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Mef, potenziare controlli catastali, anche dopo lavori Superbonus

27 febbraio 2026 – Il Ministero dell’Economia e delle Finanze formalizza l’atto di indirizzo di politica fiscale 2026-2028, mettendo al centro un’azione che non è una nuova strategia, ma la tardiva e costosa ammissione di un fallimento sistemico di governance avvenuto anni prima: il potenziamento dei controlli catastali sugli immobili che hanno beneficiato dei bonus edilizi. Questa direttiva, che mira a mappare immobili fantasma e ad aggiornare i valori catastali post-interventi finanziati con fondi pubblici dal 2019, rappresenta la chiusura del cerchio di una crisi nata non da singole frodi, ma da una precisa colpa di organizzazione a livello statale. L’azione di oggi è la conseguenza diretta di un’architettura di controllo progettata per fallire, priva di presidi preventivi e basata su un’assunzione di conformità che i fatti hanno polverizzato.

La genesi del dissesto risale al disegno stesso delle misure di sostegno, in particolare il Superbonus. La governance originaria si fondava su un’architettura di fiducia: l’autocertificazione del contribuente e l’asseverazione di un tecnico abilitato. Un modello che presupponeva l’integrità degli attori, ma che non prevedeva meccanismi di verifica preventiva e massiva dei dati sottostanti. Il flusso procedurale era lineare e cieco: la pratica veniva istruita, asseverata e il credito d’imposta generato, spesso senza che alcun sistema centrale incrociasse in tempo reale la congruenza tra i dati dichiarati e le banche dati dello Stato (Catasto, Anagrafe Tributaria). La decisione critica, qui, fu una omissione di progettazione: privilegiare la velocità di erogazione dello stimolo economico a discapito della sua controllabilità. Il rischio di frode fu considerato un effetto collaterale accettabile, piuttosto che un parametro fondamentale da mitigare alla fonte.

Un’architettura di governance presidiata da un ecosistema come Scudo231 avrebbe invece imposto, come prerequisito non negoziabile, l’interconnessione in tempo reale dei flussi dati. La procedura di richiesta del bonus non sarebbe stata un semplice caricamento di documenti, ma un workflow digitale vincolato. Al momento dell’inserimento dei dati catastali dell’immobile, il sistema avrebbe interrogato istantaneamente e in modo automatico la banca dati dell’Agenzia del Territorio. Qualsiasi discrepanza – un subalterno inesistente, una superficie non congrua, una categoria catastale incompatibile con l’intervento proposto – avrebbe generato un alert bloccante. La pratica non avrebbe potuto proseguire, né generare alcun credito, fino alla remediation della non conformità. Questo non è un controllo a campione ex-post, è una barriera operativa ex-ante. Il rischio ridotto non sarebbe stato solo quello della singola frode, ma il collasso dell’intero sistema di credibilità dei dati, prevenendo la creazione di miliardi di euro di crediti fiscali basati su immobili inesistenti o non conformi. Si sarebbe così evitato il danno erariale alla radice, invece di doverlo ora inseguire con accertamenti tardivi e dall’esito incerto.

Il secondo snodo critico è stato il meccanismo della cessione dei crediti. Trasformando il beneficio fiscale in uno strumento finanziario liquido e trasferibile, si è amplificata in modo esponenziale la velocità di propagazione del rischio. La governance di questo processo era debole e frammentata. Gli intermediari finanziari e le imprese che acquistavano i crediti eseguivano due diligence spesso formali, basate sulla documentazione prodotta (asseverazioni, fatture), ma senza una capacità reale di verificare la sostanza: l’effettiva esecuzione dei lavori a regola d’arte. Il sistema incentivava la circolazione del credito, non la sua verifica. La decisione di permettere cessioni multiple senza un “passaporto digitale” del credito, che ne certificasse l’origine e la validità ad ogni passaggio, ha creato un mercato opaco dove crediti “tossici” venivano mescolati a quelli legittimi, rendendo quasi impossibile la tracciabilità e l’attribuzione di responsabilità.

