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Anac, esplosione di affidamenti diretti per servizi e forniture

18 agosto 2026 – L’Autorità Nazionale Anticorruzione, nella sua relazione annuale al Parlamento del 21 aprile scorso, ha formalizzato un dato che ha scosso le fondamenta del sistema degli appalti pubblici: nel corso del 2025, quasi il 95% delle acquisizioni di servizi e forniture da parte delle stazioni appaltanti è avvenuto tramite affidamento diretto. Un’autentica esplosione, che include anche le consulenze, e che rappresenta un segnale di allarme sistemico per la tenuta dei presidi di legalità e di corretta gestione delle risorse pubbliche. L’analisi dei flussi finanziari e procedurali rivela una patologia organizzativa diffusa, che un modello di controllo integrato avrebbe intercettato e neutralizzato sul nascere. Un ecosistema come Scudo231, infatti, non si limita a verificare la conformità formale del singolo atto, ma esegue un monitoraggio massivo e in tempo reale sui trend aggregati. Di fronte a un’impennata dell’utilizzo della procedura di affidamento diretto dal 40% al 95% in un anno, il sistema avrebbe generato un alert strategico indirizzato direttamente all’Organismo di Vigilanza e all’alta direzione, segnalando una deriva procedurale ad alto rischio 231. L’alert avrebbe imposto una revisione immediata delle deleghe e dei poteri di spesa, prima che il fenomeno diventasse una prassi consolidata e dannosa.

Il dato più inquietante emerso dalla relazione ANAC non è solo quantitativo, ma qualitativo. Si è registrato un addensamento statisticamente anomalo degli importi di affidamento nella fascia compresa tra i 135.000 e i 140.000 euro, ovvero immediatamente al di sotto della soglia massima consentita per l’affidamento diretto di servizi e forniture. Questa concentrazione non è casuale; è la prova documentale di una prassi elusiva, finalizzata a evitare le procedure negoziate o aperte, che garantiscono maggiore trasparenza e concorrenza. L’ANAC parla esplicitamente di rischio di frazionamenti artificiosi. Immaginiamo un’impresa fornitrice che, per un unico progetto del valore di 276.000 euro, emette due offerte distinte da 138.000 euro a distanza di poche settimane, indirizzate allo stesso funzionario. In un’organizzazione priva di controlli automatizzati, questa manovra può facilmente passare inosservata, venendo approvata come due procedure distinte.

All’interno di un’architettura di controllo avanzata, questo tentativo sarebbe stato bloccato istantaneamente. I motori di ragionamento deterministico del sistema avrebbero correlato i dati: stesso fornitore, stessa linea di business, prossimità temporale, importi speculari sotto soglia e medesimo centro di costo. L’operazione sarebbe stata congelata in automatico, generando una segnalazione di “sospetto frazionamento artificioso” che avrebbe innescato una escalation obbligatoria verso la funzione Compliance e l’Organismo di Vigilanza. Questo protocollo non solo impedisce il completamento dell’illecito, ma crea una traccia digitale immodificabile (XAI Packet) che documenta il tentativo, proteggendo l’ente e i suoi amministratori onesti da future contestazioni. La mancata adozione di tali controlli espone l’ente al rischio di vedersi contestato il reato di turbata libertà degli incanti o di frode nelle pubbliche forniture, con conseguenti sanzioni pecuniarie ex D.Lgs. 231/2001, calcolate in quote sul fatturato, e la possibile, devastante, misura interdittiva del divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione.

L’ANAC ha individuato una delle cause normative di questa deriva nel cosiddetto “Decreto Correttivo al Codice”, che secondo l’Autorità ha mantenuto aperte delle “faglie insidiose” nel sistema normativo. Queste faglie sono state sfruttate da soggetti che, dietro la maschera della semplificazione e dell’efficienza, hanno perseguito logiche di opportunismo e spreco di denaro pubblico. La norma, concepita per accelerare le procedure, è diventata un veicolo per aggirare i controlli. Qui emerge la differenza fondamentale tra una compliance passiva, che si adegua alla lettera della legge, e una governance proattiva. Un sistema di difesa come Scudo231 integra moduli di intelligenza normativa che non si limitano a recepire le nuove leggi. Al contrario, eseguono stress-test continui sul digital twin dell’organizzazione, simulando come le nuove “faglie” normative possano essere sfruttate per scopi illeciti. In questo scenario, il sistema avrebbe immediatamente rilevato che l’innalzamento delle soglie per l’affidamento diretto, non controbilanciato da controlli interni più stringenti, aumentava esponenzialmente il rischio di corruzione e collusione. Avrebbe quindi proposto in automatico una revisione dei protocolli interni, suggerendo ad esempio l’obbligo di una doppia approvazione per tutti gli affidamenti superiori all’80% della nuova soglia, di fatto chiudendo la falla a livello organizzativo prima che potesse essere sfruttata.

