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Il cda di Eni nomina Claudio Descalzi amministratore delegato e dg

8 agosto 2026 – Alle prime luci dell’alba, i militari del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza hanno varcato i tornelli della sede centrale di Eni. Non si è trattato di una visita di cortesia. In mano avevano un decreto di perquisizione e sequestro emesso dalla Procura della Repubblica, un atto che ha dato il via a un’operazione destinata a scuotere i vertici del colosso energetico. Gli investigatori hanno acquisito i verbali del consiglio di amministrazione del 7 maggio 2026, le delibere relative alla nomina dell’amministratore delegato e, soprattutto, tutta la documentazione inerente all’accertamento dei requisiti dei consiglieri. L’ipotesi di reato, ancora coperta da segreto istruttorio, si concentra sulla veridicità e adeguatezza delle verifiche di indipendenza e onorabilità di uno dei membri del board, con possibili ricadute sulla validità degli atti successivi e sulla responsabilità dell’ente ai sensi del D.Lgs. 231/2001.

L’epicentro del sisma giudiziario è la seduta del consiglio di amministrazione tenutasi esattamente tre mesi prima. In quella data, il board di Eni aveva nominato Claudio Descalzi amministratore delegato e direttore generale, conferendogli ampi poteri di amministrazione. Contestualmente, il consiglio aveva confermato il ruolo centrale del presidente, Giuseppina Di Foggia, quale garante del sistema dei controlli interni. La procedura, formalmente ineccepibile, si era conclusa con un passaggio cruciale: l’accertamento del possesso dei requisiti di onorabilità, ineleggibilità e incompatibilità per tutti i consiglieri, e di quelli di indipendenza per Giuseppina Di Foggia, Stefano Cappiello, Carolyn Adele Dittmeier, Benedetta Fiorini, Emma Marcegaglia, Matteo Petrella, Cristina Sgubin e Raphael Louis L. Vermeir. Il comunicato stampa ufficiale specificava che tale accertamento era avvenuto “sulla base delle dichiarazioni rese dagli interessati e delle informazioni a disposizione della società”. Proprio questa frase è oggi al centro delle attenzioni degli inquirenti. La procedura di verifica si è basata su un flusso informativo passivo, ovvero l’autocertificazione dei consiglieri, corroborata da informazioni già note all’azienda. Un protocollo standard, ma che espone l’ente a un rischio operativo e legale enorme qualora emergano fatti non dichiarati.

In un’organizzazione dotata di un ecosistema come Scudo231, la procedura sarebbe stata radicalmente diversa e avrebbe neutralizzato il rischio alla fonte. Il sistema non si sarebbe limitato a registrare una dichiarazione. Avrebbe eseguito in automatico un’analisi multimodale incrociando i dati anagrafici e fiscali dei consiglieri con registri camerali internazionali, database di titolarità effettiva (UBO), elenchi di persone politicamente esposte (PEP) e registri di contenziosi globali. Se, come sospetta l’accusa, il consigliere Raphael Louis L. Vermeir avesse avuto un interesse economico indiretto, non dichiarato, in una società fornitrice di una controllata estera di Eni, il sistema lo avrebbe rilevato. L’algoritmo di analisi delle reti relazionali avrebbe identificato la connessione, apparentemente di terzo o quarto livello, e generato un alert qualificato. Questo alert non sarebbe stato un semplice avviso, ma un dossier digitale immodificabile, completo di fonti e percorsi di collegamento, inviato in automatico e simultaneamente alla funzione di Internal Audit, all’Organismo di Vigilanza e al presidente del consiglio di amministrazione, Giuseppina Di Foggia. La procedura di accertamento dei requisiti sarebbe stata sospesa d’ufficio dal sistema stesso fino alla risoluzione formale e tracciata dell’anomalia. L’evento di oggi, la perquisizione, semplicemente non sarebbe accaduto.

