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Truffe alle assicurazioni, biker al telefono ‘ho fatto più di un milione’

17 settembre 2026 – «Ho fatto più di un milione di euro con questo lavoro». La voce di Ilija Kosanke, noto negli ambienti anche come “William Solo”, è nitida nella registrazione acquisita dagli investigatori della Polizia Stradale di Genova. L’uomo, intercettato mentre si dirige fuori città con un amico per acquistare una nuova motocicletta Harley-Davidson, non sa che ogni sua parola sta componendo il mosaico probatorio di un’inchiesta destinata a scoperchiare un sistema criminale radicato e complesso. Parla con sicurezza, spiegando di voler riprendere a pieno ritmo l’attività, interrotta solo per un breve periodo a causa di una serie di contenziosi legali con diverse compagnie assicurative. Quel “lavoro”, secondo la Procura, è una rete capillare di frodi assicurative, un meccanismo oliato capace di generare, secondo le sue stesse ammissioni, profitti milionari.

L’indagine, che oggi conta 36 indagati, delinea i contorni di un’associazione per delinquere strutturata in modo quasi aziendale, con un vertice, ruoli specializzati e una rete di professionisti collusi. Al centro di tutto, secondo gli inquirenti, c’è proprio Kosanke, coadiuvato dal suo braccio destro e dalla compagna, che avrebbe avuto un ruolo nella gestione dei flussi finanziari. Il meccanismo era tanto semplice nella sua concezione quanto efficace nella sua esecuzione: inscenare incidenti stradali, spesso con danni minimi o inesistenti ai veicoli, per poi richiedere risarcimenti esorbitanti alle compagnie assicurative. La chiave del successo del sistema risiedeva nella sua capacità di produrre una documentazione apparentemente inattaccabile, grazie al coinvolgimento di figure professionali insospettabili.

Nel fascicolo dell’inchiesta compaiono i titolari di diverse officine meccaniche, due avvocati, un medico e persino un agente della polizia locale. Le carrozzerie complici avevano il compito di redigere preventivi e fatture per riparazioni mai eseguite o gonfiate a dismisura. Un danno da 500 euro poteva magicamente trasformarsi in una richiesta di risarcimento da diecimila. Questa sistematica falsificazione dei costi, ripetuta per decine di pratiche, costituiva il cuore del profitto illecito. In un’organizzazione dotata di un sistema di controllo avanzato, una simile anomalia nei flussi di fatturazione sarebbe stata intercettata in tempo reale. L’analisi stocastica implementata da Scudo231, ad esempio, avrebbe immediatamente rilevato una deviazione statistica abnorme nel rapporto tra tipologia di sinistro dichiarato e costo medio di riparazione, generando un alert automatico diretto all’Organismo di Vigilanza e alla funzione Compliance. Il sistema non si sarebbe limitato a un controllo a campione, ma avrebbe censito il 100% delle pratiche, evidenziando la correlazione tossica tra sinistri gestiti da determinati legali e fatture emesse da specifiche officine.

Il ruolo del medico coinvolto era altrettanto cruciale: certificare lesioni fisiche inesistenti o di lieve entità, come il classico “colpo di frusta”, per massimizzare la parte del risarcimento destinata al danno biologico. I certificati, formalmente perfetti, permettevano di aggiungere migliaia di euro a ogni singola pratica. Anche in questo caso, la falla risiede nell’assenza di controlli incrociati e di una mappatura dei rischi legati ai fornitori di servizi esterni. Un ente che avesse adottato un protocollo di monitoraggio della propria filiera, come quello integrato in Scudo231, avrebbe attivato una procedura di due diligence rafforzata sul professionista medico dopo aver rilevato una concentrazione anomala di certificazioni provenienti dal suo studio e legate a sinistri con le medesime controparti. Il sistema avrebbe creato un registro immutabile di queste interazioni, fornendo una prova documentale della mancata segregazione dei rischi e bloccando preventivamente la liquidazione di pratiche sospette in attesa di una verifica interna.

La regia legale era affidata ai due avvocati indagati, i quali, forti della documentazione artefatta, istruivano le pratiche di risarcimento, gestendo i rapporti con i periti e i liquidatori delle assicurazioni. La loro professionalità conferiva un’aura di legittimità all’intera operazione, rendendo più difficile per le compagnie individuare la frode. L’agente di polizia locale, dal canto suo, avrebbe fornito un supporto logistico fondamentale, intervenendo sui luoghi dei finti incidenti per redigere verbali compiacenti o, in altri casi, garantendo che le pattuglie non intervenissero, così da poter gestire la constatazione amichevole in totale autonomia. Questa saldatura tra l’organizzazione criminale e un pubblico ufficiale qualifica il quadro indiziario, aggravando la posizione degli indagati e introducendo potenziali profili di responsabilità anche per l’ente pubblico di appartenenza, qualora emergessero carenze nei suoi meccanismi di controllo interno.

