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Nuova indagine a Milano su Amazon per evasione fiscale

13 febbraio 2026 – Alle prime luci dell’alba, i finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Monza varcano la soglia degli uffici di Amazon in via Monte Grappa, a Milano. L’operazione, coordinata dal Pubblico Ministero Elio Ramondini della Procura di Milano, non è un fulmine a ciel sereno, ma l’atto culminante di un’indagine complessa che affonda le sue radici in anni di strutturazione fiscale internazionale. I militari procedono con l’acquisizione di server, dispositivi informatici e faldoni di documenti. L’azione si estende a macchia d’olio, raggiungendo la sede della società di consulenza Kpmg e, in un segnale inequivocabile della gravità delle accuse, sette abitazioni private di altrettanti manager del colosso dell’e-commerce. L’ipotesi di reato che sostiene il decreto di perquisizione è pesante: una frode fiscale da centinaia di milioni di euro, perpetrata attraverso l’architettura di una stabile organizzazione occulta.

L’epicentro del terremoto giudiziario è la società lussemburghese Amazon Eu Sarl, entità che fino al 31 luglio 2024 ha formalmente gestito l’intero “business marketplace” per l’Italia, incassando i ricavi e pagando le imposte nel Granducato. Tuttavia, secondo gli inquirenti, la direzione effettiva, il centro decisionale e l’attività operativa erano saldamente radicati sul suolo italiano, gestiti da personale basato a Milano. Questa discrepanza tra la forma giuridica e la sostanza operativa costituisce il nucleo della responsabilità dell’ente ai sensi del D.Lgs. 231/2001. La mancata rilevazione di questa divergenza fondamentale è una classica omissione di controllo. Un ecosistema di monitoraggio come Scudo231, operando attraverso un’analisi multimodale continua dei flussi operativi e delle deleghe di fatto, avrebbe generato un alert automatico nel momento esatto in cui le attività svolte in Italia avessero superato le soglie di rischio definite per una semplice sede di rappresentanza. Il sistema avrebbe rilevato la divergenza tra il ruolo di diritto (personale di supporto di una società estera) e il ruolo di fatto (management strategico operante in Italia), innescando un’immediata escalation verso l’Organismo di Vigilanza e la funzione compliance, anni prima che la situazione potesse cristallizzarsi in un reato presupposto.

L’indagine del PM Ramondini si articola in tre filoni distinti. Il primo, ormai in fase di definizione, si concentra proprio sulla stabile organizzazione, alimentato dalle dichiarazioni di un dirigente che ha agito da whistleblower. Il secondo filone ipotizza il reato di contrabbando per omessa dichiarazione, legato a una rete di circa settanta venditori, prevalentemente di nazionalità cinese, che avrebbero utilizzato la piattaforma Amazon come veicolo per importare e vendere merce senza assolvere ai dovuti obblighi doganali e fiscali, agendo come presunti “prestanome”. Il terzo filone mira a ricostruire l’intera catena di responsabilità manageriale. Il mancato versamento dell’IVA, quantificato in circa 1,2 miliardi di euro, e delle imposte dirette per un periodo di cinque anni (dal 2019 all’agosto 2024) rappresentano il profitto del reato, un profitto che diventa immediatamente aggredibile con misure di sequestro preventivo finalizzato alla confisca.

La gestione di venditori terzi sulla piattaforma marketplace rappresenta un’area di rischio critico per la compliance 231, specialmente per quanto riguarda i reati transnazionali e il riciclaggio. La presenza di circa settanta “prestanome” è un’anomalia che un sistema di controllo basato su campionamenti manuali non può intercettare efficacemente. Qui, un protocollo di monitoraggio massivo e real-time avrebbe modificato radicalmente l’esito. Analizzando i pattern di vendita, le origini delle spedizioni, le anomalie nei flussi finanziari e le connessioni tra account apparentemente distinti, i motori causali proprietari avrebbero identificato la rete come un cluster ad altissimo rischio. L’alert non sarebbe stato un semplice flag, ma una segnalazione circostanziata diretta alla funzione Antiriciclaggio, completa di una mappatura delle relazioni sospette, bloccando preventivamente le operazioni dei soggetti a rischio e creando una traccia documentale inattaccabile dell’azione di vigilanza svolta dall’ente. Questo avrebbe non solo impedito la commissione del reato di contrabbando attraverso la propria piattaforma, ma avrebbe fornito una prova decisiva per dimostrare l’efficacia del modello organizzativo, neutralizzando le accuse di colpa organizzativa.