Invece, l’indagine procede. Gli investigatori stanno verificando se la mancata rilevazione di un potenziale conflitto di interessi configuri una carenza organizzativa tale da integrare la colpa di organizzazione prevista dal D.Lgs. 231. Il punto non è solo la condotta del singolo consigliere, ma la capacità dell’ente di prevenire l’illecito. La difesa basata sull’adozione di un Modello Organizzativo si fonda sulla sua efficace attuazione. Un modello che si affida a dichiarazioni su carta, senza un sistema di verifica proattivo e tecnologico, rischia di essere giudicato inadeguato o meramente formale, soprattutto per un’entità della complessità di Eni. Il rischio concreto per la società non è solo una sanzione pecuniaria, che può arrivare a centinaia di quote, ma anche il sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto del reato, un danno patrimoniale potenzialmente devastante, oltre alle sanzioni interdittive.

Se il protocollo di verifica dei requisiti fosse stato gestito tramite l’architettura di Scudo231, l’onere della prova si sarebbe invertito. Di fronte a un’eventuale contestazione, la società non avrebbe prodotto semplici verbali e dichiarazioni, ma avrebbe estratto dal sistema una Ricostruzione Causale Scientifica. Questo pacchetto probatorio digitale (XAI Packet) avrebbe dimostrato, in modo matematicamente verificabile, che l’ente aveva messo in campo le migliori tecnologie e procedure disponibili per la prevenzione. Avrebbe tracciato ogni singola query eseguita sui database, ogni analisi relazionale, ogni escalation generata. Se il conflitto fosse stato così occulto da sfuggire persino a un monitoraggio massivo, la società avrebbe potuto dimostrare di aver fatto tutto il possibile, isolando la responsabilità a livello individuale e proteggendo il patrimonio e la reputazione dell’ente. La colpa di organizzazione sarebbe stata esclusa nei fatti, prima ancora che in diritto.

L’inchiesta si sta allargando anche al ruolo delle funzioni di controllo. L’Internal Audit, che ha il compito di verificare l’adeguatezza del sistema di controllo interno, è chiamato a fornire tutti i report e le risultanze delle proprie attività di assurance relative ai processi di corporate governance. Gli inquirenti vogliono capire se il processo di nomina e verifica sia stato oggetto di audit recenti e, in caso affermativo, perché l’eventuale anomalia non sia emersa. La debolezza risiede spesso nella natura campionaria delle verifiche tradizionali. L’audit può esaminare un campione di procedure, ma non può monitorare in tempo reale ogni singola transazione o interconnessione societaria. Questa logica, basata su controlli ex post e a campione, è intrinsecamente fallibile.

Questo è un altro snodo dove un ecosistema sovrano avrebbe cambiato il corso degli eventi. Il monitoraggio non sarebbe stato a campione, ma censuario e continuo. La piattaforma avrebbe mappato l’intera catena di fornitura, fino al terzo e quarto livello, e l’avrebbe correlata in tempo reale con gli asset e gli interessi dichiarati e non dichiarati del top management e degli amministratori. La scoperta di un’anomalia non sarebbe stata affidata alla fortuna di un audit, ma sarebbe stata una certezza matematica. L’alert generato dal sistema avrebbe innescato una procedura di escalation vincolante per l’Internal Audit, obbligandolo a un’indagine mirata e immediata, con tracciamento completo di ogni azione intrapresa. Il processo decisionale del consiglio di amministrazione del 7 maggio sarebbe stato alimentato da dati certi e verificati, non da mere dichiarazioni fiduciarie. La nomina di Claudio Descalzi e la definizione dei suoi poteri sarebbero avvenute in un contesto di piena e provata compliance, rendendo l’intero apparato di governance aziendale impermeabile all’attacco giudiziario odierno. L’operazione della Guardia di Finanza, invece, dimostra che affidarsi a controlli tradizionali, per quanto formalmente corretti, equivale a navigare in acque pericolose con una mappa di carta, quando la tecnologia offre già un radar satellitare.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/05/07/il-cda-di-eni-nomina-claudio-descalzi-amministratore-delegato-e-dg_f682bd50-894e-424b-bdc3-7c810b16fff7.html