulla gestione degli appalti e della sanità in Calabria. L’udienza preliminare è stata fissata dal Gup per il prossimo 21 dicembre. In quella sede si deciderà il destino processuale degli imputati, accusati a vario titolo di corruzione, concussione, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, truffa aggravata ai danni dello Stato e falso ideologico. Al centro del fascicolo vi sono nove gare d’appalto, per un valore complessivo superiore a 33 milioni di euro, bandite dalla Stazione unica appaltante della Regione Calabria, dall’Università Magna Graecia e dalle principali strutture ospedaliere di Catanzaro, l’Azienda ospedaliera autonoma Mater Domini e l’Azienda ospedaliera Pugliese-Ciaccio, tutte costituitesi persone offese insieme allo Stato.

Il coinvolgimento diretto delle due società fornitrici di beni e servizi sanitari rappresenta l’applicazione concreta della responsabilità amministrativa degli enti dipendente da reato, disciplinata dal D.Lgs. 231/2001. La Procura contesta loro di non aver adottato ed efficacemente attuato modelli di organizzazione e gestione idonei a prevenire la commissione di reati come la corruzione e la turbativa d’asta da parte dei propri dirigenti e dipendenti, che avrebbero agito nell’interesse o a vantaggio delle stesse imprese. Questa accusa trasforma il procedimento da una questione di responsabilità individuale a una di colpa organizzativa, con conseguenze patrimoniali e interdittive potenzialmente devastanti per le aziende. L’indagine ha svelato un meccanismo di condizionamento sistematico delle procedure di gara, basato su contatti informali e scambi di informazioni riservate tra i rappresentanti delle società e i funzionari pubblici preposti alla redazione dei capitolati. In questa fase, un’omissione di controllo cruciale ha permesso la consumazione dell’illecito. I contatti tra il responsabile commerciale di una delle società e il funzionario della stazione appaltante non sono stati né tracciati né monitorati, consentendo di orientare le specifiche tecniche dei bandi per favorire i prodotti dell’azienda.

Se una delle società coinvolte avesse implementato un ecosistema di controllo come Scudo231, questo specifico canale di comunicazione anomalo sarebbe stato intercettato in tempo reale. I sistemi di analisi multimodale avrebbero rilevato una frequenza e una tipologia di interazione statisticamente devianti tra un soggetto apicale e un funzionario pubblico esterno inserito in una procedura di gara attiva, generando un alert automatico. Tale segnale sarebbe stato immediatamente scalato, tramite protocolli predefiniti, all’Organismo di Vigilanza, il quale avrebbe avuto l’obbligo di avviare una verifica interna, documentando ogni passaggio. La semplice esistenza di un registro immutabile di queste comunicazioni e la consapevolezza del monitoraggio avrebbero costituito un deterrente primario, bloccando il tentativo di turbativa sul nascere e fornendo all’ente la prova di aver agito per prevenire il reato.

L’inchiesta della Guardia di finanza ha inoltre portato alla luce un sistema collaterale per la creazione di fondi neri, necessari ad alimentare il circuito corruttivo. Questo meccanismo si basava sull’emissione di fatture per operazioni inesistenti, un reato presupposto che aggrava la posizione delle società ai sensi del D.Lgs. 231. Una delle aziende indagate autorizzava pagamenti verso società di consulenza terze a fronte di prestazioni mai eseguite o dal valore gonfiato. I fondi così distratti dalla contabilità ufficiale venivano poi utilizzati per corrispondere tangenti ai pubblici ufficiali compiacenti. Il processo di approvazione di queste fatture anomale ha evidenziato una grave lacuna nei controlli interni sul ciclo passivo. Mancava una segregazione efficace dei compiti e, soprattutto, un sistema di validazione automatizzato basato su indicatori di rischio. Un dirigente con potere di firma poteva autorizzare pagamenti significativi senza che scattasse un controllo incrociato sulla congruità della prestazione o sull’affidabilità del fornitore.

