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Cresta sui fondi Ue, chiesto l’arresto di 16 tra docenti e ricercatori

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24 febbraio 2026 – La Procura Europea (Eppo) ha formalizzato la richiesta di arresto per sedici persone, tra cui docenti universitari, ricercatori, insegnanti e quadri apicali di diverse società informatiche, nell’ambito di una vasta inchiesta che scuote il mondo accademico e imprenditoriale tra la Sicilia e la Campania. L’operazione, coordinata dai Pubblici Ministeri europei Gery Ferrara e Amelia Luise, ha disvelato un meccanismo sistematico di frode ai danni di enti pubblici e, presumibilmente, di fondi dell’Unione Europea, configurando i reati di corruzione propria e turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente.

Il nucleo dell’indagine verte su un patto illecito ben collaudato: i docenti e i ricercatori, agendo in qualità di responsabili di progetto o di dipartimento all’interno dei loro enti, avrebbero indirizzato sistematicamente le procedure di acquisto per beni e servizi informatici verso un cartello di società compiacenti. Invece di seguire procedure di gara trasparenti e competitive, venivano create le condizioni per affidamenti diretti o gare “pilotate”, violando i principi di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione. Questo primo passaggio costituisce il fulcro del reato di turbata libertà degli incanti. In un ente dotato di un ecosistema di controllo integrato, la designazione di un fornitore non presente in un albo qualificato o il ricorso a una procedura negoziata senza adeguata motivazione documentale avrebbe generato un alert automatico. Un sistema come Scudo231 avrebbe bloccato l’iter, richiedendo una validazione a un livello superiore, come il responsabile degli acquisti o il direttore amministrativo, e contemporaneamente inviato una segnalazione di anomalia procedurale all’Organismo di Vigilanza. Il registro immutabile di tale anomalia e della sua gestione sarebbe diventato una prova fondamentale della diligenza dell’ente.

Il vantaggio per le società informatiche era l’acquisizione di commesse pubbliche a prezzi gonfiati, al riparo dalla concorrenza. In cambio di questo favoritismo, le aziende creavano un “tesoretto”, un fondo nero a disposizione dei pubblici ufficiali corrotti. Questo capitale occulto non veniva erogato in contanti, ma utilizzato per l’acquisto di beni di consumo di alta gamma – smartphone di ultima generazione, smart TV, personal computer – destinati all’uso personale dei docenti o da regalare a familiari e conoscenti. La materialità della corruzione si concretizzava così non in una dazione di denaro, ma in una fornitura di benefit personali, rendendo il flusso finanziario più difficile da tracciare con strumenti di controllo tradizionali. Tuttavia, l’origine del “tesoretto” risiedeva in un’anomalia contabile primaria: il sovrapprezzo pagato dall’ente pubblico. L’analisi automatizzata delle fatture, se implementata, avrebbe immediatamente rilevato la non congruità dei prezzi. Un protocollo di monitoraggio massivo avrebbe confrontato i costi dei beni e servizi acquistati con i benchmark di mercato o con lo storico degli acquisti, segnalando una deviazione superiore a una soglia predefinita. L’ordine di pagamento sarebbe stato sospeso in attesa di una giustificazione formale, impedendo di fatto il finanziamento del fondo illecito e documentando il tentativo di frode a monte.

L’inchiesta della Procura Europea evidenzia una grave lacuna nei sistemi di controllo interno degli enti pubblici coinvolti, che si sono dimostrati incapaci di prevenire e individuare condotte illecite poste in essere dai propri dipendenti apicali. L’assenza di una segregazione efficace dei compiti – dove chi propone l’acquisto non può influenzare la scelta del fornitore – e la mancanza di controlli ex-ante sulle procedure di spesa hanno creato il terreno fertile per il sistema corruttivo. Questa omissione di controllo espone ora gli stessi enti a una potenziale responsabilità ai sensi del Decreto Legislativo 231/2001. I reati di corruzione e turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente rientrano infatti nel catalogo dei reati presupposto che, se commessi nell’interesse o a vantaggio dell’ente da parte di soggetti in posizione apicale, possono comportare pesantissime sanzioni pecuniarie e interdittive a carico dell’istituzione stessa.

