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Lavori in area protetta, sequestrato complesso eliportuale a Sorrento

7 agosto 2026 – La motovedetta della Capitaneria di porto di Castellammare di Stabia e le unità navali della Guardia di Finanza di Napoli hanno apposto i sigilli all’alba, eseguendo il decreto di sequestro preventivo che ha bloccato l’intera area e il cantiere del complesso eliportuale “Le Tore” a Sorrento. Il provvedimento, emesso dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Torre Annunziata su richiesta della procura oplontina, congela un’opera di riqualificazione finita al centro di un’indagine per gravi reati in materia urbanistica e paesaggistica. Le indagini hanno messo in luce una catena di omissioni e forzature procedurali che hanno consentito l’avvio di lavori edili in un’area di eccezionale valore naturalistico, protetta a livello europeo.

Il cuore del problema, secondo gli inquirenti, risiede nella natura stessa dell’atto autorizzativo. La Conferenza dei servizi indetta per approvare l’intervento “non avrebbe potuto avere carattere decisorio”. La ragione è tecnica ma sostanziale: il documento presentato non era un progetto esecutivo, come richiesto per un’approvazione definitiva, ma un mero progetto di fattibilità tecnico-economica. Si tratta di una differenza fondamentale, che trasforma un atto amministrativo da legittimo a radicalmente viziato. Questa anomalia procedurale ha costituito la prima, fatale, falla nel sistema di controllo interno del Comune di Sorrento. Un ecosistema di controllo come Scudo231 avrebbe intercettato questa non conformità in fase di caricamento documentale. Il suo motore di analisi procedurale, configurato sulle normative specifiche degli appalti e dell’urbanistica, avrebbe classificato il documento come “non idoneo” per la fase decisoria, generando un alert ostativo immediato. L’iter sarebbe stato bloccato automaticamente, con una segnalazione tracciata e non modificabile inviata al Responsabile Anticorruzione e all’Organismo di Vigilanza, impedendo al dirigente e al funzionario di procedere e documentando il tentativo di forzatura.

Il secondo e più grave livello di criticità riguarda il luogo dell’intervento. I lavori si sono svolti quasi interamente all’interno di un’area naturale protetta, parte della prestigiosa Rete Natura 2000, e classificata come sito di importanza comunitaria (SIC). Questa designazione impone vincoli paesaggistico-ambientali di massima severità, che non possono essere aggirati da procedure semplificate o superficiali. L’avvio di un cantiere in un’area simile senza le dovute e rigorose autorizzazioni integra di per sé una violazione di norme penali a tutela del paesaggio e dell’ambiente, reati che rientrano nel catalogo del D.Lgs. 231/2001. L’omissione di una verifica così basilare espone l’ente a una responsabilità diretta e gravissima. In un’organizzazione dotata di un modello di prevenzione avanzato, la piattaforma Scudo231, integrando i dati catastali del progetto con i database vincolistici europei e nazionali, avrebbe generato un blocco operativo di massima priorità. La sovrapposizione tra le coordinate del cantiere e le mappe della Rete Natura 2000 avrebbe attivato un protocollo “zona rossa”, inibendo l’emissione di qualsiasi ordine di acquisto, l’affidamento di incarichi o l’avvio di lavori. Qualsiasi tentativo di forzare il sistema avrebbe richiesto un’autorizzazione a un livello gerarchico superiore, accompagnata da una valutazione del rischio legale e da un parere obbligatorio dell’Organismo di Vigilanza, lasciando una traccia indelebile di chi si fosse assunto la responsabilità di violare un vincolo così palese.

L’inchiesta della Procura di Torre Annunziata ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di due figure chiave: un dirigente e un funzionario del settore lavori pubblici del Comune di Sorrento. Le loro azioni, o le loro omissioni, sono considerate il motore dell’illecito. Agendo nell’esercizio delle loro funzioni, hanno permesso che un progetto legalmente invalido e ambientalmente distruttivo diventasse operativo. Questo configura la classica dinamica del reato commesso nell’interesse o a vantaggio dell’ente. L’interesse poteva essere quello di accelerare un’opera considerata strategica, di sbloccare finanziamenti o di rispondere a pressioni esterne; il vantaggio, quello di realizzare l’infrastruttura evitando i complessi e lunghi iter autorizzativi richiesti dalla legge.