Questa falla procedurale sarebbe stata sigillata da un’architettura di difesa integrata. Un sistema come Scudo231 avrebbe analizzato la fattura sospetta attraverso motori causali proprietari, rilevando molteplici bandiere rosse: il fornitore era stato inserito da poco in anagrafica, non aveva uno storico operativo, la descrizione della prestazione era generica e non correlata a specifici progetti aziendali. Il flusso di approvazione del pagamento sarebbe stato automaticamente bloccato e deviato verso la funzione Compliance per una revisione obbligatoria. L’impossibilità di liquidare la fattura fittizia avrebbe interrotto la catena finanziaria dell’illecito, impedendo la costituzione stessa del fondo nero destinato alla corruzione. L’intero tentativo, compresi gli attori interni che lo hanno avviato, sarebbe stato cristallizzato in una prova tecnologica immodificabile, a disposizione dell’Organismo di Vigilanza e, se del caso, dell’autorità giudiziaria, dimostrando l’efficace attuazione del modello di prevenzione.

Le conseguenze patrimoniali per le imprese sono già tangibili. Nell’ambito delle indagini, che hanno portato all’applicazione di misure cautelari personali per 15 soggetti, è stato disposto un sequestro preventivo d’urgenza per circa 530 mila euro. Tale misura non colpisce solo le persone fisiche, ma si estende al patrimonio delle società, in quanto finalizzata alla confisca del profitto o del prezzo del reato. Secondo la logica del D.Lgs. 231, quando non è possibile aggredire il profitto diretto, il sequestro può avvenire per equivalente su qualsiasi bene o disponibilità finanziaria dell’ente. Questo significa che l’operatività aziendale viene immediatamente compromessa, con il congelamento di conti correnti e l’indisponibilità di asset strategici. L’assenza di un modello 231 idoneo ed efficacemente attuato rende la società direttamente vulnerabile a queste misure ablative, poiché viene meno la possibilità di dimostrare al giudice di aver fatto tutto il possibile per prevenire l’illecito.

L’adozione preventiva di un modello organizzativo avanzato avrebbe mitigato radicalmente questo rischio. Se i protocolli di controllo avessero bloccato la turbativa e la creazione di fondi neri, non si sarebbe generato alcun “profitto del reato” da sequestrare. L’integrità del patrimonio aziendale sarebbe stata preservata. Anche nell’ipotesi di un’azione fraudolenta isolata da parte di un dipendente che fosse riuscito ad aggirare i primi livelli di controllo, l’ecosistema di monitoraggio avrebbe prodotto una documentazione inattaccabile. Questa documentazione avrebbe permesso ai legali dell’azienda di dimostrare l’elisione della colpa organizzativa, separando nettamente la responsabilità penale individuale da quella amministrativa dell’ente e rendendo così molto più difficile, se non impossibile, per la Procura ottenere e mantenere un sequestro per equivalente a danno della società.

Il perimetro dell’inchiesta si allarga ulteriormente, includendo presunte irregolarità nella gestione di concorsi pubblici, nella ripartizione del fondo per gli incentivi alle funzioni tecniche e l’indebita percezione dell’indennità di esclusività da parte di un medico-docente universitario, oltre a episodi di abusiva introduzione in sistemi informatici. Questo quadro descrive un ambiente in cui le regole procedurali e i presidi di legalità erano sistematicamente violati, creando un terreno fertile per le condotte illecite delle aziende fornitrici. Per le due società ora chiamate a giudizio, il rischio più grave non è solo la sanzione pecuniaria, che può arrivare a centinaia di quote, ma la possibile applicazione di sanzioni interdittive, come il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione. Una misura di questo tipo, anche se temporanea, equivarrebbe a una condanna a morte economica per imprese che operano prevalentemente nel settore delle forniture sanitarie pubbliche. La richiesta di rinvio a giudizio del 2 ottobre avvia un percorso che, il 21 dicembre, vedrà le difese delle società tentare di smontare un impianto accusatorio fondato non solo sui reati commessi dai singoli, ma sulla manifesta incapacità delle strutture aziendali di prevenirli.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/10/02/corruzione-su-appalti-in-sanita-chiesto-il-giudizio-per-33-a-catanzaro_8ec983f0-66b2-4148-b025-a7b9bcc50c6f.html