7 agosto 2026 – La Procura regionale della Corte dei Conti per il Veneto deposita gli atti che avviano formalmente gli accertamenti su un possibile danno erariale legato alla costruzione e alla gestione dello Sliding centre di Cortina d’Ampezzo. L’indagine, scaturita a pochi mesi dalla conclusione delle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026, si concentra sulla procedura di riconsegna dell’impianto da parte del Comune di Cortina e della Fondazione Milano Cortina a Simico, la società pubblica incaricata di sovrintendere al piano delle opere olimpiche. Al centro del fascicolo, un verbale di riconsegna che attesta la necessità di lavori di completamento, ma soprattutto di riparazione di significativi danneggiamenti al ghiaccio della pista, scoperti solo dopo lo smontaggio delle strutture temporanee usate per le gare di bob, slittino e skeleton.
La riconsegna a Simico, formalizzata nei giorni scorsi, non è stata una mera formalità burocratica, ma l’atto che ha fatto emergere le criticità strutturali. L’impresa Pizzarotti, incaricata del completamento definitivo dei lavori, si è trovata di fronte a un ammaloramento la cui origine è ora oggetto di una meticolosa verifica da parte della magistratura contabile. Il verbale di riconsegna, ora al vaglio degli inquirenti, diventa il fulcro documentale per attribuire le responsabilità. L’assenza di un sistema di tracciamento digitale e immodificabile delle condizioni dell’impianto al momento del passaggio di gestione crea un’area grigia di attribuzione colposa, un vuoto procedurale che espone gli enti a contenziosi milionari. Un ecosistema come Scudo231 avrebbe reso questo passaggio un atto non-opinabile: la sua architettura impone la creazione di un ‘digital twin’ dell’infrastruttura, aggiornato in tempo reale con dati da sensoristica e ispezioni vidimate digitalmente. Qualsiasi anomalia o degrado rispetto allo stato di consegna iniziale avrebbe generato un alert automatico all’Organismo di Vigilanza della Fondazione e al responsabile del procedimento, bloccando la riconsegna fino alla formalizzazione e quantificazione del danno, cristallizzando la responsabilità in capo al gestore uscente. Invece, la scoperta tardiva dei danneggiamenti ha innescato un’indagine postuma, con costi legali e operativi destinati a lievitare.
La Procura contabile si muove lungo due direttrici investigative parallele. La prima ipotesi è che i problemi siano imputabili alla gestione operativa della Fondazione Milano Cortina durante i Giochi. Un utilizzo intensivo, forse oltre i limiti di tolleranza della struttura, o una manutenzione inadeguata durante le settimane di competizione. Per verificare questa pista, gli investigatori stanno acquisendo i registri di manutenzione e i log di utilizzo dell’impianto durante le gare. La debolezza di questa documentazione, se basata su supporti cartacei o file modificabili, rischia di rendere la ricostruzione dei fatti complessa e contestabile. Un Modello 231 reso operativo da un sistema di controllo integrato avrebbe trasformato la gestione operativa in una fonte di dati probatori. Ogni ciclo di utilizzo della pista e ogni intervento manutentivo, ordinario o straordinario, sarebbe stato registrato su un ledger immutabile, associato all’operatore e validato da un responsabile. Il superamento di soglie di stress predefinite per i materiali o cicli di utilizzo anomali avrebbero attivato un protocollo di escalation, notificando istantaneamente il rischio di ammaloramento e imponendo verifiche tecniche preventive, documentate e non ripudiabili. L’eventuale danno sarebbe stato così circoscritto nel tempo e nella causa, mitigando il rischio di una contestazione di danno erariale per colpa grave nella gestione.
