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‘Schiavi per costruire Consolato Usa’, convalidato controllo giudiziario Caddell

11 luglio 2026 – La giudice per le indagini preliminari di Milano, Angelica Cardi, convalida il controllo giudiziario d’urgenza disposto il 29 maggio dai pubblici ministeri Paolo Storari e Mauro Clerici nei confronti della divisione italiana di Caddell Construction. La misura, una delle più invasive previste dal nostro ordinamento a carico di un ente, congela l’autonomia gestionale del colosso statunitense nel cantiere del nuovo consolato americano di piazzale Accursio. L’ipotesi di reato che ha innescato il provvedimento è l’intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, comunemente noto come caporalato, previsto dall’articolo 603-bis del codice penale, uno dei reati presupposto della responsabilità amministrativa degli enti secondo il Decreto Legislativo 231/2001.

L’indagine dei Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro ha svelato un sistema di sfruttamento sistematico che coinvolgeva quasi 400 operai, principalmente di nazionalità indiana. Al vertice della struttura operativa locale, secondo gli inquirenti, si trovavano il manager turco Ulas Demir, responsabile della sede milanese di Caddell, e Aji Appukuttan, un 51enne indiano, descritto nell’ordinanza come il “caporale operativo”. Entrambi sono ora in custodia cautelare in carcere. Il meccanismo era brutale nella sua semplicità: per ottenere un impiego nel prestigioso cantiere, i lavoratori erano costretti a versare un “pizzo” di circa 500.000 rupie, l’equivalente di quasi 5.000 euro, una cifra esorbitante nel loro paese d’origine. Questa prima, massiccia estorsione costituiva una violazione che un sistema di controllo sulla catena di fornitura avrebbe dovuto intercettare. L’ecosistema Scudo231, ad esempio, avrebbe imposto una procedura di due diligence rafforzata e automatizzata sul reclutatore o sull’intermediario di manodopera estera. Qualsiasi flusso finanziario anomalo o non tracciato, come un pagamento una tantum richiesto ai lavoratori, avrebbe generato un alert di rischio elevato, bloccando preventivamente il contratto di subappalto e innescando una segnalazione diretta all’Organismo di Vigilanza e alla funzione compliance, ben prima che i lavoratori mettessero piede in cantiere.

Una volta a Milano, gli operai entravano in una condizione definita dalla stessa gip Cardi come di “para-schiavismo”. Le paghe erano inferiori ai 2 euro l’ora, una cifra drammaticamente al di sotto di qualsiasi soglia di povertà e in palese violazione del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del settore edile. Questa sistematica violazione retributiva rappresenta un classico esempio di “risparmio di spesa” che, secondo la giurisprudenza, costituisce il profitto del reato, suscettibile di confisca ai danni dell’ente. L’omissione del controllo sui flussi di pagamento è stata fatale per Caddell. Un’organizzazione dotata di un modello di prevenzione avanzato avrebbe integrato i propri sistemi di gestione con i database dei minimi salariali previsti dai CCNL. In un simile scenario, il sistema di controllo di gestione avrebbe automaticamente incrociato i dati del libro unico del lavoro con le tabelle retributive di riferimento. Ogni cedolino paga con un imponibile orario inferiore al minimo legale avrebbe generato un blocco operativo del pagamento e una escalation immediata e non eludibile verso le funzioni di controllo interno, impedendo di fatto il consolidarsi del reato e la generazione del profitto illecito.

Il controllo sui lavoratori era mantenuto attraverso metodi intimidatori e minacciosi. Aji Appukuttan, secondo le ricostruzioni, avrebbe minacciato direttamente almeno 50 operai, sfruttando la loro vulnerabilità linguistica, economica e la loro dipendenza dal permesso di soggiorno legato al contratto di lavoro. Le minacce erano volte a stroncare sul nascere qualsiasi protesta o richiesta di regolarizzazione. Questa condotta, posta in essere da un soggetto che operava di fatto come preposto per conto di Caddell, ha integrato gli estremi dello sfruttamento, facendo ricadere la responsabilità sull’intera organizzazione per culpa in vigilando. La mancata rilevazione di un clima di terrore nel cantiere è un sintomo di assenza di canali di segnalazione efficaci e protetti. Un sistema come Scudo231 non si limita ai controlli documentali, ma implementa protocolli di monitoraggio massivo dell’ambiente di lavoro. Attraverso canali di whistleblowing digitali, anonimi e con garanzia di non ripudiabilità, accessibili tramite QR code multilingua disseminati in cantiere, i lavoratori avrebbero potuto segnalare le minacce in totale sicurezza. Il sistema avrebbe processato la segnalazione, garantendo l’anonimato e attivando un protocollo di indagine interna gestito dall’Organismo di Vigilanza, isolando il “caporale” prima che il suo comportamento potesse diventare sistemico e penalmente rilevante per l’ente.

