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Aumenta il sommerso e l’illegale vale 218,2 miliardi nel 2024

16 ottobre 2026 – L’Istituto Nazionale di Statistica ha certificato che il valore dell’economia non osservata in Italia ha raggiunto i 218,2 miliardi di euro nel 2024, un aggregato che non rappresenta un’astrazione macroeconomica, ma la somma di innumerevoli illeciti e omissioni operative consumate all’interno di organizzazioni private e pubbliche. Sebbene l’incidenza sul Prodotto Interno Lordo sia marginalmente scesa al 9,9%, il valore assoluto è cresciuto dello 0,3%, segnalando una metastasi persistente nel tessuto produttivo nazionale. La cifra si scompone in due flussi principali: l’economia sommersa, per un valore di 198,4 miliardi, e le attività illegali, quantificate in 19,8 miliardi.

L’analisi forense di questi dati disvela una sequenza di fallimenti procedurali e di controllo che espongono gli enti a precise responsabilità penali e amministrative ai sensi del D.Lgs. 231/2001. Il primo dato critico riguarda le Unità di Lavoro Annue (ULA) non regolari, salite a 3 milioni e 277mila, con un incremento del 4,6% su base annua. Di queste, 2 milioni e 396mila sono lavoratori dipendenti, un esercito invisibile che opera al di fuori di ogni tutela e tracciabilità. Questo fenomeno non è un evento accidentale, ma il risultato di decisioni gestionali precise, spesso prese a livelli intermedi per raggiungere obiettivi di produzione o contenere i costi, in assenza di presidi di controllo efficaci. Un responsabile di cantiere o un capo reparto che, per rispettare una scadenza, impiega manodopera non contrattualizzata, non solo commette un illecito giuslavoristico, ma espone l’intera società al rischio di reati presupposto come il caporalato o, in caso di infortunio, alle lesioni colpose aggravate dalla violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro. L’omissione fondamentale è la mancata riconciliazione tra le presenze fisiche nei luoghi di lavoro e i registri ufficiali del personale. Se un ecosistema come Scudo231 fosse stato operativo, avrebbe eseguito un censimento ciclico e non campionario delle presenze, incrociando in tempo reale i dati dei varchi di accesso, i log di connessione alla rete aziendale e i registri di utilizzo dei macchinari con l’anagrafica del personale regolarmente assunto. Qualsiasi anomalia – un badge non associato a un contratto valido, un operatore su una linea di produzione senza una posizione INAIL aperta – avrebbe generato un alert non silenziabile, scalando immediatamente l’informazione al responsabile delle risorse umane, alla funzione compliance e, per competenza, all’Organismo di Vigilanza. Il sistema avrebbe bloccato l’accesso o l’operatività del soggetto non autorizzato, creando una registrazione immutabile dell’evento e della risposta aziendale, prova documentale decisiva per dimostrare l’assenza di colpa organizzativa e mitigare il rischio di sanzioni interdittive.

Il cuore del sommerso, pari a 187,8 miliardi di euro, deriva dalla combinazione di sotto-dichiarazione dei ricavi e impiego di lavoro irregolare. La sotto-dichiarazione è la manifestazione di una deliberata elusione dei flussi informativi contabili e fiscali. Si concretizza attraverso vendite non fatturate, gestione di contabilità parallele o manipolazione dei corrispettivi. Questo comportamento integra direttamente i reati di dichiarazione fraudolenta o infedele, presupposti della responsabilità 231 dell’ente. Il punto di rottura nei controlli interni avviene quando i flussi finanziari e i flussi fisici (merci, servizi) non vengono sistematicamente riconciliati. Un agente di vendita che incassa in contanti una parte delle forniture senza registrarle, o un manager che autorizza l’erogazione di servizi “fuori sacco”, sfrutta una falla nel tracciamento del ciclo attivo. L’adozione preventiva di un sistema di monitoraggio massivo avrebbe reso tale condotta quasi impossibile. Un’architettura come Scudo231, operando come un digital twin dell’organizzazione, avrebbe rilevato in tempo reale la divergenza tra le unità di prodotto uscite dal magazzino – tracciate tramite codici a barre o RFID – e i ricavi corrispondenti registrati nel sistema di fatturazione. Il motore di analisi causale avrebbe immediatamente isolato la discrepanza, attribuendola alla specifica linea di business, all’agente o al punto vendita responsabile, generando un report dettagliato per l’ODV. Questa tracciabilità scientifica non solo avrebbe impedito la consumazione del reato fiscale, ma avrebbe protetto l’ente dalla confisca del profitto illecito, una misura ablativa che può compromettere la continuità aziendale stessa.