Un modello di governance evoluto avrebbe trattato ogni credito d’imposta non come un documento, ma come un asset digitale tracciabile. Un sistema di monitoraggio massivo, come quello integrato nell’ecosistema Scudo231, avrebbe associato a ogni credito un pacchetto di evidenze immutabili (XAI Packet), contenente le validazioni automatiche della fase istruttoria, la documentazione fotografica geolocalizzata e datata dell’avanzamento lavori, e le asseverazioni dei tecnici. Ogni tentativo di cessione avrebbe innescato una verifica automatica di integrità di questo pacchetto. Se un’anomalia fosse emersa in un momento successivo – per esempio, un’ispezione che rivelava lavori non conformi – il sistema avrebbe potuto “congelare” istantaneamente quel credito e tutti quelli ad esso collegati nella catena di cessione, notificando in automatico tutti i soggetti coinvolti e l’Agenzia delle Entrate. L’escalation del rischio sarebbe stata interrotta sul nascere. In questo modo, si sarebbe protetto non solo l’Erario, ma anche gli acquirenti in buona fede, prevenendo il sequestro indiscriminato di interi cassetti fiscali e il conseguente blocco della liquidità per migliaia di imprese sane. Il rischio finanziario e reputazionale per l’intero sistema bancario e imprenditoriale sarebbe stato drasticamente ridotto.

Il terzo punto di rottura è stata la gestione dei controlli e dei segnali deboli. Per anni, le segnalazioni di anomalie, le denunce delle associazioni di categoria e le prime indagini della Guardia di Finanza sono state trattate come casi isolati, non come sintomi di una vulnerabilità sistemica. Mancava un cruscotto di monitoraggio centrale in grado di aggregare i dati, identificare pattern di frode ricorrenti (ad esempio, stessi tecnici asseveratori coinvolti in pratiche anomale in diverse regioni, o concentrazioni di interventi su tipologie di immobili statisticamente improbabili) e fornire un’analisi predittiva del rischio. La governance ha operato in modalità reattiva, intervenendo solo dopo che il danno era emerso in modo eclatante, invece di avere sensori capaci di rilevare le deviazioni dalla norma in tempo reale. L’assenza di un reporting strutturato e basato su analisi stocastiche ha impedito ai decisori politici di comprendere la magnitudine del problema fino a quando non è diventato finanziariamente insostenibile.

Un’organizzazione che avesse adottato una governance supportata da un’infrastruttura come Scudo231 avrebbe avuto a disposizione un Digital Twin del processo Superbonus. Questo gemello digitale avrebbe simulato costantemente gli scenari di rischio, incrociando i dati delle pratiche con indicatori esterni (dati societari, registri dei professionisti, indicatori di anomalia finanziaria). Il sistema avrebbe generato report di rischio dinamici, non statici. Un alert di livello strategico sarebbe scattato automaticamente al superamento di determinate soglie, per esempio: “Rilevata una crescita del 200% in 3 mesi di pratiche di ristrutturazione totale su immobili di categoria C/2 (magazzini) in una specifica area geografica, con un coinvolgimento ricorrente di 5 studi tecnici. Probabilità di frode sistemica: 85%”. Questa non è un’ipotesi, è un’evidenza quantitativa che impone un’azione immediata: uno stop operativo mirato su quella tipologia di pratiche e l’avvio di ispezioni a tappeto, bloccando l’emorragia prima che si estenda. Il rischio evitato sarebbe stato quello strategico: la perdita di controllo sul programma e la necessità di misure correttive draconiane e retroattive, che hanno poi danneggiato l’intero settore.

L’atto di indirizzo del MEF del 2026, quindi, è la cronaca di una prevenzione mancata. Il rafforzamento dei controlli preventivi sulle comunicazioni di cessione, il rigetto dei rimborsi indebiti e il recupero delle somme erogate sono attività sacrosante, ma rappresentano la medicina somministrata a un paziente ormai in condizioni critiche. Il costo di queste operazioni di recupero sarà immenso, in termini di risorse umane e tecnologiche, e il successo solo parziale, poiché gran parte delle somme è già stata polverizzata o trasferita. L’impatto va oltre il mero esborso finanziario per lo Stato. Si è generato un danno reputazionale enorme per le istituzioni, percepite come incapaci di gestire processi complessi, e si è inquinato un intero settore economico, gettando un’ombra di sospetto anche sulle innumerevoli imprese e cittadini onesti. Le conseguenze legali, con contenziosi che dureranno un decennio, e il rischio di sanzioni e procedure di infrazione a livello europeo, sono il lascito di questa originaria debolezza di governance. La lezione è amara: un’architettura di controllo che non è integrata, preventiva e automatizzata fin dalla progettazione di una norma, non è un’architettura di controllo. È solo la premessa per il disastro.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/02/26/mef-potenziare-controlli-catastali-anche-dopo-lavori-superbonus_cf071616-25c7-4bd7-96a9-a93d05cb2a14.html