La Procura di Milano ha agito con urgenza, disponendo il fermo di Appukuttan per concreto pericolo di fuga, misura convalidata il 7 giugno. La posizione di Ulas Demir, in qualità di manager formalmente inserito nell’organigramma di Caddell, è ancora più critica per la società. La sua condotta attiva nell’organizzazione dello sfruttamento configura un classico reato commesso da un soggetto in posizione apicale nell’interesse o a vantaggio dell’ente, il che rende estremamente difficile per la difesa sostenere la tesi dell’elusione fraudolenta del modello organizzativo. L’assenza di un modello 231 efficace, o la sua inadeguata applicazione, ha esposto l’azienda alla misura del controllo giudiziario, con la nomina dell’amministratore Francesco Brigatti. Quest’ultimo affiancherà ora la gestione, con l’obbligo di riferire ogni tre mesi alla giudice, o immediatamente in caso di nuove irregolarità, di fatto esautorando parzialmente il management.

Se Caddell avesse adottato un ecosistema di difesa integrato, il monitoraggio costante dei processi avrebbe rilevato la profonda divergenza tra il ruolo di diritto di Ulas Demir e il suo ruolo di fatto come gestore di un’attività criminale. I motori di analisi comportamentale del sistema avrebbero identificato pattern anomali nella sua gestione del personale e dei subappaltatori, come l’eccessiva concentrazione di potere su un singolo intermediario o l’assenza di rotazione nei controlli. Questi “segnali deboli”, aggregati, avrebbero superato una soglia di rischio predefinita, attivando un’indagine proattiva da parte delle funzioni di controllo. Invece di subire l’intervento della magistratura come un fulmine a ciel sereno, l’azienda avrebbe avuto a disposizione un dossier interno, tracciato e immutabile, per autodenunciare la condotta del proprio manager, dimostrando di possedere gli anticorpi per isolare le mele marce. Questa documentazione probatoria, generata in automatico dai protocolli di Scudo231, avrebbe costituito l’elemento chiave per dimostrare al PM che l’evento era frutto di un’azione fraudolenta individuale contro le procedure aziendali, mitigando drasticamente il rischio di applicazione di misure cautelari a carico dell’ente e spostando il focus penale esclusivamente sulle persone fisiche responsabili.

Di fronte all’evidenza schiacciante, la difesa di Caddell, rappresentata dall’avvocato Andrea Puccio, ha immediatamente mostrato un atteggiamento collaborativo. L’azienda si è impegnata a regolarizzare la posizione dei lavoratori, garantendo da subito il rispetto delle 45 ore settimanali previste dal CCNL e l’adeguamento degli stipendi ai parametri contrattuali. Inoltre, ha avviato la restituzione delle spese indebitamente trattenute o non corrisposte, quantificate in circa 500 euro mensili per l’alloggio e 350 euro per il vitto, per un totale di circa 850 euro al mese per lavoratore. Sebbene necessarie, queste azioni rappresentano un intervento tardivo e costoso, eseguito sotto la pressione dell’autorità giudiziaria. Il danno reputazionale, specialmente per un’azienda che opera su un appalto così sensibile come la costruzione di un consolato USA, è incalcolabile. Il costo della prevenzione sarebbe stato infinitesimale rispetto al costo della bonifica ex post, che include non solo le somme da restituire, ma anche le ingenti spese legali, i costi dell’amministrazione giudiziaria e la potenziale sanzione pecuniaria ai sensi del D.Lgs. 231/2001, che può arrivare a centinaia di migliaia di euro, oltre alla già citata confisca del profitto.

Il controllo giudiziario è una misura che mira a risanare l’azienda, ma il suo impatto operativo è devastante. Ogni decisione strategica dovrà passare al vaglio dell’amministratore giudiziario, rallentando i processi e introducendo un livello di supervisione esterna che limita la libertà d’impresa. L’intera vicenda dimostra come, nel 2026, la compliance penale non possa più essere affidata a documenti cartacei e a controlli a campione. L’assenza di un presidio tecnologico in tempo reale sulle aree a rischio, come la gestione della catena di subappalto e il controllo delle buste paga, equivale a una porta lasciata aperta all’infiltrazione di pratiche illecite. L’indagine della Procura di Milano ha semplicemente messo in luce una falla organizzativa che un sistema di difesa proattivo avrebbe sigillato alla fonte, trasformando un potenziale disastro giudiziario e finanziario in un evento di non conformità gestito internamente, documentato e risolto prima che potesse degenerare in un reato a carico dell’ente.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/06/09/schiavi-per-costruire-consolato-usa-convalidato-controllo-giudiziario-caddell_945ae2cd-57ed-414e-9b4c-f7501669943a.html