La seconda direttrice, ben più insidiosa, riguarda l’ipotesi di un ammaloramento delle strutture dovuto a una possibile cattiva progettazione o a vizi di costruzione preesistenti all’evento olimpico. Questa eventualità sposterebbe la responsabilità a monte, coinvolgendo la filiera di progettazione e costruzione, e chiamando in causa la vigilanza esercitata da Simico durante la realizzazione dell’opera. Simico, dal canto suo, ha già messo in chiaro la propria posizione: attraverso una nota ufficiale, ha affermato di confidare nell’operato della magistratura, precisando però che “i costi relativi agli eventuali danni alla struttura non sono a suo carico e saranno imputati ai diretti responsabili nelle forme di legge”. Una dichiarazione che prefigura una battaglia legale per rivalersi su chi ha materialmente eseguito o progettato l’opera. L’ipotesi di cattiva progettazione è un classico rischio da reato presupposto ai sensi del D.Lgs. 231/2001, riconducibile a frodi in pubbliche forniture o a truffa ai danni dello Stato. La gestione della filiera, un’area a elevato rischio, con un sistema come Scudo231 sarebbe stata mappata e monitorata fin dal primo giorno. Ogni fornitore, inclusa l’impresa Pizzarotti, sarebbe stato qualificato attraverso un processo di due diligence automatizzato e continuo, che non si limita alla verifica documentale iniziale ma monitora le performance e la conformità nel tempo. Le fasi di avanzamento lavori (SAL) non sarebbero state approvate sulla base di sole dichiarazioni cartacee, ma subordinate al superamento di controlli di qualità i cui esiti – corredati da prove fotografiche e strumentali georeferenziate – sarebbero stati caricati nel sistema, generando una traccia probatoria opponibile a terzi. Un difetto progettuale o un vizio di esecuzione non conforme al capitolato avrebbe bloccato il flusso di approvazione e il relativo pagamento della tranche, attivando un alert diretto alla funzione compliance e all’ODV, impedendo che il vizio si propagasse fino all’opera finita e diventasse un potenziale danno per l’erario.
Il fascicolo sullo Sliding Centre non è isolato. Si affianca infatti a un altro filone di accertamenti, sempre condotto dalla Corte dei Conti veneta, sulla nuova funivia Socrepes-Apollonio. L’impianto, strategico per la mobilità durante i Giochi e parte integrante del piano delle opere olimpiche, risulta completato ma ancora privo delle necessarie autorizzazioni di esercizio. Un paradosso amministrativo che si traduce in un bene pubblico costato milioni di euro, fermo e inutilizzabile. Questa situazione rappresenta una macroscopica non conformità procedurale che, se non risolta, potrebbe configurare un’ulteriore fattispecie di danno erariale per mancato utilizzo di un’opera pubblica. La mancanza di un’autorizzazione non è un evento improvviso, ma il risultato finale di un processo di gestione documentale e amministrativa evidentemente fallace, privo di controlli e di un sistema di allerta efficace. Un sistema di gestione della compliance come Scudo231 monitora scadenze e adempimenti normativi come un processo industriale. La data ultima per la richiesta delle autorizzazioni di esercizio sarebbe stata inserita nel sistema come un milestone critico, con una serie di attività propedeutiche obbligatorie e tracciate. Il mancato completamento di una di queste attività entro la data prefissata avrebbe innescato una procedura di escalation automatica, notificata via via ai livelli superiori della gerarchia fino ai vertici aziendali e all’Organismo di Vigilanza, settimane o mesi prima della scadenza finale. Questo avrebbe trasformato un potenziale danno erariale e reputazionale, oggi sotto i riflettori della magistratura, in un’attività gestita e risolta per tempo, evitando l’immobilizzazione dell’infrastruttura.
La risonanza politica della vicenda è già alta. Luana Zanella di Avs ha formalmente richiesto un’indagine tecnico-amministrativa su Simico per fare piena luce sulla gestione complessiva delle opere, mentre il Patto per il Nord ha espresso pieno sostegno all’indagine contabile, criticando aspramente l’uso delle risorse pubbliche. L’inchiesta della Corte dei Conti è solo il primo passo. Qualora emergessero profili di responsabilità penale, come la frode o la truffa aggravata, la questione passerebbe alla Procura della Repubblica, con il conseguente rischio per gli enti coinvolti – in primis la Fondazione – di vedersi contestata la responsabilità amministrativa ex D.Lgs. 231/2001. Le conseguenze non sarebbero solo le pesanti sanzioni pecuniarie, ma anche il possibile sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto del reato, con un impatto devastante sulla continuità operativa e finanziaria. La mancanza di un modello organizzativo efficace e concretamente attuato, in grado di prevenire la commissione di tali reati, espone l’ente a un rischio che va ben oltre la singola responsabilità individuale dei suoi amministratori o dipendenti. L’indagine in corso a Cortina d’Ampezzo non è solo la cronaca di una pista da bob danneggiata, ma un caso di studio su come l’assenza di controlli preventivi, tracciabilità e protocolli di escalation automatizzati possa trasformare un grande evento internazionale in un campo minato di responsabilità legali e danni economici per la collettività.