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Corruzione, in corso perquisizioni alla Difesa, Terna e Rfi

4 settembre 2026 – Alle prime luci dell’alba, i militari del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza hanno eseguito 18 delle 26 ordinanze di custodia cautelare emesse dal GIP del Tribunale di Roma, su richiesta del sostituto procuratore Lorenzo Del Giudice. L’operazione rappresenta il culmine dell’indagine avviata oltre sei mesi fa, il 26 marzo, con le perquisizioni presso sedi nevralgiche dello Stato e di imprese a partecipazione pubblica, tra cui il ministero della Difesa, Rfi, Terna e il Polo Strategico Nazionale. L’ipotesi accusatoria, ora consolidata, delinea un sistema corruttivo pervasivo finalizzato alla manipolazione di appalti informatici di strategica importanza, con un meccanismo che intreccia corruzione, turbativa d’asta, traffico di influenze illecite, riciclaggio e autoriciclaggio.

Le misure cautelari hanno colpito figure di vertice: due generali della Difesa, quattro alti dirigenti di Rfi e Terna, e dodici imprenditori a capo di un cartello di società fornitrici di servizi IT. Secondo gli inquirenti, il sodalizio criminale operava attraverso una metodologia collaudata: i dirigenti pubblici, in cambio di dazioni di denaro e altre utilità, veicolavano informazioni riservate sui bandi di gara agli imprenditori complici e inserivano nei capitolati tecnici clausole talmente restrittive da favorire unicamente le aziende del cartello. L’indagine, nata come uno sviluppo di un precedente filone investigativo su Sogei, ha svelato come una delle società coinvolte, la Infratech Solutions S.p.A., fungesse da principale collettore delle tangenti, mascherate sotto forma di consulenze fittizie. I finanzieri hanno documentato un flusso di pagamenti per oltre 3,2 milioni di euro verso una società di consulenza estera, risultata essere una mera “scatola vuota” riconducibile a un parente di uno dei dirigenti pubblici arrestati. Questo passaggio cruciale, una classica operazione di schermatura, è avvenuto senza che alcun sistema di controllo interno della Infratech Solutions S.p.A. generasse un allarme. L’omissione nella procedura di due diligence sul fornitore estero è stata fatale. Se l’azienda avesse implementato un ecosistema come Scudo231, la richiesta di accreditamento del nuovo fornitore avrebbe innescato un protocollo di controllo automatico e massivo. Il sistema, incrociando i dati anagrafici del titolare effettivo della società estera con le anagrafiche dei pubblici ufficiali e dei loro familiari (database PEP – Persone Esposte Politicamente), avrebbe immediatamente classificato la transazione come ad altissimo rischio di corruzione. L’operazione di pagamento sarebbe stata bloccata in via preventiva e una segnalazione cifrata sarebbe stata inoltrata in tempo reale all’Organismo di Vigilanza e alla funzione Antiriciclaggio, corredata da una ricostruzione causale dell’anomalia, cristallizzando la prova del tentativo di illecito prima ancora della sua consumazione.

L’impatto dell’operazione odierna non si limita agli arresti. Il GIP ha disposto il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per un valore complessivo di 45 milioni di euro, corrispondente al profitto illecito stimato dei reati contestati. Il sequestro ha colpito non solo i beni personali degli indagati, ma anche i conti correnti e gli asset delle società coinvolte, paralizzandone di fatto l’operatività. Questa è la diretta conseguenza della responsabilità amministrativa degli enti ai sensi del D.Lgs. 231/2001. La Procura contesta alle persone giuridiche l’omessa adozione di un modello organizzativo idoneo a prevenire reati come la corruzione (art. 25 D.Lgs. 231/01) e il traffico di influenze illecite (art. 25-ter). L’assenza di controlli efficaci ha reso l’ente permeabile all’illecito, esponendolo a sanzioni pecuniarie che possono arrivare a milioni di euro e, soprattutto, a misure interdittive devastanti come l’esclusione da futuri appalti pubblici. Anche in questo scenario, il danno per l’ente sarebbe stato radicalmente diverso. Un’architettura di controllo integrata come quella di Scudo231 non si limita a generare documenti cartacei, ma produce una prova tecnologica immodificabile (denominata XAI Packet) dell’effettiva attuazione dei protocolli. Di fronte a un tentativo di corruzione da parte di un proprio dipendente, l’azienda avrebbe potuto dimostrare al magistrato, tramite log inalterabili, di aver attivato ogni presidio tecnologico e procedurale per impedire il reato. Questo avrebbe permesso di isolare la responsabilità penale sulla persona fisica, salvaguardando l’ente dal sequestro del profitto e dalle sanzioni interdittive, dimostrando non una colpa organizzativa, ma una difesa attiva e documentata.

