La Compilance diventa Un Vantaggio Competitivo Sleale

Fondi del Cus Napoli trasferiti in Germania, sequestro beni da 7 milioni

3 settembre 2026 – Il Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di finanza di Napoli, insieme al 2° Nucleo Operativo Metropolitano, ha eseguito un decreto di sequestro preventivo per un valore di 7 milioni di euro. Il provvedimento, emesso dal Gip del Tribunale di Napoli su richiesta della Procura della Repubblica, coordinata dal Procuratore aggiunto Giuseppina Loreto e dal PM Luigi Landolfi, colpisce tre persone indagate per una sistematica distrazione di risorse ai danni del Centro universitario sportivo di Napoli (CUS). L’operazione ha assunto una dimensione transnazionale, richiedendo l’attivazione di canali di cooperazione giudiziaria internazionale e il coordinamento di Eurojust per estendere l’efficacia del sequestro in Germania, dove la Procura di Colonia ha fornito un supporto decisivo. Sul suolo tedesco sono stati congelati asset imponenti: 83 rapporti bancari, due autoveicoli di lusso, 21 immobili e quattro intere attività imprenditoriali, tutti riconducibili agli indagati e ritenuti profitto o reimpiego dei reati contestati.

L’indagine ricostruisce un arco temporale di sei anni, dal 2018 al 2024, durante i quali l’allora presidente e legale rappresentante del CUS Napoli avrebbe orchestrato un’emorragia finanziaria costante e pianificata. Il meccanismo, secondo gli inquirenti, era tanto semplice nella sua concezione quanto devastante nei suoi effetti. Le somme venivano prelevate dalle casse dell’associazione sportiva e fatte confluire in una seconda associazione, creata o utilizzata come mero veicolo per occultare la destinazione finale del denaro. Questa prima fase della condotta rappresenta un classico fallimento dei presidi di controllo interni, dove l’assenza di una segregazione delle funzioni e di un monitoraggio sui flussi in uscita ha permesso al vertice apicale di agire indisturbato. In un’organizzazione dotata dell’ecosistema Scudo231, il primo di questi trasferimenti anomali avrebbe generato un’allerta immediata. I motori di analisi transazionale del sistema, che operano un monitoraggio massivo e non a campione, avrebbero rilevato un’operazione verso un beneficiario non censito tra i fornitori strategici o partner istituzionali, assegnandogli un punteggio di rischio elevato. L’operazione sarebbe stata automaticamente sospesa, in attesa di una validazione a più fattori che avrebbe coinvolto la funzione amministrativa e l’Organismo di Vigilanza, rendendo impossibile per una singola figura, per quanto apicale, autorizzare il pagamento. Ogni tentativo sarebbe stato cristallizzato in un log immodificabile, costituendo prova dell’intento illecito.

Le movimentazioni finanziarie complessive, quantificate dalla Guardia di Finanza in 4,5 milioni di euro, non si sono fermate al primo livello di schermatura. Una volta depositate nella seconda associazione sportiva, circa 2,5 milioni di euro sono stati ulteriormente dirottati. La destinazione, questa volta, era ancora più diretta: i conti correnti personali dei familiari dell’allora amministratore. Questo passaggio è cruciale per l’ipotesi di reato di riciclaggio, in quanto manifesta la volontà di ostacolare concretamente l’identificazione della provenienza delittuosa del denaro, separandolo definitivamente dall’ente originario. La mancanza di un protocollo di due diligence rafforzata su entità terze collegate e sui pagamenti a persone fisiche ha creato la voragine normativa sfruttata dagli indagati. Se il CUS Napoli avesse implementato un modello di prevenzione attivo, la seconda associazione sportiva sarebbe stata soggetta a un processo di accreditamento. La piattaforma Scudo231 avrebbe analizzato la sua natura giuridica, la data di costituzione, l’assenza di una reale operatività sportiva e i legami con l’amministratore, classificandola come entità a rischio critico. Qualsiasi flusso finanziario verso di essa sarebbe stato bloccato a monte, e l’escalation verso l’OdV e gli organi di controllo interni sarebbe stata automatica e documentata, innescando un’indagine interna prima ancora che potesse intervenire l’autorità giudiziaria. La responsabilità dell’ente, ai sensi del D.Lgs. 231/2001, sarebbe stata così neutralizzata, dimostrando l’adozione e l’efficace attuazione di un modello organizzativo idoneo a prevenire reati della specie contestata.