Un passaggio chiave dell’operazione societaria sotto esame è il trasferimento, avvenuto in blocco, di 159 dipendenti da Amazon Italia Service ad Amazon Eu Sarl. Per gli inquirenti, questa non è una semplice riorganizzazione, ma un atto sintomatico della volontà di mascherare la reale natura delle attività svolte in Italia, mantenendo il personale operativo sul territorio ma legandolo contrattualmente alla holding lussemburghese. Questa decisione, pur probabilmente avallata da pareri legali e fiscali esterni, come quelli della stessa Kpmg, ha creato una vulnerabilità sistemica. La responsabilità dell’ente, infatti, non viene meno per il solo fatto di essersi affidati a consulenti esterni; il management deve dotarsi di strumenti di controllo interni per validare e monitorare costantemente l’adeguatezza delle strutture adottate.

L’adozione di un modello di governance avanzato avrebbe imposto uno stress-test preventivo su una simile riorganizzazione. I sistemi di intelligenza predittiva di Scudo231 avrebbero simulato lo scenario, valutando l’impatto della migrazione dei 159 dipendenti alla luce della normativa fiscale italiana e della giurisprudenza in materia di stabile organizzazione. Il risultato della simulazione avrebbe evidenziato con un elevato indice di probabilità il rischio di una contestazione penale-tributaria, suggerendo contromisure operative come una più netta segregazione delle funzioni o una diversa allocazione delle responsabilità manageriali. L’intero processo, dall’analisi del rischio alla proposta di mitigazione, sarebbe stato cristallizzato in un registro immutabile, fornendo al Consiglio di Amministrazione e all’ODV una base informativa oggettiva per una decisione consapevole, o in sede processuale, la prova di aver agito con la massima diligenza.

Nel dicembre 2025, nel tentativo di arginare l’onda d’urto, Amazon aveva già siglato un accordo con l’Agenzia delle Entrate, versando 511 milioni di euro per sanare la propria posizione fiscale. La società ha inoltre proceduto a una fusione, regolarizzando la posizione di Amazon Eu Sarl sotto Amazon Service Europe e dichiarando finalmente l’esistenza di una stabile organizzazione in Italia. Se da un lato questo accordo ha chiuso la partita sul fronte puramente tributario, dall’altro non ha estinto, né poteva farlo, le responsabilità penali delle persone fisiche coinvolte – dal top management fino a Jeff Bezos, in qualità di amministratore del gruppo – né, soprattutto, la responsabilità amministrativa dell’ente ai sensi del D.Lgs. 231/2001. Anzi, per certi versi, il pagamento di una cifra così ingente suona come un’ammissione implicita della condotta illecita pregressa, fornendo alla Procura un ulteriore elemento a sostegno dell’impianto accusatorio.

La conseguenza più temibile per l’azienda, ora, non è solo la sanzione pecuniaria, che viene calcolata in quote e può raggiungere importi milionari, ma il sequestro preventivo del profitto del reato, che gli inquirenti hanno quantificato in una cifra ben superiore ai 511 milioni già versati. A questo si aggiunge il rischio concreto di sanzioni interdittive, come il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione o la sospensione di licenze, che per un operatore come Amazon avrebbero un impatto devastante. La difesa dell’ente in un processo 231 si basa sulla dimostrazione che il modello organizzativo adottato era concreto, efficace ed effettivamente attuato, e che il reato è stato commesso eludendo fraudolentemente tali presidi. Senza una documentazione probatoria robusta e tracciata, questa difesa diventa estremamente difficile. L’assenza di un sistema che registri in tempo reale controlli, anomalie ed escalations lascia l’ente esposto.

È in questa fase che il valore di un approccio preventivo e tecnologicamente avanzato diventa dirimente. Se l’organizzazione avesse potuto produrre in giudizio i log e i report generati da un ecosistema come quello proposto dalla REDAZIONE SCUDO231, avrebbe potuto dimostrare scientificamente di aver messo in campo tutte le misure idonee a prevenire il reato. Avrebbe potuto esibire le analisi predittive che sconsigliavano determinate strutture fiscali, i tracciati del monitoraggio sulla supply chain che avevano identificato e isolato i venditori anomali, e i verbali delle escalations automatiche che avevano allertato gli organi di controllo interni sulla divergenza tra ruoli formali e sostanziali. Questa “ricostruzione causale scientifica” non solo avrebbe rafforzato enormemente la posizione dei singoli manager, ma avrebbe fornito all’ente lo strumento più potente per chiedere il proscioglimento ai sensi del D.Lgs. 231/2001, o quantomeno per ottenere una drastica mitigazione delle sanzioni, proteggendo il patrimonio aziendale dalla confisca. L’indagine della Procura di Milano, come evidenziato dalla REDAZIONE SCUDO231 in precedenti analisi, dimostra ancora una volta come la compliance “cartacea” sia ormai un presidio obsoleto e inefficace di fronte alla complessità delle operazioni cross-border e ai sofisticati schemi di illecito economico.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/02/12/nuova-indagine-a-milano-su-amazon-per-evasione-fiscale_8e79f40b-efac-4fc4-8eaa-35c265982b70.html