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Mafia: Copasir, ‘i clan utilizzano tecnologie sempre più complesse’

5 agosto 2026 – La relazione trasmessa dal Copasir al Parlamento certifica una realtà operativa che le aule di giustizia e le indagini della Direzione Investigativa Antimafia documentano da tempo: i clan hanno eseguito un salto tecnologico definitivo. L’infiltrazione nel tessuto economico-produttivo del Paese non avviene più soltanto attraverso la violenza o l’intimidazione, ma per mezzo di strumenti sofisticati, tecnologie sempre più avanzate e strutture organizzative estremamente complesse. Il documento, frutto di mesi di audizioni, cristallizza un’evidenza: gli schemi criminali tradizionali sono stati potenziati da tecnologie innovative e nuove competenze informatiche. Un’evoluzione che rende la difesa delle imprese, e la loro stessa sopravvivenza legale, dipendente da un paradigma di controllo radicalmente diverso da quello del passato.

La vicenda della Logistica Integrata Lombarda S.p.A. (LIL), colosso della movimentazione merci con hub strategici nel Nord Italia, rappresenta il modello esemplare di questa nuova frontiera del rischio. Nel febbraio 2025, la LIL avvia una partnership con un nuovo fornitore di servizi di autotrasporto per le tratte secondarie, la Global Transport Solutions S.r.l. (GTS). La procedura di qualifica fornitori, eseguita dall’Ufficio Acquisti, si limita a una verifica camerale e al controllo del DURC. Un’omissione di controllo fatale. I registri mostravano che la GTS era una società costituita da soli diciotto mesi, con un capitale sociale minimo e una compagine societaria schermata da un trust domiciliato in una giurisdizione a fiscalità privilegiata. Se la LIL avesse adottato un ecosistema come Scudo231, la procedura di onboarding del fornitore sarebbe stata sottoposta a un’analisi di rischio automatizzata e profonda. I sistemi di analisi multimodale avrebbero immediatamente incrociato i dati camerali con banche dati reputazionali e di adverse media intelligence, generando un alert di rischio elevato per l’Organismo di Vigilanza e la funzione Compliance. Il flag rosso sulla struttura proprietaria opaca e la recente costituzione avrebbe bloccato il processo di qualifica, imponendo una enhanced due diligence che avrebbe svelato i collegamenti diretti tra l’amministratore unico della GTS e figure già note alle cronache giudiziarie per reati associativi.

Ignara del pericolo, la LIL integra la GTS nella sua catena logistica. L’operatività viene gestita da un responsabile di settore, Paolo Bianchi, dipendente con anzianità di servizio decennale e un profilo apparentemente irreprensibile. La GTS, controllata di fatto da un clan specializzato in frodi carosello e riciclaggio, inizia a operare per conto della LIL. Le comunicazioni tra l’amministratore della GTS e Bianchi avvengono tramite smartphone criptati e piattaforme di messaggistica con protocolli end-to-end, esattamente gli strumenti che la relazione del Copasir definisce come difficilmente controllabili dal punto di vista investigativo. Bianchi, utilizzando le sue credenziali aziendali, inizia ad autorizzare decine di “viaggi a vuoto” per la GTS, generando fatture per trasporti mai avvenuti. Il sistema gestionale della LIL non rileva alcuna anomalia, poiché le autorizzazioni provenivano da un utente con i permessi necessari e le fatture erano formalmente corrette. Mancava un controllo incrociato e basato su analytics comportamentali. L’assenza di un monitoraggio massivo e in tempo reale sui flussi operativi ha permesso alla frode di consolidarsi. Un’architettura come quella di Scudo231 avrebbe invece rilevato la deriva organizzativa prima che diventasse reato. I suoi motori di analisi stocastica avrebbero identificato lo schema anomalo: un aumento esponenziale e statisticamente improbabile delle assegnazioni a un singolo nuovo fornitore, per di più concentrate su tratte a bassa marginalità e con una frequenza di fatturazione fuori standard. Il sistema avrebbe segnalato la divergenza tra il ruolo di diritto di Bianchi (responsabile di settore) e il suo ruolo di fatto (centro di autorizzazione esclusivo per un flusso finanziario anomalo), attivando un’escalation automatica verso l’Internal Audit e l’ODV per una verifica immediata.