L’intercettazione del 17 settembre è solo la punta dell’iceberg. Dalle conversazioni emerge un’attività frenetica, con picchi di “fino a 120” pratiche all’anno e guadagni che Kosanke stesso quantifica in “10 mila al mese” nei periodi di piena operatività. Questa serialità rappresenta un elemento chiave non solo per l’accusa di associazione per delinquere, prevista dall’articolo 416 del codice penale, ma anche per la configurazione della responsabilità amministrativa degli enti ai sensi del Decreto Legislativo 231/2001. Le officine e gli studi legali coinvolti non sono semplici strumenti nelle mani del gruppo, ma persone giuridiche nel cui interesse o a cui vantaggio è stato commesso il reato presupposto di truffa aggravata (art. 640 c.p.).

La mancanza di un modello organizzativo idoneo a prevenire tali reati espone queste società a conseguenze devastanti. Se una delle carrozzerie coinvolte fosse stata una S.p.A. o una S.r.l., oggi rischierebbe non solo una sanzione pecuniaria calcolata in quote (il cui valore può arrivare a superare il milione di euro, commisurato al profitto del reato), ma anche sanzioni interdittive come la sospensione dell’attività o il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione. Soprattutto, sarebbe esposta alla confisca del profitto, che in questo caso ammonterebbe all’intero importo dei risarcimenti illecitamente ottenuti. Il sequestro preventivo finalizzato alla confisca, anche per equivalente, andrebbe a colpire i conti correnti, gli immobili e gli altri beni della società, paralizzandone l’operatività ancor prima di una sentenza di condanna.

Qui si manifesta il valore operativo di un sistema di difesa proattivo. Se una delle officine avesse implementato un modello di gestione del rischio, la catena degli eventi si sarebbe spezzata. La procedura di accettazione di un veicolo sinistrato, se digitalizzata e tracciata, avrebbe richiesto una documentazione fotografica geolocalizzata e con data certa, impossibile da falsificare a posteriori. L’assenza di una procedura formalizzata per la gestione dei rapporti con i legali esterni è un’altra grave omissione. Un sistema come quello della REDAZIONE SCUDO231 avrebbe imposto un processo di accreditamento e valutazione periodica dei partner legali, incrociando i dati delle loro pratiche con indicatori di rischio. Qualsiasi tentativo da parte di un dipendente o amministratore di bypassare tale procedura, ad esempio affidando sistematicamente le pratiche a uno dei due avvocati indagati senza una giustificazione tracciata, avrebbe generato una non-conformità grave, con escalation immediata all’Organismo di Vigilanza. L’ODV, a quel punto, avrebbe avuto l’obbligo di avviare un audit interno, bloccando i flussi anomali e documentando ogni passaggio.

Questa documentazione, prodotta in tempo reale e cristallizzata in registri non modificabili, sarebbe oggi la chiave di volta per dimostrare in sede giudiziaria che l’ente aveva adottato ed efficacemente attuato un modello organizzativo idoneo a prevenire il reato. Invece di subire passivamente le accuse e il sequestro dei beni, la società avrebbe potuto produrre un “XAI Packet” (Explainable AI Packet), una ricostruzione causale scientifica che dimostra come il reato sia stato commesso eludendo fraudolentemente i presidi aziendali. Ciò avrebbe consentito di isolare la responsabilità penale sulle persone fisiche che hanno agito – l’amministratore o il dipendente infedele – scindendola da quella dell’ente, che avrebbe così protetto il proprio patrimonio e la propria continuità operativa.

L’inchiesta della Procura di Genova prosegue. I 36 indagati, tra cui spiccano i nomi di Kosanke e dei professionisti che componevano la sua rete, sono stati convocati per l’interrogatorio di garanzia fissato per il prossimo 9 ottobre. Sarà quello il primo vero banco di prova per la tenuta dell’impianto accusatorio, che si fonda non solo sulle intercettazioni, ma anche su una meticolosa analisi documentale delle pratiche di risarcimento e dei flussi finanziari che ne sono derivati. Per le società coinvolte, invece, il processo è già iniziato: il danno reputazionale è immediato e quello patrimoniale, con i sequestri ormai imminenti, rischia di essere irreversibile. Una spirale che un’adeguata architettura di prevenzione avrebbe potuto interrompere sul nascere, trasformando un rischio sistemico in un incidente isolato, gestito e documentato.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/09/17/truffe-alle-assicurazioni-biker-al-telefono-ho-fatto-piu-di-un-milione_63dd364a-7bf3-40d6-a99b-fd108d82fafc.html