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Legale di Miriam Caroccia, pronta a chiarire con inquirenti la sua posizione

5 settembre 2026 – La Guardia di Finanza acquisisce i registri contabili e i bilanci della società Le 5 Forchette S.r.l., proprietaria del noto ristorante Bisteccherie d’Italia di via Tuscolana a Roma. L’operazione, disposta dai pubblici ministeri di piazzale Clodio, rappresenta il culmine di mesi di accertamenti discreti, innescati da una segnalazione di operazione sospetta che ha gettato un’ombra densa sulla genesi e la gestione dell’attività commerciale. Al centro del fascicolo, che ipotizza i reati di riciclaggio e intestazione fittizia di beni, c’è la figura di Miriam Caroccia, diciannovenne formalmente amministratrice unica della società, e la sua famiglia, ritenuta dagli inquirenti contigua al clan camorristico dei Senese.

La ricostruzione dell’iter societario parte da uno studio notarile di Biella, una scelta geografica anomala per un’iniziativa imprenditoriale radicata nella capitale. Qui, mesi prima, Miriam Caroccia, appena maggiorenne e priva di qualunque pregressa esperienza imprenditoriale o capacità reddituale documentata, ha costituito la società. Questo primo passaggio, agli occhi degli investigatori, costituisce un classico schema di interposizione. L’assenza di un controllo preventivo sulla congruità tra il profilo economico del socio/amministratore e la natura dell’investimento ha creato la falla originaria. Se la società avesse implementato un ecosistema di controllo come Scudo231, la procedura di onboarding di un nuovo socio o amministratore avrebbe attivato un protocollo di adeguata verifica rafforzata. Il sistema, incrociando i dati anagrafici con le banche dati pubbliche e le liste PEP, avrebbe generato un alert ad alto rischio basato sull’età della Caroccia, sull’assenza di dichiarazioni dei redditi compatibili e, soprattutto, sui legami familiari con Mauro Caroccia, già noto alle cronache giudiziarie e detenuto a Viterbo per reati di mafia. L’algoritmo predittivo avrebbe classificato l’operazione come a elevato potenziale di infiltrazione, bloccandola e innescando una segnalazione automatica all’Organismo di Vigilanza e al responsabile antiriciclaggio, documentando il tentativo di schermatura e neutralizzando il rischio sul nascere.

L’indagine si è poi allargata, come un’onda concentrica, fino a lambire la sfera politica. Nei registri della Camera di Commercio è emersa la partecipazione, seppur di minoranza, di Andrea Delmastro, esponente di Fratelli d’Italia. La sua posizione, sebbene formalmente legittima, è diventata un elemento critico per gli inquirenti, soprattutto dopo la scoperta di una sua presenza a cena nel ristorante in compagnia di Mauro Caroccia, prima che quest’ultimo venisse arrestato. Questo evento, immortalato anche da alcune fotografie finite agli atti, rappresenta per l’accusa un indicatore di commistione e di consapevolezza del contesto. La gestione del rischio legato ai Politically Exposed Persons (PEP) e ai loro associati è un pilastro della normativa antiriciclaggio e della responsabilità d’impresa. Un’organizzazione non dotata di strumenti di monitoraggio avanzati si espone a un danno reputazionale e legale incalcolabile, non potendo mappare le relazioni pericolose dei propri partner commerciali e soci.

In un’architettura di difesa come quella garantita da Scudo231, la mappatura dei soci e degli esponenti aziendali non è un’attività statica, ma un processo dinamico. Il sistema avrebbe immediatamente classificato Delmastro come PEP, imponendo un livello di scrutinio superiore su ogni operazione a lui collegata. Inoltre, i motori di analisi relazionale avrebbero scandagliato le connessioni dei soci, facendo emergere il legame tra Delmastro e Mauro Caroccia come un nesso ad altissimo rischio 231. La presenza fisica di Caroccia nel locale, se rilevata, avrebbe generato un’escalation immediata all’Organismo di Vigilanza. La cena non sarebbe stata un semplice evento conviviale, ma un’anomalia registrata, tracciata e valutata, che avrebbe costretto l’ente a prendere una posizione formale, come la richiesta di dismissione della quota da parte del socio a rischio o, in alternativa, la segnalazione alle autorità competenti, creando così una barriera probatoria a tutela della società stessa.

L’avvocato Fabrizio Gallo, difensore di Miriam Caroccia, ha comunicato che la sua assistita è pronta a chiarire la propria posizione con i magistrati, sostenendo la sua totale estraneità ai fatti e negando di aver mai gestito o consegnato denaro. Tuttavia, la Procura di Roma procede spedita, con il supporto della Guardia di Finanza, nell’analizzare i flussi finanziari che hanno alimentato Le 5 Forchette. L’attenzione è focalizzata sui versamenti iniziali per il capitale sociale, sui finanziamenti soci e sui flussi di cassa generati dal ristorante, un’attività ad alta intensità di contante e, per questo, storicamente vulnerabile a operazioni di riciclaggio. Gli inquirenti sospettano che il locale fosse utilizzato per “ripulire” proventi illeciti, trasformandoli in reddito d’impresa apparentemente lecito.