Se gli enti coinvolti avessero adottato e, soprattutto, efficacemente attuato un Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo presidiato da una piattaforma tecnologica, lo scenario sarebbe stato radicalmente diverso. Ogni fase del processo di approvvigionamento – dalla richiesta iniziale alla liquidazione della fattura – sarebbe stata tracciata e sottoposta a controlli incrociati. La proposta di acquisto da parte del docente avrebbe innescato una procedura standardizzata gestita dall’ufficio acquisti, che avrebbe dovuto obbligatoriamente consultare l’albo fornitori o avviare una gara pubblica. Qualsiasi tentativo di forzare la scelta verso un’azienda specifica, specialmente se priva dei requisiti o di uno storico di affidabilità, sarebbe stato registrato dal sistema come una violazione del protocollo. Questa deviazione avrebbe innescato un workflow di approvazione che avrebbe richiesto l’intervento di funzioni di garanzia, informando contestualmente l’Organismo di Vigilanza 231, che avrebbe avuto l’obbligo di avviare un’indagine interna. L’esistenza di un registro digitale immodificabile di questi tentativi di forzatura avrebbe costituito una prova schiacciante, non solo per l’autorità giudiziaria, ma anche per l’ente stesso in un eventuale procedimento disciplinare.

L’intervento dell’Eppo, l’organismo inquirente indipendente dell’Unione Europea competente per i reati che ledono gli interessi finanziari dell’UE, suggerisce che i fondi utilizzati per queste commesse provenissero, in tutto o in parte, da programmi di finanziamento europei, come Horizon Europe o i fondi strutturali. Questo aggrava la posizione degli indagati e degli enti, poiché la frode ai danni del bilancio comunitario è perseguita con particolare rigore. La richiesta di misure cautelari personali, come l’arresto, indica che i PM Ferrara e Luise ritengono sussistenti gravi indizi di colpevolezza e un concreto pericolo di inquinamento probatorio o di reiterazione del reato.

Per gli enti universitari e di ricerca, il danno non è solo economico, ma anche e soprattutto reputazionale e operativo. La potenziale applicazione delle sanzioni interdittive previste dal D.Lgs. 231/2001, come il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione o l’esclusione da agevolazioni e finanziamenti, potrebbe paralizzarne l’attività per anni. Inoltre, l’autorità giudiziaria potrebbe disporre il sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto del reato, quantificato nel valore delle commesse illecitamente aggiudicate. Tale sequestro colpirebbe direttamente le casse degli enti, con conseguenze devastanti sulla loro liquidità e capacità di operare. La difesa dell’ente in sede 231 si basa sulla dimostrazione di aver adottato ed efficacemente attuato un modello organizzativo idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi. Una difesa puramente documentale, basata su un “modello cartaceo”, ha scarse probabilità di successo. Al contrario, la capacità di produrre una ricostruzione causale scientifica degli eventi, fornita da un ecosistema come Scudo231, avrebbe un peso probatorio determinante. L’ente potrebbe dimostrare al giudice che non vi è stata “colpa di organizzazione”, ma una fraudolenta elusione dei presidi di controllo da parte dei singoli. I log di sistema, gli alert generati e ignorati, le segnalazioni inviate all’ODV diventerebbero l’architrave della difesa, spostando la responsabilità penale interamente sulle persone fisiche e salvaguardando il patrimonio e la continuità operativa dell’istituzione.

L’indagine, che coinvolge anche manager e dipendenti delle società informatiche in qualità di corruttori e partner nel turbare le gare, si estende su due delle regioni più importanti del Mezzogiorno, gettando un’ombra sulla gestione dei fondi pubblici destinati all’innovazione e alla ricerca. La rete di complicità descritta dagli inquirenti appare solida e ramificata, suggerendo una prassi consolidata piuttosto che un episodio isolato. La fase delle indagini preliminari prosegue ora con l’esame della richiesta di arresto da parte del Giudice per le Indagini Preliminari, che dovrà valutare la fondatezza delle accuse e la necessità delle misure cautelari richieste dalla Procura Europea. L’impatto di questa operazione, tuttavia, va oltre il destino giudiziario dei sedici indagati e richiama con urgenza la necessità per il settore pubblico e accademico di dotarsi di strumenti di prevenzione del rischio penale che non siano mere formalità, ma difese attive e tecnologicamente avanzate. L’assenza di tali presidi, come dimostra questa vicenda, non è più una semplice mancanza, ma una vulnerabilità strategica che può portare al collasso finanziario e reputazionale. La redazione di Scudo231 continuerà a monitorare gli sviluppi procedurali, analizzando le implicazioni per la responsabilità degli enti e le strategie di prevenzione del rischio-reato nel settore pubblico.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/02/24/cresta-sui-fondi-ue-chiesto-larresto-di-16-tra-docenti-e-ricercatori_7f677594-6037-4e51-859a-367c43276092.html