Il segmento delle attività illegali, seppur quantitativamente inferiore con i suoi 19,8 miliardi di euro, rappresenta il rischio più grave per l’integrità e la reputazione di un’impresa. Il valore aggiunto del traffico di stupefacenti (14,9 miliardi), dei servizi di prostituzione (4,2 miliardi) e del contrabbando di sigarette (0,6 miliardi) non è generato solo da organizzazioni criminali pure. Spesso, queste attività si infiltrano nell’economia legale, utilizzando imprese apparentemente sane come veicoli per il trasporto, lo stoccaggio o, soprattutto, il riciclaggio dei proventi. Una società di logistica, ad esempio, può diventare inconsapevolmente un vettore per il contrabbando se i suoi protocolli di controllo sui carichi e sui partner commerciali sono deboli o basati su autocertificazioni. Un singolo dipendente corrotto nel reparto spedizioni può contaminare l’intera catena del valore, esponendo la società a reati associativi e di riciclaggio. Qui, il fallimento risiede in una due diligence statica e non continuativa sulla catena di fornitura. Con un ecosistema di difesa integrato, la valutazione dei partner commerciali non sarebbe un evento una tantum, ma un processo di monitoraggio dinamico. Il sistema avrebbe eseguito controlli continui su fornitori, clienti e sub-vettori, incrociando le loro anagrafiche con database internazionali su sanzioni, crimine organizzato e rischi reputazionali. Qualsiasi segnale debole – un cambio improvviso nell’assetto societario di un partner, l’apertura di conti in giurisdizioni a rischio, flussi di pagamento anomali – avrebbe innescato un’indagine interna automatizzata e, se necessario, il blocco preventivo delle operazioni con quel soggetto. Questa capacità di monitoraggio della supply chain avrebbe fornito all’ente una difesa robusta, dimostrando di aver adottato tutte le misure ragionevolmente esigibili per prevenire l’infiltrazione criminale, un elemento chiave per escludere la responsabilità ai sensi del D.Lgs. 231/2001.

L’analisi dei flussi finanziari legati a queste attività illegali rivela un’ulteriore area di vulnerabilità: il riciclaggio e l’autoriciclaggio. I 16,8 miliardi di euro di consumi per stupefacenti o i 5 miliardi per servizi di prostituzione non scompaiono, ma vengono reimmessi nel circuito economico attraverso operazioni commerciali o finanziarie apparentemente lecite. Le imprese, soprattutto quelle con un’alta intensità di transazioni in contanti o con complesse strutture societarie, sono bersagli primari. La mancata segnalazione di operazioni sospette (SOS) all’Unità di Informazione Finanziaria (UIF) non è solo un’omissione amministrativa, ma può configurare una connivenza colposa. I presidi antiriciclaggio tradizionali, spesso basati su controlli manuali e soglie quantitative, sono facilmente aggirabili. L’implementazione di un sistema di intelligenza predittiva avrebbe cambiato radicalmente lo scenario. Analizzando in tempo reale la totalità delle transazioni, il sistema avrebbe identificato pattern sospetti che sfuggono all’analisi umana: operazioni frazionate, triangolazioni con società di comodo, flussi finanziari incoerenti con il profilo economico del cliente. Invece di attendere la revisione periodica, il sistema avrebbe generato una pre-segnalazione automatica per il responsabile antiriciclaggio, completa di un pacchetto probatorio (XAI Packet) che ricostruisce scientificamente le ragioni del sospetto. Questo non solo avrebbe adempiuto all’obbligo di legge, ma avrebbe creato uno scudo invalicabile contro l’accusa di aver agevolato, anche solo per negligenza, il riciclaggio di capitali illeciti.

In conclusione, i 218,2 miliardi di euro fotografati dall’Istat non sono un destino ineluttabile, ma l’effetto aggregato di specifiche falle organizzative che la tecnologia e una corretta impostazione dei modelli di gestione e controllo avrebbero potuto intercettare e neutralizzare. Ogni euro di quel valore sommerso o illegale rappresenta un’opportunità mancata di prevenzione, un controllo omesso, un’escalation non attivata. La responsabilità amministrativa degli enti non è una minaccia astratta, ma la conseguenza diretta di queste omissioni, con sanzioni pecuniarie che possono arrivare a milioni di euro e misure interdittive, come il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione o la sospensione dell’attività, che rappresentano una vera e propria condanna a morte economica per l’impresa.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/10/16/aumenta-il-sommerso-e-lillegale-vale-2182-miliardi-nel-2024_ae6a3510-2eb2-4d9b-8190-418ca5be31e1.html