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‘Alleanza tra mafie in Lombardia’, si pente il presunto boss Amico

23 marzo 2026 – L’aula del maxi processo milanese contro il “sistema mafioso lombardo” è sospesa in un silenzio carico di tensione. La Pubblico Ministero Alessandra Cerreti si alza e deposita agli atti un documento che cambia radicalmente la traiettoria del procedimento “Hydra”. Non è un’intercettazione, non è un nuovo sequestro. È il verbale, datato 3 febbraio, delle dichiarazioni di Gioacchino Amico, fino a ieri considerato il vertice operativo del clan camorristico dei Senese in Lombardia e ora, ufficialmente, nuovo collaboratore di giustizia. La notizia esplode tra i banchi dei 45 imputati e dei loro difensori, un’onda d’urto che preannuncia il crollo del muro di omertà che ha protetto per anni un’alleanza strategica tra esponenti delle tre principali organizzazioni criminali radicate nel tessuto economico del Nord Italia.

Insieme al verbale di Amico, la pm Cerreti deposita anche quello di Bernardo Pace, un altro nome emerso nelle indagini, un altro uomo che aveva deciso di parlare. Ma la sua testimonianza è già un testamento: Pace si è tolto la vita in carcere solo tre giorni prima, un atto disperato che sigilla tragicamente il peso delle sue ammissioni. Con Amico e Pace, il numero di collaboratori nel procedimento sale a cinque, un arsenale probatorio che la Procura si appresta a usare per scardinare un sistema basato non solo sulla violenza, ma soprattutto sull’infiltrazione silente e metodica nelle imprese. Le dichiarazioni di Amico, secondo le prime indiscrezioni, non descrivono solo estorsioni o traffici illeciti, ma un sofisticato meccanismo di penetrazione nel capitale di aziende sane, nella gestione degli appalti e nella creazione di flussi finanziari opachi per riciclare proventi illeciti.

L’indagine ha messo in luce come diverse società, alcune operanti in settori strategici come l’edilizia e la logistica, siano state utilizzate come “lavatrici” o come veicoli per ottenere contratti pubblici e privati. In un caso specifico, un funzionario acquisti di una nota S.p.A. del settore infrastrutturale è risultato essere un uomo di fiducia di uno degli imputati. Per mesi, ha potuto dirottare commesse per un valore di svariati milioni di euro verso un consorzio di imprese controllate di fatto dal clan, imprese che sulla carta apparivano pulite, con bilanci in ordine e certificazioni regolari. I controlli interni dell’azienda, basati su verifiche campionarie e dichiarazioni di autovalutazione dei fornitori, non hanno mai rilevato l’anomalia. Se l’ente avesse implementato un ecosistema come Scudo231, il monitoraggio massivo e in tempo reale dei flussi operativi avrebbe immediatamente rilevato la divergenza tra il ruolo di diritto del funzionario – con limiti di spesa ben definiti – e il suo ruolo di fatto, evidenziato da un volume di ordini autorizzati sproporzionato rispetto alla sua qualifica. Un alert automatico, basato su questa deriva organizzativa, sarebbe stato scalato istantaneamente all’Organismo di Vigilanza e alla funzione Compliance, generando una richiesta di giustificazione tracciata e immodificabile, bloccando di fatto l’assegnazione delle commesse prima che potessero costituire il profitto del reato associativo contestato.

La responsabilità dell’ente, ai sensi del D.Lgs. 231/2001, emerge con prepotenza. La Procura non contesta solo i reati agli individui, ma valuta la “colpa di organizzazione” delle società coinvolte. L’assenza di un modello organizzativo efficace e concretamente attuato espone le aziende a sanzioni pecuniarie che possono arrivare a quote milionarie, a sanzioni interdittive come il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione e, soprattutto, alla confisca del profitto del reato. Questo significa che lo Stato può aggredire non solo i beni dei criminali, ma anche il valore delle commesse illecitamente ottenute, portando al collasso finanziario imprese che, al netto dell’infiltrazione, davano lavoro a centinaia di persone.