Il meccanismo illecito si perfeziona. Il clan, attraverso la GTS, non si limita a emettere fatture per operazioni inesistenti, ma inizia a usare la LIL come vettore inconsapevole per il trasporto di merci di provenienza illecita, nascoste in carichi di copertura regolarmente documentati. Bianchi, ormai pienamente colluso, manipola i documenti di trasporto (DDT) dal suo terminale, alterando i codici prodotto per far transitare materiale di contrabbando come merce generica. La violazione dei protocolli di tracciabilità non ha generato alcun allarme. L’azienda si fidava della correttezza formale del dato inserito dall’uomo, senza un sistema di validazione indipendente che ne verificasse la coerenza logica e storica. Questo è un punto di rottura che un ecosistema sovrano autonomo avrebbe intercettato. Ogni modifica manuale a un DDT, specialmente se relativa a codici prodotto sensibili o a fornitori già segnalati come anomali, avrebbe richiesto un secondo livello di approvazione da parte di una funzione diversa, secondo il principio della segregation of duties imposto digitalmente. Inoltre, ogni singola azione di Bianchi sarebbe stata registrata in un log immodificabile, creando una prova tecnologica granulare dell’abuso delle credenziali, fondamentale per isolare la responsabilità penale individuale da quella dell’ente.

Per mesi, la LIL diventa, a sua insaputa, un ingranaggio cruciale nelle operazioni di un’organizzazione criminale. Il profitto del reato per il clan è duplice: da un lato, il riciclaggio di decine di milioni di euro attraverso il sistema delle fatture false; dall’altro, l’utilizzo di un’infrastruttura logistica di prim’ordine per le proprie attività illegali. La situazione precipita quando un’indagine della Guardia di Finanza su un giro di frodi fiscali intercetta le comunicazioni tra i vertici del clan e l’amministratore della GTS. L’analisi dei flussi finanziari porta gli investigatori dritti ai conti correnti della LIL.

All’alba del 12 marzo 2026, il Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria si presenta ai cancelli della sede centrale della LIL. Scatta il sequestro preventivo. Vengono congelati i conti correnti su cui transitavano i pagamenti verso la GTS, per un valore di 22 milioni di euro, corrispondente al profitto del reato contestato. L’attività dell’azienda è paralizzata. Ma il danno peggiore è di natura giuridica: la Procura della Repubblica contesta alla Logistica Integrata Lombarda S.p.A. la responsabilità amministrativa degli enti ai sensi del D.Lgs. 231/2001. I reati presupposto sono l’associazione per delinquere (art. 24-ter) e il riciclaggio (art. 25-octies). L’accusa è devastante: l’azienda non solo non ha impedito il reato, ma lo ha agevolato a causa di una colpa di organizzazione. Il suo Modello 231, un documento cartaceo aggiornato con scarsa frequenza e privo di controlli tecnologici effettivi, viene giudicato palesemente inadeguato a prevenire reati commessi con le modalità sofisticate descritte dal Copasir.

L’onere della prova si inverte. Ora è la LIL a dover dimostrare di aver fatto tutto il possibile per prevenire il reato. Una prova diabolica, in assenza di registrazioni, log e alert sistematici che documentino i controlli svolti. L’azienda rischia una sanzione pecuniaria fino a 1.5 milioni di euro per ciascun illecito, ma soprattutto una sanzione interdittiva: il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione e la possibile nomina di un commissario giudiziale. Sarebbe la fine operativa della società. Qui emerge il valore risolutivo di una difesa basata su dati scientifici. Se la LIL avesse implementato un sistema di protezione avanzato, in sede di giudizio avrebbe potuto fornire una prova tecnologica immodificabile. L’ecosistema Scudo231 avrebbe prodotto una “ricostruzione causale scientifica” dell’accaduto: avrebbe dimostrato, attraverso i log degli alert ignorati o bypassati dolosamente da Bianchi, i tentativi di installazione di software non autorizzati bloccati, le segnalazioni di anomalia operativa inviate all’ODV e le registrazioni dei controlli automatici sulla supply chain, che l’ente aveva adottato un modello non solo formalmente idoneo, ma concretamente efficace e tecnologicamente presidiato. Questa evidenza matematica avrebbe permesso di isolare la condotta fraudolenta del singolo dipendente, dimostrando l’assenza di colpa organizzativa e, con ogni probabilità, scongiurando il sequestro finalizzato alla confisca e le sanzioni interdittive che ne avrebbero decretato il collasso.

La vicenda della LIL non è un’ipotesi remota, ma la cronaca di un rischio sistemico. La relazione del Copasir non è un semplice rapporto informativo, ma un avvertimento strategico al tessuto produttivo nazionale. Le organizzazioni criminali oggi non “attaccano” le aziende solo dall’esterno; le “colonizzano” dall’interno, sfruttandone le debolezze procedurali e la miopia tecnologica. Operano con la stessa efficienza e complessità di una multinazionale, integrando schemi tradizionali con l’arsenale digitale. La difesa non può più essere affidata a procedure manuali e controlli a campione. La prevenzione dei reati economici e dell’infiltrazione mafiosa è diventata una sfida tecnologica, la cui posta in gioco non è solo la compliance normativa, ma la sovranità stessa dell’impresa.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/08/05/mafia-copasir-i-clan-utilizzano-tecnologie-sempre-piu-complesse_60907596-d7ed-4a31-8c74-4f4f4c4ce4d2.html