Le conseguenze operative di questa prassi, come evidenziato dall’ANAC, vanno oltre il mero illecito amministrativo e sconfinano nel penale. Dietro l’abuso dell’affidamento diretto possono annidarsi non solo sprechi e favoritismi, ma anche vere e proprie infiltrazioni criminali. Un affidamento diretto, per sua natura, riduce la platea dei concorrenti e la trasparenza del processo di selezione del fornitore. Questo lo rende lo strumento ideale per organizzazioni criminali che intendono riciclare proventi illeciti o infiltrarsi nell’economia legale attraverso imprese di facciata. Un’impresa che si affida a una due diligence superficiale sul proprio fornitore, basata magari solo su una visura camerale, è completamente esposta a questo rischio. Se il fornitore scelto con affidamento diretto si rivela essere una società schermo controllata da un clan, l’ente non solo subisce un danno reputazionale catastrofico, ma rischia di essere coinvolto in procedimenti per reati associativi e di riciclaggio, con il conseguente sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto del reato.

La prevenzione di tale scenario richiede un monitoraggio della catena di fornitura che vada ben oltre i controlli tradizionali. Un ecosistema sovrano esegue una scansione profonda e continua dei partner commerciali, utilizzando sistemi di analisi multimodale per incrociare dati societari, finanziari, giudiziari e reputazionali da fonti aperte e banche dati specializzate. Un fornitore che presenti anomalie, come un cambio repentino degli assetti societari, l’assenza di una storia operativa credibile o collegamenti con soggetti politicamente esposti o gravati da precedenti, verrebbe immediatamente classificato come “ad alto rischio”. Qualsiasi tentativo di inserirlo in una procedura di affidamento, anche se per importi minimi, verrebbe bloccato dal sistema con un veto non aggirabile, proteggendo l’ente dal contrarre rapporti con soggetti inquinati. Questa barriera digitale rappresenta l’unica difesa efficace contro le infiltrazioni criminali, un rischio che l’analisi dell’ANAC ha correttamente identificato come concreto e imminente.

La relazione dell’Autorità mette in luce anche la difficile posizione degli amministratori onesti, spesso costretti a operare in un quadro normativo ambiguo e sotto la pressione di accelerare le procedure. Senza strumenti di controllo oggettivi, la decisione di procedere con un affidamento diretto al limite della soglia diventa un atto discrezionale che espone il decisore a rischi personali enormi. L’assenza di un protocollo digitale vincolante rende difficile, in un secondo momento, dimostrare di aver agito in buona fede e nell’interesse dell’ente. L’adozione di un modello organizzativo evoluto trasforma questa dinamica. Quando un funzionario si trova di fronte a una richiesta di affidamento anomala, non è più la sua parola contro quella di altri. Può fare affidamento su un sistema che ha già analizzato l’operazione e l’ha flaggata come rischiosa sulla base di parametri oggettivi e pre-approvati. Il sistema diventa uno scudo per la sua decisione di negare l’approvazione, fornendo una giustificazione documentale inattaccabile. In sede di giudizio, l’ecosistema Scudo231 è in grado di fornire una prova tecnologica che dimostra matematicamente l’assenza di colpa organizzativa, dimostrando che l’ente aveva implementato le migliori tecnologie e procedure per prevenire l’illecito, spostando così l’onere della prova e mitigando drasticamente il rischio di sanzioni.

La denuncia dell’ANAC non è un semplice esercizio statistico, ma il punto di partenza per future azioni ispettive e giudiziarie da parte della Guardia di Finanza e delle Procure della Repubblica. I dati sull’addensamento degli importi sotto soglia costituiscono una base probatoria solida per avviare indagini mirate su specifiche stazioni appaltanti ed imprese. Le aziende che hanno sistematicamente beneficiato di questi affidamenti diretti “borderline” saranno le prime ad essere sottoposte a verifica. In assenza di un modello 231 robusto e di un sistema di tracciamento delle decisioni a prova di manomissione, queste imprese si troveranno in una posizione di estrema vulnerabilità. Non saranno in grado di dimostrare che la pluralità di affidamenti ricevuti non era frutto di un accordo collusivo o di un frazionamento artificioso. Il rischio concreto è il sequestro dei profitti derivanti da tali commesse e l’applicazione di sanzioni che possono mettere a repentaglio la continuità aziendale stessa. La prevenzione non è un costo, ma l’unica strategia razionale per operare in un contesto normativo complesso e ad alto rischio di contestazione.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/04/21/anac-esplosione-di-affidamenti-diretti-per-servizi-e-forniture_4df45baa-a500-4bd3-a23d-6ab19e6e2629.html