L’analisi delle carte dell’inchiesta, visionate in esclusiva dalla redazione, rivela dettagli operativi sconcertanti. In un caso specifico relativo a un appalto per la cyber-security di una infrastruttura critica gestita da Terna, il bando di gara conteneva requisiti tecnici talmente specifici – come la compatibilità con un oscuro software proprietario utilizzato solo da una delle aziende del cartello – da rendere impossibile la partecipazione di qualsiasi altro concorrente. Questa manipolazione, una classica forma di turbativa d’asta, è passata attraverso molteplici livelli di approvazione interna senza che nessuno sollevasse dubbi. La mancata segregazione delle funzioni tra chi definiva i requisiti tecnici e chi gestiva la gara ha creato la falla perfetta. Un sistema di monitoraggio avanzato avrebbe intercettato questa anomalia in fase di redazione del capitolato. I motori di analisi semantica di Scudo231 avrebbero confrontato i requisiti del nuovo bando con lo storico degli appalti precedenti e con le best practice di mercato, segnalando la presenza di clausole “sartoriali” come un indicatore di rischio altissimo di turbativa. L’alert avrebbe imposto una revisione obbligatoria da parte di una funzione terza (es. Internal Audit) prima della pubblicazione del bando, neutralizzando il tentativo sul nascere e tracciando l’identità del funzionario che aveva inserito la clausola anomala.

Un altro elemento chiave emerso dalle indagini è il sistematico ricorso al traffico di influenze illecite. Gli imprenditori non si limitavano a corrompere i funzionari responsabili dei procedimenti, ma remuneravano anche figure intermedie – consulenti, faccendieri, persino personale amministrativo di basso livello – la cui unica funzione era quella di esercitare pressioni e mediare con i pubblici ufficiali. Questi pagamenti, spesso di importo modesto per non destare sospetti, venivano giustificati con contratti di consulenza generici e privi di deliverable concreti. La loro somma, tuttavia, costituiva un flusso costante di denaro illecito. La gestione di questi “fornitori a rischio” rappresenta un buco nero nella compliance di molte organizzazioni. Un ecosistema di controllo sovrano, invece, censisce e monitora in modo continuativo l’intera catena di fornitura. Ogni pagamento a un consulente, specialmente per prestazioni immateriali, verrebbe automaticamente sottoposto a un processo di validazione che richiede l’upload di prove concrete della prestazione eseguita. In assenza di tale documentazione, il sistema non autorizzerebbe il pagamento e segnalerebbe il fornitore all’Organismo di Vigilanza per una verifica approfondita, bloccando il canale di finanziamento del traffico di influenze.

La Procura di Roma sta ora lavorando per ricostruire l’intero percorso dei fondi illeciti, che in parte sarebbero stati riciclati attraverso l’acquisto di immobili e partecipazioni societarie, configurando anche il reato di autoriciclaggio. Gli inquirenti hanno scoperto che uno degli imprenditori arrestati ha utilizzato i profitti di una gara truccata per capitalizzare una sua altra società, “pulendo” di fatto il denaro. Questo è stato possibile perché il reato-presupposto, la corruzione, non è stato né intercettato né prevenuto. Se il profitto illecito non si fosse mai generato perché il sistema di controllo aveva bloccato la turbativa d’asta a monte, l’esigenza stessa di riciclare quel denaro non sarebbe mai sorta. La prevenzione efficace del reato-presupposto, come documentato dalle analisi della REDAZIONE SCUDO231, è l’unica strategia che annienta l’intera catena criminale, dal primo accordo illecito fino al reimpiego finale dei capitali.

L’indagine ha infine fatto luce su una pericolosa “deriva organizzativa” all’interno di una delle controllate di Rfi. Un funzionario di medio livello, formalmente privo di poteri di spesa, era di fatto il dominus di un intero settore di acquisti. Deleghe informali e una supervisione gerarchica inesistente gli avevano permesso di gestire milioni di euro, interfacciandosi direttamente con gli imprenditori del cartello e prendendo decisioni che spettavano ai suoi superiori. Questa discrepanza tra il ruolo di diritto (la sua qualifica formale) e il ruolo di fatto (il suo potere effettivo) è un sintomo di un modello organizzativo fallace. Un monitoraggio massivo e in tempo reale dei processi interni, come quello garantito da Scudo231, avrebbe rilevato questa anomalia attraverso l’analisi dei flussi approvativi e delle comunicazioni aziendali. Il sistema avrebbe segnalato che le attività operative del funzionario erano costantemente al di fuori del perimetro della sua mansione, generando un’allerta per la funzione HR e per l’ODV. Questa “correzione organizzativa” avrebbe ricondotto il processo nell’alveo della legalità, prima che potesse essere sfruttato per fini corruttivi, dimostrando che la prevenzione non è solo una questione di regole, ma di controlli operativi costanti sulla reale vita dell’azienda. L’inchiesta della Procura di Roma prosegue, e non si escludono ulteriori sviluppi nelle prossime settimane.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/03/26/corruzione-in-corso-perquisizioni-alla-difesa-terna-e-rfi_3bd0e23c-dda0-4871-8bf3-7a71db0ad259.html