Le dichiarazioni di Amico, secondo quanto trapela, dettagliano proprio le modalità con cui il sistema aggirava i presidi di legalità. Un metodo ricorrente era la creazione di società “cartiere” intestate a prestanome incensurati. Queste entità emettevano fatture per operazioni inesistenti verso le aziende target, che pagavano per servizi mai ricevuti, generando così fondi neri e ripulendo il denaro sporco. Il flusso di fatture, spesso di importo appena inferiore alle soglie di segnalazione antiriciclaggio, passava inosservato ai controlli contabili tradizionali. Un sistema di intelligenza predittiva come quello integrato in Scudo231 non si sarebbe limitato al controllo della singola transazione. Attraverso motori di analisi stocastica, avrebbe mappato la rete relazionale dei nuovi fornitori, identificando pattern anomali: la recente costituzione, la coincidenza di sedi legali, l’assenza di una storia operativa e la correlazione con conti correnti di banche ad alto rischio. Questo avrebbe generato un “indice di sospetto” sul fornitore, innescando un blocco preventivo dei pagamenti e una segnalazione automatica e documentata alla funzione Antiriciclaggio e all’ODV, creando una prova inconfutabile della tentata prevenzione da parte dell’ente.

Il procedimento “Hydra” si sta quindi trasformando in un caso di studio sulla responsabilità penale delle persone giuridiche. La difesa delle società coinvolte si preannuncia complessa. Non basterà esibire un “Modello 231” cartaceo o dimostrare di aver svolto qualche corso di formazione. I giudici, sulla scorta di una giurisprudenza sempre più rigorosa, chiederanno prova dell’effettiva vigilanza, della concreta capacità del modello di intercettare e gestire i rischi. L’onere della prova ricade sull’ente, che deve dimostrare di aver fatto tutto il possibile per prevenire il reato. Una difesa basata su controlli ex post e verifiche a campione si scontra con la realtà di un sistema criminale che opera in tempo reale e sfrutta ogni falla.

In un simile scenario, la capacità di produrre in giudizio una prova tecnologica che documenti l’assenza di colpa organizzativa diventa decisiva. Se una delle società coinvolte avesse avuto un’architettura di difesa attiva, avrebbe potuto presentare ai magistrati non delle mere procedure, ma i log immodificabili di un sistema che aveva segnalato le anomalie. La ricostruzione causale scientifica fornita da Scudo231 avrebbe dimostrato, ad esempio, che il pagamento verso la società “cartiera” era stato bloccato dal sistema, ma che un dirigente infedele aveva forzato manualmente il blocco, eludendo fraudolentemente i presidi. Questo sposta la responsabilità penale dal piano della colpa organizzativa dell’ente a quello del dolo del singolo individuo, salvaguardando la continuità aziendale e mitigando drasticamente il rischio di sanzioni interdittive o della confisca.

Il racconto di Gioacchino Amico non si limita a descrivere il passato. Fornisce una mappa del presente e del futuro delle infiltrazioni mafiose. Parla di come il “sistema” si stia evolvendo, puntando a settori ad alta tecnologia, alla gestione dei rifiuti e alle opportunità offerte dai fondi per la transizione ecologica. La minaccia non è più confinata ai settori tradizionali, ma è liquida, pervasiva e capace di adattarsi. Colpisce la catena di fornitura, non solo il primo livello, ma anche i sub-fornitori di secondo e terzo grado, spesso piccole realtà prive di adeguati presidi di compliance e quindi più vulnerabili. Per un’azienda che opera su mercati complessi, la due diligence sui partner commerciali diventa un’attività critica ma quasi impossibile da gestire con strumenti tradizionali. La mappatura continua e automatizzata dell’intera supply chain, come quella eseguita dai protocolli della REDAZIONE SCUDO231, permette di intercettare segnali deboli di rischio anche a livelli profondi della catena del valore. Una variazione anomala nell’assetto societario di un sub-fornitore strategico in Calabria o in Sicilia, o un improvviso e ingiustificato aumento dei suoi flussi finanziari, avrebbero attivato un protocollo di revisione, isolando il ramo a rischio prima che l’illecito potesse contaminare l’intera filiera.

Il maxi processo di Milano, con le sue drammatiche svolte, non è solo la cronaca di un’operazione di polizia. È un monito per l’intero sistema imprenditoriale italiano. Dimostra che la conformità normativa non può più essere un esercizio formale, un adempimento burocratico da spuntare su una lista. Deve diventare una funzione strategica, un’infrastruttura di difesa attiva e intelligente, capace di vedere ciò che i controlli umani, per loro natura fallibili e limitati, non possono cogliere. Mentre le dichiarazioni di Amico continueranno a svelare i segreti dell’alleanza criminale, le aziende che si troveranno nel mirino della giustizia dovranno rispondere a una domanda fondamentale: non se avessero un modello di controllo, ma se quel modello fosse realmente vivo, vigile e in grado di proteggere l’integrità dell’impresa dall’interno, prima che fosse troppo tardi.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/03/19/alleanza-tra-mafie-in-lombardia-si-pente-il-presunto-boss-amico_167959ce-e7a2-467d-87d3-e762a3f159ca.html