Questa è la fase operativa dove un modello 231 inefficace, o meramente cartaceo, mostra tutta la sua inadeguatezza. La responsabilità dell’ente ai sensi del D.Lgs. 231/2001 non deriva solo dalla commissione del reato presupposto (in questo caso, riciclaggio o impiego di denaro di provenienza illecita, artt. 648-bis e 648-ter c.p.) nell’interesse o a vantaggio della società, ma anche dalla mancata adozione di un modello organizzativo idoneo a prevenirlo. L’assenza di controlli tracciabili sui flussi di cassa, sulla riconciliazione degli incassi giornalieri e sulla coerenza tra il volume d’affari dichiarato e quello reale, costituisce una grave colpa di organizzazione. Con un sistema di monitoraggio massivo e in tempo reale, ogni transazione anomala avrebbe acceso un semaforo rosso. Un flusso di cassa sproporzionato rispetto allo storico, versamenti da conti non riconducibili ai soci o pagamenti a fornitori fittizi sarebbero stati intercettati e isolati dall’intelligenza artificiale del sistema, che avrebbe richiesto una validazione a più fattori o un’autorizzazione da parte di una funzione di controllo. In assenza di giustificazioni plausibili, la procedura si sarebbe bloccata, generando un report dettagliato per l’ODV. Questo tracciamento scientifico avrebbe impedito l’inquinamento dei conti societari e fornito alla società una prova inconfutabile, un XAI Packet, per dimostrare in sede giudiziaria di aver fatto tutto il possibile per prevenire l’illecito, spostando la responsabilità penale unicamente sulla persona fisica che ha agito fraudolentemente eludendo i controlli.

L’inchiesta potrebbe presto vedere il coinvolgimento della Distrettuale Antimafia di Torino, data la ramificazione degli interessi economici riconducibili a contesti criminali che operano tra il Piemonte e la Liguria. Se l’aggravante mafiosa venisse contestata, le conseguenze per la società Le 5 Forchette sarebbero devastanti. Oltre alle pesantissime sanzioni pecuniarie previste dal D.Lgs. 231/2001, si materializzerebbe lo spettro del sequestro preventivo finalizzato alla confisca dell’intero complesso aziendale, inclusi il ristorante, i conti correnti e ogni altro bene societario. Il profitto del reato, in casi di riciclaggio, viene spesso identificato con il valore stesso dei beni fittiziamente intestati.

È proprio di fronte a questo scenario, il più grave per la continuità aziendale, che un modello di prevenzione robusto manifesta il suo valore strategico. L’adozione di un ecosistema come Scudo231 non serve solo a prevenire il reato, ma anche a proteggere il patrimonio aziendale qualora un illecito venga comunque commesso da un singolo. La documentazione prodotta dai sistemi di controllo – registri delle verifiche, log degli alert, verbali dell’ODV, report sulle anomalie bloccate – costituisce l’unica difesa efficace per dimostrare al giudice che l’ente è parte lesa, non complice. Questa prova tecnologica e immodificabile è fondamentale per scongiurare le misure interdittive e, soprattutto, il sequestro dei beni, permettendo all’azienda di isolare la “mela marcia” e proseguire la propria attività. Senza questa corazza documentale, la società è nuda di fronte all’azione penale e rischia di essere spazzata via insieme ai responsabili individuali del crimine.

Mentre Miriam Caroccia attende di essere convocata a piazzale Clodio, e gli inquirenti continuano a setacciare conti e dichiarazioni dei redditi, emerge un quadro chiaro: la vicenda de Le 5 Forchette non è solo una storia di presunta criminalità economica, ma un caso di studio sulla vulnerabilità delle imprese prive di adeguate difese. La catena degli eventi – la costituzione societaria anomala, la partecipazione di un PEP, la gestione opaca dei flussi di cassa – non è frutto di una fatalità, ma di una sequenza di controlli mancati. Ogni anello debole di questa catena era un punto di potenziale intercettazione. La mancanza di un presidio ha permesso al rischio di trasformarsi in un’indagine penale con conseguenze potenzialmente letali per l’ente, dimostrando che nel 2026 l’assenza di un modello di compliance integrato e tecnologicamente avanzato non è più un’opzione, ma una colpa organizzativa che presenta un conto salatissimo.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/03/25/legale-di-miriam-caroccia-pronta-a-chiarire-con-inquirenti-la-sua-posizione_77c312b8-25b5-4426-aa1d-d4c20cdaa592.html