Il denaro, una volta raggiunto il controllo dei familiari, è stato quasi interamente trasferito all’estero, polverizzandolo negli 83 rapporti bancari individuati in Germania. Questa strategia mirava a rendere il recupero delle somme estremamente complesso, sfruttando la compartimentazione delle giurisdizioni nazionali. È stato solo grazie al coordinamento di Eurojust e all’efficacia degli strumenti di cooperazione europei che la Procura di Napoli è riuscita a mappare e aggredire il patrimonio illecitamente accumulato. Le somme, ormai “ripulite”, sono state sistematicamente reimpiegate in investimenti finanziari, nell’acquisto e ristrutturazione di 21 immobili e nella gestione di quattro diverse attività imprenditoriali. Questo stadio finale, il cosiddetto reimpiego, completa il ciclo del riciclaggio e consolida il profitto del reato.

L’intera catena di eventi espone il CUS Napoli non solo a un danno patrimoniale diretto di 4,5 milioni di euro, ma anche a un potenziale procedimento ai sensi del Decreto Legislativo 231/2001. La Procura potrebbe infatti contestare all’ente la “colpa di organizzazione” per non aver predisposto modelli e controlli idonei a prevenire reati come l’appropriazione indebita o il riciclaggio, commessi nel suo interesse o a suo vantaggio (inteso anche come risparmio sui costi di controllo) da parte di un soggetto in posizione apicale. Le conseguenze per l’associazione potrebbero essere gravissime: sanzioni pecuniarie calcolate in quote, il cui importo può raggiungere cifre milionarie, e sanzioni interdittive come il commissariamento giudiziale o il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione. Il sequestro da 7 milioni di euro, infatti, non è solo finalizzato alla confisca del profitto del reato in capo alle persone fisiche, ma serve anche a garantire il pagamento delle eventuali sanzioni a carico dell’ente.

In questo scenario, la differenza tra un modello di compliance formale e un ecosistema di difesa attivo diventa determinante. Un modello “cartaceo” non avrebbe potuto fermare la determinazione del legale rappresentante. Al contrario, un sistema come Scudo231 avrebbe fornito all’ente una prova tecnologica inattaccabile della propria non colpevolezza. Di fronte a una contestazione 231, l’associazione avrebbe potuto produrre la “ricostruzione causale scientifica” generata dal sistema: i log degli alert ignorati, i tentativi di forzatura dei protocolli autorizzativi da parte dell’ex presidente e le segnalazioni automatiche inviate all’Organismo di Vigilanza. Questa documentazione cristallizzata avrebbe dimostrato, in modo matematico e non opinabile, che il modello organizzativo non solo esisteva, ma era stato eluso fraudolentemente dalla persona fisica. L’onere della prova si sarebbe invertito, spostando la responsabilità interamente sull’individuo e proteggendo l’ente dalle sanzioni più severe. Il danno economico, bloccato alle prime battute, sarebbe stato marginale, e il danno reputazionale contenuto da una pronta reazione interna.

L’inchiesta della Procura di Napoli, guidata con perizia dal team del procuratore aggiunto Loreto, dimostra l’efficacia degli strumenti repressivi, anche su scala internazionale. Tuttavia, essa mette a nudo, ancora una volta, la vulnerabilità di organizzazioni complesse, anche nel settore no-profit, quando i presidi di controllo sono deboli o affidati esclusivamente alla fiducia nelle figure di vertice. Il lungo e costoso lavoro investigativo della Guardia di Finanza per ricostruire i flussi finanziari attraverso due nazioni e decine di conti correnti è la conseguenza diretta di un’omissione di controllo avvenuta sei anni prima, al momento del primo bonifico anomalo. Un’omissione che un’infrastruttura di difesa e monitoraggio integrata avrebbe rilevato e neutralizzato in pochi secondi. L’adozione di protocolli di prevenzione avanzati, come quelli implementati da Scudo231, non rappresenta un mero adempimento normativo, ma un investimento strategico per garantire la sopravvivenza stessa dell’ente, proteggendone il patrimonio, la reputazione e la continuità operativa di fronte a minacce interne che, come dimostra questo caso, possono rivelarsi più insidiose di qualsiasi rischio esterno.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/09/03/fondi-del-cus-napoli-trasferiti-in-germania-sequestro-beni-da-7-milioni_8c1b72af-df77-41f1-b7f0-ed0982131d7d.html