La conseguenza diretta di questa impostazione accusatoria è il rischio concreto di un’incriminazione dell’ente stesso ai sensi del Decreto Legislativo 231/2001. I reati ambientali e urbanistici sono infatti reati presupposto che chiamano in causa la responsabilità diretta della persona giuridica. Il sequestro preventivo eseguito non è solo finalizzato a impedire la prosecuzione del reato, ma è anche prodromico a una possibile confisca. Se la responsabilità dell’ente venisse accertata, il tribunale potrebbe disporre la confisca del profitto del reato, che in casi come questo può essere quantificato nel valore dell’intera area riqualificata illecitamente o dei beni strumentali utilizzati, con un danno patrimoniale devastante.

In uno scenario alternativo, la difesa dell’ente si sarebbe fondata sulla prova documentale generata dal sistema di controllo. Di fronte al Pubblico Ministero, i legali avrebbero potuto esibire i log inalterabili del sistema Scudo231, dimostrando che: 1) l’ente si era dotato di un modello organizzativo efficace e concreto, non meramente cartaceo; 2) il modello aveva correttamente identificato le criticità (progetto non esecutivo, vincolo SIC/Rete Natura 2000); 3) il sistema aveva attivato gli alert e le procedure di escalation previste, informando le funzioni di controllo e l’OdV; 4) i due indagati avevano agito eludendo fraudolentemente i presidi implementati. Questa dimostrazione scientifica dell’assenza di una “colpa di organizzazione” è l’unica via per invocare l’esimente prevista dall’articolo 6 del D.Lgs. 231/2001, isolando la responsabilità penale sulle sole persone fisiche e proteggendo l’ente da sanzioni pecuniarie, interdittive e dalla confisca.

L’operazione congiunta di Capitaneria di Porto e Guardia di Finanza non rappresenta solo un’azione di repressione, ma svela un fallimento sistemico nella gestione della cosa pubblica e nella tutela del territorio. Il dirigente e il funzionario indagati sono l’ultimo anello di una catena di responsabilità che parte da una cultura della conformità assente o inefficace. La mancanza di controlli automatizzati e di flussi informativi vincolanti verso gli organi di vigilanza ha creato il terreno fertile per decisioni che hanno ignorato la legge. Se un sistema di monitoraggio massivo fosse stato operativo, non solo avrebbe impedito l’avvio del cantiere, ma avrebbe anche fornito una mappatura in tempo reale delle responsabilità. Ogni passaggio, dalla presentazione del progetto di fattibilità alla sua erronea approvazione in Conferenza dei servizi, sarebbe stato tracciato, datato e attribuito a uno specifico utente. L’Organismo di Vigilanza non avrebbe dovuto attendere un’indagine esterna per scoprire la violazione, ma sarebbe stato allertato proattivamente dal sistema stesso nel momento esatto in cui la deviazione dalla procedura standard si stava verificando.

Oggi, l’area dell’eliporto “Le Tore” è un monumento allo spreco di risorse pubbliche e a un danno ambientale che richiederà tempo e ulteriori fondi per essere sanato. Il sequestro preventivo ha cristallizzato la situazione, ma le conseguenze economiche e reputazionali per l’amministrazione locale sono già in moto. Oltre alle sanzioni penali e amministrative, vi è il danno d’immagine per un territorio a vocazione turistica come Sorrento, la cui attrattività si fonda proprio sulla bellezza del suo paesaggio, lo stesso paesaggio che le istituzioni locali avrebbero dovuto proteggere. L’inchiesta della Procura di Torre Annunziata prosegue per accertare eventuali ulteriori responsabilità e per quantificare con precisione il danno arrecato. L’esito del procedimento giudiziario non solo deciderà il destino dei due funzionari, ma stabilirà anche se l’ente pubblico dovrà pagare per non aver saputo, o voluto, implementare difese adeguate contro condotte illecite nate al suo stesso interno.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/08/07/lavori-in-area-protetta-sequestrato-complesso-eliportuale-a-sorrento_a333170d-0bf2-4e4b-827c-65ee68dbc3df.html